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The Mandalorian 2: la recensione del finale di stagione, The Rescue

The Mandalorian 2: la recensione del finale di stagione, The Rescue

Di Marco Triolo

La seconda stagione di The Mandalorian arriva a una degna conclusione con il capitolo 16, The Rescue (“Il salvataggio”), in cui Mando, aiutato da Boba Fett, Fennec Shand, Cara Dune e Bo-Katan, parte per salvare Grogu dalle grinfie di Moff Gideon e ciò che resta dell’Impero.

È un’altra missione. Era inevitabile: tutta la serie è costruita così e non si smentisce fino all’ultimo. Ma l’episodio, scritto da Jon Favreau e diretto da Peyton Reed (è il suo secondo, dopo quello dei ragni spaziali), riserva anche diverse sorprese e si chiude in modo tale da rendere difficile prevedere come proseguirà la serie nella terza stagione.

Al momento, però, godiamoci la conclusione di una stagione che ha alzato la posta in gioco a livelli incredibili per una serie TV (per modo di dire), e non solo non ha mai deluso, ma ha trovato la sua strada in maniera più decisa rispetto alla pur buona prima stagione. Tanto per cominciare, come abbiamo già accennato diverse volte, è stata una stagione rigorosa, che non si è mai piegata di fronte alle esigenze della televisione moderna, rispolverando al contrario una struttura molto episodica da serie vecchio stampo.

In secondo luogo, pur muovendosi all’interno di un universo per famiglie come quello di Disney+, ha spostato sempre un po’ più in avanti il limite di ciò che è mostrabile sulla piattaforma, arrivando, questa settimana, a un paio di corpo a corpo davvero brutali. E al secondo caso di personaggio positivo che spara per primo dopo la vendetta di Mayfeld nella scorsa puntata. Anni e anni a sottostare alla retcon imposta da George Lucas – Han Solo ha sparato per difendersi – e finalmente siamo tornati agli aspetti western di Star Wars. A un mondo in cui, a meno che tu non sia un Jedi, la miglior difesa è sempre l’attacco.

Il livello di fan service è stato sorprendentemente basso in questa stagione, prova ulteriore del fatto che a Favreau e Dave Filoni interessava raccontare la storia di un padre e suo figlio alle prese con la violenza della frontiera. Se avessero perso di vista questo per accontentare più spesso i fan, probabilmente li avrebbero accontentati meno di così. Perché il fan service ti procura un piacere breve e fugace, come una botta di zuccheri. Il successo di The Mandalorian, invece, si deve al carattere della serie e dei suoi iconici personaggi. Non male, per una saga, quella di Star Wars, che ha faticato proprio a tenere testa a personaggi originali troppo iconici per essere raggiunti.

The Rescue è un altro episodio dal grande ritmo, con una tensione che si taglia col coltello (laser) e un paio di momenti da tachicardia. C’è un duello che aspettavamo da tempo e che, per quanto un po’ breve, è gestito benissimo ed è la summa di quanto accaduto finora (nel senso che non si sarebbe potuto svolgere come si svolge senza le avventure precedenti). Ci sono i Dark Troopers che finalmente mostrano tutta la loro forza e sono realmente spaventosi. C’è una squadra di guerriere che vorremmo immediatamente vedere all’opera in uno spin-off (e potrebbe anche succedere).

Ma soprattutto c’è quel legame che ci ha tenuti incollati allo schermo per otto (sedici?) settimane: Din Djarin e Grogu condividono dei momenti bellissimi che ci ripagano della nostra fedeltà. E sì, è vero che The Mandalorian funziona meglio quando non dà al suo pubblico esattamente quello che vuole (quando evita, appunto, il fan service), ma qui Favreau e soci ci danno quello che volevamo e riescono a farlo bene, senza compromettersi ma, al contrario, facendo risultare tutto come parte di una visione coerente. Chapeau.

Il finale ci rivela che l’anno prossimo ci saranno altre cose da aspettarsi nell’universo di Star Wars. Sarà una lunga attesa, ma a questo punto siamo abbastanza sicuri che ne varrà la pena.

È ORA DEGLI SPOILER!

Parliamo dell’elefante nella stanza. Parliamo del ritorno di quel personaggio là, di cui abbiamo già discusso QUI. Vi lasciamo qualche altra riga se ancora state leggendo per sbaglio, senza aver visto l’episodio.

