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Persone finte con emozioni finte: la recensione di Malcolm & Marie

Persone finte con emozioni finte: la recensione di Malcolm & Marie

Di Lorenzo Pedrazzi

Se è vero che ogni evento epocale trasmette un’eredità duratura al mondo dell’arte, Malcolm & Marie è il primo film generato dalla pandemia di Covid-19, o quantomeno il primo degno di nota. Siamo ben lontani da una rielaborazione critica del fenomeno (anche perché l’emergenza non è ancora finita), ma il Kammerspiel di Sam Levinson sintetizza quel rapporto con i limiti spaziali e interpersonali che caratterizza le nostre esperienze di quarantena: non a caso, è stato girato in segreto durante il primo lockdown della California, con rigidissime norme di sicurezza e una troupe essenziale. Il risultato è un’opera d’impianto teatrale, con due soli attori e un’unica ambientazione, che agevola le riprese e minimizza i contatti.

Il paradosso, però, è che il cinema indipendente ha sempre adottato queste soluzioni, ben prima della pandemia. In tal senso, Malcolm & Marie non è certo una novità: basti pensare ai film di John Cassavetes, a quelli del movimento Mumblecore e persino ad alcuni validi esperimenti di genere, come il fantascientifico Coherence. Le quattro pareti di casa – persino di un’abitazione privilegiata come questa, con tanto di terreno attorno – fanno riemergere i conflitti latenti e irrisolti, esasperandoli in un crescendo di accuse reciproche. È quello che succede al regista Malcolm (John David Washington) e alla sua fidanzata Marie (Zendaya), di ritorno da una serata di gala. L’ultimo film di Malcolm – un dramma indie su una giovane donna che cerca di disintossicarsi – è stato acclamato in modo unanime, e lui è gasatissimo per aver finalmente centrato un successo. Ma di fronte alla critica bianca che vede in lui “il nuovo Spike Lee, il nuovo Barry Jenkins”, Malcolm lamenta l’eccessiva politicizzazione del suo cinema, e si chiede perché debba essere paragonato solo a registi neri («Perché non posso essere il nuovo William Wyler?»). Marie però ha ben altro per la testa: il personaggio del film è ispirato a lei, al suo percorso di disintossicazione, eppure Malcolm non l’ha nemmeno ringraziata nel suo discorso alla platea. Ne nasce una discussione che dura tutta la notte, a più riprese, in cui entrambi gettano sale sulle rispettive ferite aperte.

Non c’è bisogno del lockdown per tenere due persone intrappolate nello stesso luogo, bastano un rapporto di coppia e uno spazio condiviso, oltre che isolato. Per essere un film scritto da Sam Levinson in soli sei giorni, Malcolm & Marie ha una sua innegabile compattezza interna, pur essendo frutto di una serie di riflessioni che il cineasta trasferisce dalla propria mente alla bocca dei personaggi. Le considerazioni attorno all’influenza della woke culture sulla critica cinematografica danno voce a una frustrazione generalizzata, ma contrastano in parte con l’idea che l’arte sia sempre politica, indipendentemente dal fatto che l’autore lo voglia oppure no. Nonostante la pioggia di elogi, Malcolm è un cineasta modesto che, dopo varie bocciature della critica, ha indovinato il film giusto grazie alla vicinanza di Marie, sua fonte d’ispirazione. Oggi si discute molto dell’importanza di permettere ai diretti interessati di raccontare le loro storie (vicende LGBTQ+ scritte e interpretate da persone LGBTQ+, storie Nere dirette da Neri, ecc.), e il cuore dello scontro risiede proprio lì: Marie si sente depredata della sua vita da qualcuno che non l’ha vissuta. Non è solo il mancato ringraziamento in sé, ma l’aver perso l’occasione di raccontare la propria storia con la propria voce. Di questo passo, sostiene la donna, Malcolm finirà per girare “film finti su persone finte con emozioni finte”.

Levinson amalgama nel film numerosi temi legati alla nostra contemporaneità, soprattutto nel rapporto tra arte e società civile, ma riesce sempre a mantenere una certa coerenza: le tirate di Malcolm e Marie non sono mai gratuite, sul piano tematico. La grana grossa della pellicola a 16 mm – grazie al direttore della fotografia Marcell Rév, con cui Levinson lavora già in Euphoria – isola ancora di più i due personaggi in un limbo atemporale, dal quale possono guardare il mondo dall’alto in basso, fare del sarcasmo e indugiare nel disincanto, salvo poi ripiombare a terra quando il discorso si fa più viscerale. Quello di Malcolm & Marie è infatti un cinema “urlato” a cui le produzioni americane ci stanno abituando troppo spesso, ma senza il precisissimo climax di un Marriage Story (dove gli scontri verbali più violenti sono l’apice emotivo del film, non la norma).

Il punto è che, come accade spesso nel cinema statunitense, i protagonisti parlano troppo. Non c’è spazio per il non detto, se non nelle sporadiche scene in cui Malcolm e Marie comunicano attraverso le canzoni, esprimendo concetti o sentimenti che non riescono a trasmettere con la voce. John David Washington e Zendaya duellano sullo schermo con tutto il loro talento, in particolare quest’ultima, che fin dalla prima inquadratura coagula nel volto e nel corpo il malcontento di Marie. La sua straordinaria performance regge tutto il film, senza dubbio. Manca però, nella concezione stessa dell’opera, quell’autenticità che Marie accusa Malcolm di non avere. Affidandosi così tanto alle schermaglie verbali, peraltro con un linguaggio che talvolta è fin troppo ricercato, Levinson sacrifica la naturalezza: è tutto eccessivamente cerebrale, e i conflitti sono scanditi in modo troppo meccanico, secondo uno schema che s’impara ben presto ad anticipare.

A rischio c’è anche la connessione emotiva, già messa a repentaglio dal particolare status dei protagonisti. Meglio focalizzarsi sul dialogo dei corpi, che Levinson è certamente bravo a cogliere nella sua globalità, alternando inquadrature ravvicinatissime e campi totali che mettono in relazione la coppia con lo spazio. Peccato però che, quando si confrontano sul loro rapporto, Malcolm e Marie non dicano nulla di nuovo sull’argomento, e che la dicotomia tra maschile e femminile sia ancora fossilizzata su modelli vetusti. Insomma, un cinema in cui si parla troppo, e quello che viene detto è trascurabile, almeno sul piano relazionale. Siamo ancora troppo coinvolti nell’attuale situazione per rifletterci con cognizione di causa: l’arte ha bisogno di tempo per rielaborare la Storia. Un instant movie come questo, insomma, finisce solo per radicalizzare il suo contesto produttivo come se fosse l’unica strada possibile, senza nemmeno tentare di esorcizzarlo.

Cinema indie solo in apparenza, troppo patinato per sperimentare, troppo calcolato per pulsare di vita vera.

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