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Eravamo emo e non lo sapevamo: Edward mani di forbice compie 30 anni

Eravamo emo e non lo sapevamo: Edward mani di forbice compie 30 anni

Di Lorenzo Pedrazzi

Nonostante i goffi tentativi di rimuoverlo dai prodotti per l’infanzia, l’orrore fa parte del nostro immaginario fin da giovanissimi. È inevitabile, come tutti i sentimenti basilari. Ne riceviamo un assaggio mentre ascoltiamo le fiabe, che sanno essere brutali e spietate nelle loro versioni originali. Lo scorgiamo negli angoli bui delle nostre camerette, o nelle ombre che deformano un banale oggetto quotidiano in una presenza mostruosa. Lo sbirciamo tra le dita quando guardiamo un horror in TV, magari all’insaputa dei genitori, subendo quel misto di attrazione e repulsione che ne determina il fascino.

La sua ambivalenza lo rende magnetico e paradossale, soprattutto quando indossa una maschera e diviene consuetudine, normalità. Pensiamo a quante volte l’orrore si è nascosto dietro il perbenismo della provincia statunitense, col suo banale rifiuto dello straniero e del “diverso”. Tim Burton è cresciuto proprio in un ambiente simile: nato a Burbank, storica sede della Disney, Burton si è sempre sentito fuori posto, anche quando faceva il disegnatore presso la Casa di Topolino. Venerare l’oscurità e l’orrore può sembrare una ribellione ingenua e narcisistica, ma è forse la reazione più sensata di fronte al soleggiato conformismo di certi sobborghi americani.

Anche per questo, fin da bambini, non è mai stato difficile capire dove risiedesse il vero orrore di Edward mani di forbice. Il film più emblematico della poetica burtoniana ha appena compiuto 30 anni, ed è interessante riconsiderarlo alla luce di ciò che è venuto dopo, tanto sul piano sociale quanto sul piano cinematografico. La glorificazione degli outsider non era certo nuova nel 1990 (Freaks di Tod Browning, per intenderci, è del 1932), ma non era mai stata mainstream: in altre parole, non aveva mai generato profitto sul grande schermo. Dal canto suo, Burton aveva già dimostrato le potenzialità di questo immaginario con Beetlejuice, ma è Edward mani di forbice a consacrarlo presso una generazione che si sente incompresa, affamata di romanticismo dark e malinconia idealizzata.

Senza dubbio Tim Burton cavalca – e in parte anticipa – la sottocultura emo, che infatti vede in Edward uno dei propri film più rappresentativi. Sul volto pallido e dolente di Johnny Depp, con i suoi occhi infossati e la pelle ricoperta di cicatrici, moltissimi adolescenti rivedono il disorientamento che provano ogni giorno, l’alterità rispetto ai genitori e agli insegnanti, i segni di un’autonarrazione votata al nichilismo. Trent’anni dopo, la ritroviamo nei testi delle canzoni indie o nei meme su internet: è la tendenza a crogiolarsi nel disincanto, con l’ansia come compagna perenne – talmente scontata da ironizzarci sopra – e un’insicurezza autodistruttiva nei rapporti amorosi. La consapevolezza di sé raggiunge livelli talmente alti da diventare paralizzante.

Burton però la sublima nell’atto creativo, ed è così che rielabora il suo stesso disagio, coinvolgendo il pubblico in una catarsi collettiva. Ricordo bene quando, durante un’occupazione dell’università statale di Milano nel 2005, fu organizzata una proiezione di Edward mani di forbice in una delle aule: già allora mi chiesi perché, tra tutte le opzioni disponibili, fosse stato scelto un film del genere. Cosa significava per i miei compagni di facoltà? Di certo, era difficile trovare un’attinenza con i motivi della contestazione, che protestava contro il DDL Moratti. Ma evidentemente il film di Burton incarnava quell’ideale di “creatività al potere” che trae origine dal Sessantotto parigino, e che rappresentava un’invitante alternativa al grigiore politico dell’epoca (ma non, si spera, una semplice evasione dalla realtà: sarebbe troppo semplicistico e “apolitico”).

