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Donnie Darko 20 anni dopo: come è invecchiato il cult di Richard Kelly?

Donnie Darko 20 anni dopo: come è invecchiato il cult di Richard Kelly?

Di Marco Triolo

Comunque la si voglia mettere, che siate tra quelli che lo amano o lo detestano, Donnie Darko è un la definizione stessa di “cult”. È innegabile. Sono passati vent’anni da quel 19 gennaio 2001 in cui il film di Richard Kelly esordì al Sundance Film Festival. Era un oggetto così strano, nonostante qualche nome celebre coinvolto, che nessun distributore fece a pugni per averlo.

Ci vollero mesi perché Donnie Darko vedesse il buio delle sale americane, e per poco non finì direttamente in TV su Starz. Kelly ha raccontato che Christopher Nolan, il cui esordio americano Memento era stato distribuito da Newmarket Films, fu fondamentale nel convincere il distributore a far uscire Donnie Darko nelle sale. La data fu fissata: 26 ottobre 2001. Poco più di un mese dopo una certa cosa concernente aerei che avrebbe fatto abbastanza parlare di sé quel settembre.

Sì, ovviamente stiamo parlando degli attentati terroristi dell’11 settembre. E sì, altrettanto ovviamente, la trama di Donnie Darko girava intorno a un incidente aereo. Una turbina che sfonda una casa probabilmente non era quello che lo spettatore medio americano aveva voglia di vedere in quel momento. Costato 4,5 milioni di dollari, il film finì per incassarne poco più di 500 mila in patria. Le cose sarebbero andate un po’ meglio nel resto del mondo: il bottino finale di Donnie Darko fu di 7,6 milioni. Pur sempre un flop.

Eppure, dopo l’iniziale insuccesso, Donnie Darko venne riproposto in una serie di proiezioni di mezzanotte, a partire dal Pioneer Theatre di New York (per 28 settimane, come i 28 giorni in cui si svolge la vicenda e i 28 giorni occorsi per girarlo. Aiutatemi a dire: “UN CASO? IO NON CREDO!!1!”). Il passaparola finalmente lo premiò e, nel 2003, Kelly venne anche invitato a realizzare un director’s cut con venti minuti di scene inedite. Scansati Justice League: c’era prima Donnie.

Com’è invecchiato Donnie Darko?

Ma, al di là di tutti questi succosi aneddoti, com’è invecchiato Donnie Darko? Piuttosto bene, tutto sommato. Innanzitutto va detto che Kelly fu molto lungimirante, nell’ambientare il film nel 1988. Oggi tutti vogliono saltare sul treno degli anni ’80, ma allora, appena usciti dagli anni ’90 della Generazione X e dal loro look totalizzante e onnipresente, non eravamo certo nostalgici come oggi. La scelta di Kelly non è chiarissima: sembra avere a che fare con la dissoluzione dell’America di Reagan, la fine di un sogno di prosperità, temi che si legano all’atmosfera apocalittica della storia di Donnie. Forse il regista voleva riflettere il senso di smarrimento che tutti provavamo all’epoca dell’uscita, all’inizio di un nuovo millennio pieno di incognite.

Fatto sta che Kelly riesce a camminare in equilibrio tra manierismo e modernità: l’ambientazione non è mai troppo invadente, la regia fa il verso ai film dell’epoca – c’è molto John Hughes con i suoi film sulla high school – ma non te la sbatte in faccia. Quando, verso la fine, Donnie e i suoi amici inforcano le biciclette (che se oggi non metti in un film ambientato negli anni ’80 non sei nessuno), è una citazione guadagnata che fa sorridere di gusto. Perché non è studiata a tavolino, perché ha senso nella storia e non è ostentata. E anche perché all’inizio Kelly ci mostra Mary McDonnell che legge It, ed è dunque evidente che il richiamo era anche il capolavoro di Stephen King, più che una generale aria nostalgica fine a se stessa. Kelly forse si vedeva come King, un autore che riflette sugli anni della sua formazione, calando eventi sovrannaturali in un contesto suburbano. Un’ambizione spropositata e fuori luogo, ma come si fa a non volergli bene per questo?

Un film che si piace, forse troppo

Se mai, il problema del film, che emerge a così tanti anni dalla sua uscita, è un certo auto-compiacimento. Donnie Darko gode della sua stessa stranezza. È quel tipo di film che mette atmosfera e confezione davanti a tutto, sperando che siano sufficienti a colmare un certo vuoto di contenuto. Non che il film sia totalmente privo di contenuto, sia chiaro: i personaggi sono interessanti, gli attori tutti molto bravi. Jake Gyllenhaal deve la sua carriera a questo film e con buone ragioni. Mary McDonnell ha un paio di pezzi di bravura notevoli. Maggie Gyllenhaal, Patrick Swayze e Drew Barrymore (produttrice) fanno il loro sporco lavoro. Seth Rogen… no, niente, Seth Rogen praticamente dice una battuta in tutto il film, ma volevo citarlo perché sono certo che pochi si ricorderanno della sua presenza.

Ma il punto è che, crescendo, abbiamo imparato tutti, credo, a riconoscere quei film che fingono di essere complicati, di avere chissà quali messaggi da diffondere, o filosofie da sviscerare, e in realtà sono molto più semplici di quello che appaiono. Pur con tutte le sue sparate su “universi tangenti” (nel director’s cut), wormhole, predestinazione e libero arbitrio, Donnie Darko è un film estremamente lineare, raccontato in maniera stramba da un regista che era ansioso di farci vedere quanto si fosse studiato tutto David Lynch. E, per lo meno in fatto di conigli giganti, l’allievo ha anticipato il maestro.

Una storia originale

Eppure sotto questa patina da primo della classe c’è abbastanza cuore da giustificare la visione. Alla fine, quando il cerchio si chiude e le lacrime scorrono, ci rendiamo conto di esserci affezionati a questi personaggi e a questo universo imperfetto, fighetto/emo/adolescenziale. Non sarà uno dei “100 films più belli della storia del cinema”, come il poster italiano annunciava, citando la presenza del film nella classifica IMDb (altri tempi davvero). Ma Donnie Darko si è meritato il suo posticino nella memoria e merita di essere rivisto in quanto precursore di mode e, soprattutto, storia originale in un mondo dello spettacolo che sempre più punta sulle certezze, in cui fenomeni distributivi come questo sono ormai praticamente impossibili. Solo, evitate il director’s cut: è davvero troppo lungo.

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