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Cobra Kai: la recensione (con spoiler) della stagione 3

Cobra Kai: la recensione (con spoiler) della stagione 3

Di Marco Triolo

Il bello del binge-watching è che la serie che tanto stavi aspettando arriva tutta insieme. Il brutto del binge-watching è che il giorno dopo l’hai già finita. Specialmente se è una serie con puntate da mezzora come Cobra Kai.

La terza stagione di Cobra Kai è approdata su Netflix il primo gennaio dopo un’attesa di un anno e mezzo e, inutile dirlo, il 2 gennaio l’avevo già finita. Il che, al di là di tutte le critiche che si possono muovere a una stagione indubbiamente “di passaggio”, la dice lunga sulla “guardabilità” di Cobra Kai. La serie è sempre piacevole, ha un ritmo che non molla praticamente mai e, con episodi di 30 minuti, uno tira l’altro senza soluzione di continuità. Ma dopo questa pensatissima bingiata cosa rimane? Vediamo un po’.

ATTENZIONE: SEGUONO SPOILER DA COBRA KAI – STAGIONE 3!

Sin da quando Barney Stinson ci aveva fatto esplodere la testa con le sue teorie su Karate Kid in How I Met Your Mother, non abbiamo mai smesso di chiederci se avesse ragione. Se Johnny Lawrence fosse effettivamente la vera vittima e Daniel LaRusso il vero bullo. Chi non reagirebbe male se uno sconosciuto venuto da fuori arrivasse all’improvviso e gli fregasse la ragazza? È una battuta facile: basta riguardarsi Karate Kid per rendersi conto che Johnny non era proprio un pezzo di pane e che il Cobra Kai di John Kreese era effettivamente una roba che, nella realtà reale, avrebbero chiuso dopo 5 minuti e una serie di arresti. Soprattutto nel 2020.

Ed è proprio questo il colpo di genio di Josh Heald, Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg: non tanto ribaltare l’assunto dei film, ma applicarlo a un mondo molto più vicino al reale per dimostrare come bianco e nero non esistano nella vita, ma sia tutta una zona grigia. Ognuno di noi ha la sua visione dei fatti e nessuno pensa di essere “il cattivo”. Non lo pensano neppure i criminali di guerra e i dittatori, figurarsi un bulletto di Los Angeles con la passione per il karate!

Ciò non significa che qualche ribaltamento gustoso non sia stato operato: quando incontriamo Johnny, all’inizio della prima stagione, fa praticamente lo stesso lavoro di Mr. Miyagi e incontra un ragazzo, Miguel, solo e bullizzato, che diventa il suo primo allievo. Daniel invece usa la sua influenza e rispettabilità per mettere i bastoni tra le ruote a Johnny, diventando di fatto un bullo. Era chiaro sin da subito che Cobra Kai sarebbe stata, per Johnny, una storia di redenzione. La redenzione di un reietto, fallito e rancoroso.

Una stagione di passaggio

Leggendola sotto questa luce, la svolta della stagione 3 era inevitabile. Per quanto la rivalità, a volte buffa, a volte meno, tra Johnny e Daniel fosse la spina dorsale delle prime due stagioni, non poteva andare avanti in eterno. Adesso prendete questa frase, sostituite “la rivalità tra Johnny e Daniel” con “Cobra Kai” e vedrete che funziona lo stesso. Cobra Kai non potrà andare avanti in eterno. Nonostante recenti voci che danno il numero di stagioni progettate a sei, pare difficile che si vada oltre la quarta, massimo la quinta, con quello che accade qui.

Il bello di Cobra Kai è che tende sempre ad andare contro le aspettative, per lo meno lo ha fatto nelle prime due stagioni. Tutti si aspettavano un prodottino leggero e nostalgico e nessuno pensava a una riflessione sull’America di Trump (e una delle più lucide). Ogni volta che Daniel e Johnny sembravano avvicinarsi, succedeva qualcosa che li allontanava. Il finale della stagione 2 sovvertiva in maniera dolorosa e spettacolare l’universo precotto e ottimista dei film reaganiani.

Tarallucci e vino

La stagione 3 tradisce per la prima volta queste regole. Primo, perché fa fare a Daniel un viaggio della nostalgia che, per quanto gestito bene, sembra più che altro messo lì per riportare in scena i personaggi di Karate Kid II (che ora è ufficialmente canone come anche Karate Kid III, chissà se rivedremo anche Hilary Swank a questo punto!). Secondo perché, beh, stavolta Daniel e Johnny si alleano per davvero. È bello che questa alleanza nasca dai ragazzi: il messaggio implicito è che sono le nuove generazioni la speranza, quelle capaci di rimettere in carreggiata i boomer e i loro circoli viziosi eterni. Ma la sostanza cambia poco: dopo tre stagioni, i due eterni rivali sono ora alleati per affrontare il più classico dei nemici comuni. Il Cobra Kai, sotto Kreese, è tornato a essere sinonimo di distorsione dell’idea stessa di karate. Il male da fermare. Con tutte le sfumature del caso, sia chiaro: è ovvio, già dalla conversione di Hawk, che “non esistono cattivi allievi ma solo cattivi maestri”. La presenza di Robby tra le fila del Cobra Kai la dice lunga sul fatto che, alla fine, tutto si risolverà.

Ma avremmo preferito altrimenti? Davvero sognavamo una serie ispirata a Karate Kid con un finale senza speranza, cinico? Probabilmente no. E comunque non è che la serie abbia gettato la spugna in quanto a soluzioni interessanti.

Origin story

Per dirne una: i flashback su John Kreese in Vietnam, anche se visibilmente girati con pochi spicci nel giardino di Martin Kove, aggiungono una dimensione extra al personaggio, inaspettata. Il fatto che la sua origin story sia raccontata in parallelo con il viaggio di Daniel alla ricerca delle origini del Miyagi-Do è puro Cobra Kai. Quando pensavi di aver trovato il cattivo perfetto, lo psicopatico a cui addossare qualunque responsabilità, arrivano Heald, Hurwitz e Schlossberg a ricordarti che nessuno nasce cattivo. È roba forte.

A posteriori, come si diceva, era inevitabile che prima o poi Daniel e Johnny avrebbero fatto la pace, o instaurato una tregua, anche se la prossima stagione ci dirà se riusciranno a mantenerla. Così come era inevitabile che sarebbe stata la Ali di Elisabeth Shue a fare da ponte tra i due protagonisti e mediare quella tregua. Il rapporto tra Daniel e Johnny è basato sulla stessa dinamica “will they / won’t they” delle serie incentrate su un rapporto d’amore platonico. Qui era un rapporto d’odio, ma la sostanza è identica e, come in quei casi, la sua risoluzione toglie decisamente slancio alla formula. Ma, anche qui, prima o poi doveva arrivare, ed è un bene che le serie Netflix non puntino mai alla lunga distanza. Perché, dopo questa stagione, non rimane ancora moltissimo da raccontare: l’importante sarà raccontarlo bene e farci godere quando il nuovo dojo (la New Team del karate) porterà a casa la coppa nella sfida con il Cobra Kai.


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