L’autore stesso non ci vede una fuga, bensì una rielaborazione fantastica della sua esperienza personale. La città in cui Edward, creatura artificiale con lunghe forbici al posto delle mani, trova ospitalità dopo anni di solitudine, è un incubo color confetto che rispecchia la Burbank del regista. È lì che si nasconde il vero orrore, non certo nel maniero gotico in cui Edward è stato creato. I cittadini sono la solita mandria instupidita dal maccartismo, sostanzialmente gli stessi che volevano linciare il redivivo Sparky in Frankenweenie, il primo corto di Burton. Qui però il rapporto tra la folla e il mostro è più complesso: inizialmente sbalorditi dalla novità e dai talenti di Edward (le cui acconciature e sculture diventano uno status symbol), i vicini tentano di sfruttarlo e corromperlo, e non si fanno scrupoli a dargli la caccia quando emergono i tratti più problematici della sua personalità. Paradossalmente, è proprio la sua innocenza a rivelarsi problematica in questo contesto: Edward non conosce la violenza, non conosce il crimine, non conosce nemmeno il sesso. È una creatura angelicata costretta in abiti BDSM, che può esprimere l’amore in modo profondo, poetico, romantico, ma non fisico: non a caso, le lame gli impediscono di abbracciare l’adorata Kim (Winona Ryder), mentre il tentativo di seduzione da parte di una vicina lo fa fuggire spaventato. Di fatto, il malinconico eroe burtoniano coagula in sé tutte le pulsioni castrate e represse che il regista ha vissuto in adolescenza, e in cui molti altri adolescenti hanno potuto riconoscersi guardando il film.

In tal senso, la testimonianza della sceneggiatrice Caroline Thompson aggiunge un’ulteriore chiave di lettura. Burton la ingaggia perché rimane impressionato dal suo primo romanzo, First Born, e la incarica di sviluppare il copione di Edward mani di forbice a partire da una sua idea (condensata in un singolo disegno, ma basata anche sui classici horror della Universal come Il gobbo di Notre Dame, Il Fantasma dell’Opera, Frankenstein e Il mostro della Laguna Nera: di questi film, Burton ribalta la prospettiva e assume il punto di vista del mostro, che passa da antagonista a protagonista). Thompson rimane molto colpita dal lavoro con il regista, e lo descrive come “la persona più articolata che conosca, ma incapace di mettere insieme una singola frase”. Insomma, un grande talento che ha difficoltà a rapportarsi col mondo, proprio come Edward. Il film diventa così una rappresentazione immaginifica del medesimo processo creativo, in cui un uomo timido e alienato viene condotto alla luce del sole da una donna gentile, che gli fa da “interprete”.

Questo dialogo strettissimo tra arte e vita è proprio ciò che rende l’opera così memorabile, agevolando e giustificando l’identificazione del pubblico. Il “piacere di piangere” (per la solitudine di Edward, per il suo amore impossibile con Kim, per l’ingiustizia del mondo, ecc.) non è mai stato così intenso nel cinema di Burton, regista capace di trasfigurare il proprio disagio nell’arte come pochi altri. È tristemente ovvio che i suoi film migliori siano frutto dei suoi anni più infelici, o almeno di un’epoca in cui ricordava ancora i suoi problemi relazionali. Nel passaggio definitivo all’età adulta, diventando un cineasta rispettato e un uomo di famiglia, qualcosa si è perso sul piano artistico (pur mantenendo una discreta media, nonostante le critiche spesso gratuite). Però gli manca la visceralità degli inizi, la sensazione che i suoi film nascano da un’esigenza, più che dal semplice mestiere. Proprio ciò che traspare ancora oggi da Edward mani di forbice: la sua opera più struggente e generazionale.


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