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Lo chiamavano Trinità da oggi su Disney+, 50 anni di un classico

Lo chiamavano Trinità da oggi su Disney+, 50 anni di un classico

Di Marco Triolo

Ricordo la prima volta in cui, da bambino, vidi i film di Bud Spencer e Terence Hill pre-Trinità, o almeno pezzi di quei film. I western di Giuseppe Colizzi ebbero il primato di mettere in cartellone insieme, come co-protagonisti, due attori che, in seguito, si sarebbero affermati come la più grande coppia comica del cinema italiano o giù di lì. Ma i film di Colizzi erano ancora pienamente spaghetti western, violenti e cinici, anche se La collina degli stivali già virava verso qualcosa di più caratteristico con l’inclusione del circo. Agli occhi di me bambino furono quasi un trauma, e all’epoca li rifiutai, per recuperarli solo anni e anni dopo. Per me, Bud e Terence erano quegli eroi burberi/furbetti ma dal cuore d’oro, il cui cinismo era solo una maschera della loro vera indole bonaria. Tutto questo lo avevo assorbito dalle multiple visioni di Altrimenti ci arrabbiamo, I due superpiedi quasi piatti e, naturalmente, Lo chiamavano Trinità e il suo sequel, Continuavano a chiamarlo Trinità.

Due film che ora sono disponibili su Disney+ insieme ad Altrimenti ci arrabbiamo e una manciata di altri cult della coppia (già caricati nei mesi scorsi). Due film che hanno segnato uno spartiacque non solo nella carriera di Spencer e Hill, ma anche nel western all’italiana, che per la prima volta veniva imbastardito con la comicità slapstick. Una nuova formula pensata per il grande pubblico, per coccolare gli spettatori con avventure mirate a tutta la famiglia. Un’idea geniale, pensata da gente che sapeva il fatto proprio in termini di spettacolo: prendere un genere che andava alla grande e che ormai in Italia si faceva a occhi chiusi e con due mani legate dietro la schiena, e portarlo verso una direzione ancora più popolare. Il successo fu clamoroso: Lo chiamavano Trinità fu il vice-campione di incassi della stagione 1970-1971 con oltre tre miliardi di lire. Continuavano a chiamarlo Trinità raggiunse il primo posto l’anno dopo, con oltre sei miliardi. È incredibile che ancora oggi non esistano delle edizioni in Blu-Ray dei due film in Italia, ennesima dimostrazione del rapporto controverso con il nostro passato cinematografico.

La rivoluzione di Trinità e Bambino

Se Giuseppe Colizzi ebbe l’indubbio merito di combinare Carlo Pedersoli e Mario Girotti, fu Enzo Barboni, in arte E.B. Clucher, a intuirne il potenziale comico (anche se inizialmente avrebbe voluto George Eastman e Peter Martell). Barboni, che più avanti avrebbe anche diretto I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia e Non c’è due senza quattro, era alla sua seconda regia dopo una carriera da direttore della fotografia, anche nel western. Aveva lavorato a Django e Little Rita nel West, western-musical che affiancava a Rita Pavone proprio Terence Hill. Barboni scrive e dirige Lo chiamavano Trinità e si avvale di tutta la sua esperienza per ricostruire in maniera credibile i paesaggi desertici tipici dei film di Sergio Leone in Italia, affiancandoli però a lussureggianti vedute più vicine al western classico. Trinità viene girato tra Campo Imperatore, altopiano in provincia dell’Aquila, Camerata Nuova in Abruzzo e gli studi De Laurentiis lungo la via Pontina a Roma. In una cava di tufo nella periferia romana vengono girate le scene iniziali in cui Trinità emerge dal deserto. L’Italia centrale prende il posto del deserto di Almería, in cui si giravano molti western italiani, ma tutto viene fatto funzionare da una regia epica e dall’attenzione ai dettagli.

Perché il bello di vedere Trinità in alta definizione è proprio la possibilità di notare quanto i set fossero complessi e dettagliati, costruiti con la sapienza di artigiani ormai avvezzi al cinema. Ancora oggi fanno un figurone e non risultano mai ingenui. Niente in Trinità è ingenuo: i cartelli sono scritti in perfetto inglese, i costumi e gli arredi non sfigurerebbero in un set americano. La comicità, e di questo sarebbe parecchio contento Stanis La Rochelle, è ben poco “italiana”. Non ha quasi niente della teatralità della nostra tradizione, è più spesso fisica e visiva (si veda la gag in cui Trinità “mette in posa” l’onnipresente Riccardo Pizzuti), si parla poco, come in un vero western, si agisce tanto.

La regia di Barboni è classica con sprazzi modernissimi, come l’uso della camera a mano nelle risse, con inquadrature mosse che sporcano il montaggio ma non sono assolutamente rozze come quelle dei successivi poliziotteschi (quelli sì girati in poco tempo e con poche risorse). Qui è tutto studiato, ragionato, scritto benissimo e affidato a due attori perfettamente complementari, che sanno come giocare con le caratteristiche reciproche.

Lo chiamavano spaghetti western

È curioso rivedere Continuavano a chiamarlo Trinità subito dopo il primo, perché ci si rende conto di diverse cose che, magari, da bambini sfuggono. Prima di tutto di quanto viri, ancora più del primo capitolo, verso un look da western classico. Secondo, quanto l’equilibrio tra western e commedia finisca per sbilanciarsi molto di più verso quest’ultima. Mentre Lo chiamavano Trinità applica l’irriverenza della commedia slapstick al western, sostituendo le pistole con i cazzotti senza cancellarne la struttura generale, il sequel è più decisamente una commedia in costume. Perde molti cliché western, come la cittadina di frontiera dominata da un despota che impone la sua variante della legge, e adotta una struttura da road movie a episodi, edificata su capisaldi della commedia come lo scambio di persona (che sarebbe poi diventato una colonna portante del cinema di Spencer e Hill) e l’idea del pesce fuor d’acqua (la scena del ristorante). Il cattivo e i suoi piani contano ancora meno che nel primo film, e tutto è una scusa per mettere i due eroi in situazioni comiche da cui dovranno cavarsela.

Continuavano a chiamarlo Trinità è certamente un sequel inferiore all’originale, e la scelta di abbandonare il western dopo questo film e non puntare più sulla carta dei sequel, ma semplicemente sul reiterare i personaggi di Spencer e Hill in contesti diversi, fu quella vincente. Eppure il film ha due primati importanti: da un lato, si inizia a coreografare la rissa finale in maniera più estrosa, al di là dei soli cazzotti. Qui Barboni introduce elementi presi dal rugby, ispirato dalle partite del figlio. In secondo luogo, per la prima volta Bud Spencer e Terence Hill incontrano Guido e Maurizio De Angelis, che sostituiscono Franco Micalizzi alle musiche. I loro brani immortali avrebbero contribuito non poco al successo del filone nei film successivi: qui, il tema portante (il brano Trinity Stand Tall) non è memorabile quanto quello di Micalizzi, ma il bello sarebbe venuto dopo.

Cosa state aspettando? Recuperate subito i due film su Disney+:

Lo chiamavano Trinità
Continuavano a chiamarlo Trinità

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