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Parliamo di Luke Skywalker. Mark Hamill ha prestato le sue fattezze (ringiovanite) e la sua voce, anche se il corpo è quello di un altro attore (Max Lloyd Jones). I fan più attenti avranno capito immediatamente l’identità del misterioso Jedi giunto a salvare Grogu: il dettaglio chiave della mano guantata, unito al colore verde della spada laser, lasciava pochi dubbi a riguardo. Luke viene usato come un vero e proprio deus ex machina, quello che arriva e ti risolve i problemi perché è troppo forte per essere battuto. È una scelta fin troppo facile, ma l’entrata in scena spettacolare e la seguente battaglia (che ricorda la comparsa di Darth Vader in Rogue One) si fanno perdonare tutto.

È evidente che, per risparmiare, la produzione ha optato per far recitare il personaggio da fermo. L’effetto del ringiovanimento è piuttosto costoso e la resa non è ottimale, anche se sufficiente. Se Luke si fosse mosso, però, probabilmente si sarebbe notato di più. Di passi avanti da Rogue One – è la stessa tecnica usata per “ricreare” Leia e Tarkin – ne sono stati fatti, comunque, specialmente se consideriamo che questo non è un film.

Comunque, tornando al fan service, è come se Favreau avesse tirato la cinghia per tutta la stagione per lasciarsi andare completamente nel finale. E non stiamo parlando di Luke, la cui apparizione è tutto sommato in linea con il canone (anche se c’è già chi fa notare che, canonicamente, Ben Solo / Kylo Ren fu il suo primo allievo). Il vero fan service è la comparsata di R2-D2, che non aggiunge nulla alla faccenda ed è lì solo per strappare un urletto di gioia ai fan. Funziona, sia chiaro, ma in effetti non serviva ed è l’unico momento a suonare davvero gratuito.

E adesso…?

L’intervento di Luke apre tutta una serie di questioni che saranno ben difficili da sciogliere. In primo luogo: è talmente definitivo che sarà difficile giustificare una sua separazione da Grogu. E The Mandalorian è Lone Wolf and Cub, non Lone Wolf e basta. Con Grogu, se ne va una parte consistente della ricetta. È ovvio che dovrà tornare, in qualche modo. E il fatto che, come si diceva, a livello canonico Grogu non potrebbe essere il primo allievo dell’accademia Jedi di Luke, dà a Favreau e Filoni una via d’uscita.

In secondo luogo: se anche gli autori decidessero di operare una retcon e far studiare Grogu alla scuola di Luke, è davvero improbabile che metterebbero sotto contratto Mark Hamill per una serie di comparsate. Ce lo vedete Mando a deviare da una missione per andare a trovare il figlio a scuola? E poi la presenza di, beh… solo il personaggio più famoso dell’intera maledetta saga rischierebbe di adombrare il protagonista e sviare troppo l’attenzione, snaturando l’intera serie.

C’è infine l’ipotesi più remota secondo cui The Book of Boba Fett, la serie annunciata nella scena dopo i titoli di coda, non sarà uno spin-off ma proprio la terza stagione di The Mandalorian, e che la storia di Din Djarin sia finita qui. Il titolo “The Book of…” suona proprio come un sottotitolo. Però è difficile che sia così: come finale di stagione, The Rescue è pazzesco. Ma come finale di serie? Sarebbe davvero deludente. E poi c’è il fatto che Mando ha impugnato la Darksaber e ora potrebbe anche ambire al trono di Mandalore: Bo-Katan dovrà sfidarlo per riaverla, anche se a lui, da bravo Clint Eastwood, questa cosa non interessa assolutamente…

Ah, un’ultima cosa: sì, quello che Boba fa fuori su Tatooine è Bib Fortuna, sul trono che fu di Jabba the Hutt. No, Bib non è interpretato dall’attore storico (Michael Carter, 73 anni), ma da un altro (Matthew Wood, sound editor di WandaVision, The Clone Wars e degli ultimi film, nonché voce di svariati personaggi nei film, nelle serie animate e nei videogame di Star Wars) truccato per sembrare lui. Ciao Bib, stavolta la tua Fortuna ti ha abbandonato.

Ci vediamo tra un anno!

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