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Bridgerton – La recensione della serie Netflix prodotta da Shonda Rhimes

Bridgerton – La recensione della serie Netflix prodotta da Shonda Rhimes

Di Lorenzo Pedrazzi

Nel dialogo bidirezionale tra finzione e realtà, Bridgerton occupa un posto molto particolare, soprattutto a causa del contesto storico in cui si svolge. La prima serie targata Shondaland per Netflix è infatti basata su Il duca e io, primo libro del ciclo di Julia Quinn ambientato nel periodo della Reggenza Inglese: si tratta del decennio compreso fra il 1811 e il 1820, quando il principe Giorgio Augusto Federico assunse il potere nel Regno Unito per sostituire il padre Giorgio III, infermo di mente. Un periodo di vivacità culturale ed eccessi aristocratici, perfetto per l’immaginario sentimentale dei romanzi rosa.

In effetti, Bridgerton trasmette un clima brioso e scintillante fin dalla sigla, e non ha pretese di verosimiglianza storica: ci troviamo in un passato idealizzato, filtrato da una lente deformata e sognante, che piega la Storia alle fantasie romantiche dell’autrice, dello showrunner Chris Van Dusen e del loro pubblico ideale. Ma non solo a quelle, come vedremo fra poco.

La serie prende il nome dall’eponima famiglia dell’aristocrazia londinese, composta da una madre vedova e ben otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Pur essendo un racconto corale, la prima stagione si focalizza principalmente su Daphne (Phoebe Dynevor), la maggiore tra le sorelle, e quindi la prima a debuttare in società. Il fratello Anthony (Jonathan Bailey) passa in rassegna i pretendenti alla mano di Daphne, ma lei vuole sposarsi per vero amore, come i suoi genitori, e non cederà facilmente. Il ritorno in città dell’affascinante Duca di Hastings (Regé-Jean Page) spariglia le carte: tra lui e Daphne s’innesca subito un rapporto conflittuale, fatto di provocazioni e frecciatine, dietro cui ovviamente si nasconde un’attrazione reciproca. Prima di scoprirlo, però, i due giovani elaborano un piano. Al fine di avere un po’ di tranquillità – essendo entrambi molto ambiti – fingono il fidanzamento, levandosi di torno sia i pretendenti sia le madri a caccia di buoni partiti per le figlie.

Intanto, anche Anthony e gli altri fratelli di Daphne vivono le loro relazioni, mentre la sorella Eloise (Claudia Jessie) non è interessata al matrimonio, ama scrivere, e critica la condizione delle donne nella società. La sua migliore amica è Penelope Featherington (Nicola Coughlan), terzogenita di una famiglia in crisi finanziaria, che accoglie la cugina Marina Thompson (Ruby Barker) dalla campagna. Le loro vicende sono narrate dalla misteriosa Lady Whistledown, commentatrice mondana che pubblica i suoi bollettini dietro pseudonimo, svelando i segreti dell’alta società. Persino la regina Charlotte (Golda Rosheuvel) è una sua avida lettrice, e si mette in testa di voler scoprire la sua vera identità.

La presenza di una narratrice che diffonde pettegolezzi rievoca Gossip Girl, e infatti Bridgerton è stata già avvicinata alla celebre serie di The CW: la Londra della reggenza sostituisce la Manhattan dei primi Duemila, ma l’oggetto del discorso è sempre l’elite, con i suoi intrallazzi sociali e amorosi. La vera peculiarità, però, è un’altra. Mentre le grandi multinazionali – Netflix in primis – cavalcano l’onda della woke culture, Bridgerton schizza più in alto di tutti con una personalissima rilettura della Storia che sfocia nell’ucronia. Lo show si svolge in una sorta di realtà parallela in cui la società della Reggenza Inglese è etnicamente inclusiva, quindi non composta da soli bianchi. Non ci sono discriminazioni razziali, la nobiltà comprende ogni etnia, al punto che la stessa regina Charlotte – contrariamente alla figura storica – non è caucasica.

Una scelta innovativa sul piano del casting e dell’identificazione, non c’è dubbio: una volta tanto, gli attori neri o di altre etnie non sono relegati a ruoli marginali o servili in un period drama come questo, e il pubblico non bianco può vedersi rappresentato in modo diverso dal solito. A suscitare dei dubbi è però l’appiattimento di tale rappresentazione, che paradossalmente diventa un whitewashing culturale: l’inclusività è soltanto “epidermica”, e non prende in considerazione l’identità più profonda (culturale, per l’appunto) delle varie etnie. Non ci sono nemmeno dei veri conflitti sociali, e i pochi accenni sono davvero risibili. Torna alla mente Hollywood, guarda caso sempre di Netflix, dove però l’ucronia viene mostrata nel suo farsi, mentre qui il cambiamento è già avvenuto (e dato per scontato). Il fatto che questo immaginario passaggio storico venga esplicitato brevemente in un dialogo rende il tutto più sensato, ma resta una fragile giustificazione per una serie che non problematizza nulla (al contrario di ciò che fece Andrea Arnold quando cambiò l’etnia di Heathcliff nel suo Cime tempestose), e forza la Storia sia per fini d’immagine sia per ripararsi da eventuali critiche.

L’approccio è da commedia rosa, e in questo non c’è nulla di male, ma l’insolito contesto sociale solleva delle questioni che meritavano uno sguardo ben più complesso. Invece, Bridgerton si rifugia nella solita fiaba romantica, riproponendo alcuni degli schemi più abusati nella narrativa occidentale: l’eroina di buon cuore, lo scapolo impenitente da convertire, la matrigna (o surrogato materno) che opprime una ragazza di umili origini, l’aspirante scrittrice – pallido riflesso di Jo March – che incarna il proto-femminismo, e così via. In tal senso, il personaggio più interessante è Penelope Featherington, forse l’unica davvero multidimensionale nel suo contrasto fra aspirazioni personali e aspettative sociali, nonché tormentata da un amore non corrisposto.

La stessa Daphne, epicentro del racconto, acquisisce un po’ di carattere solo con la svolta di metà stagione, quando la coscienza della propria sessualità le dona potere. Sì, perché Bridgerton sarà pure una retro-utopia di parità etnica, ma non può dirsi lo stesso sul piano dei generi. Il ruolo delle donne è subordinato agli uomini, come nella reale società ottocentesca, e gli unici poteri che possono esercitare sono di natura erotica e materna. Consapevole di questo, Daphne diventa “pura femminilità” (per citare un’espressione di Elisa Cuter nel suo Ripartire dal desiderio) e sfrutta gli unici espedienti che permettevano a una donna di manipolare le circostanze a suo vantaggio: sedurre, ammaliare, sprigionare la propria carica erotica. Sa di essere anche molto altro – anzi, inizialmente guarda con biasimo certe strategie – ma capisce di non poterne fare a meno per raggiungere i suoi obiettivi, e si piega a uno stereotipo che preferirebbe evitare.

Tale dualismo è forse l’unico guizzo di una serie che rifugge ogni potenziale conflitto storico, e si dimostra paradossalmente conservatrice nella sua celebrazione della mondanità, dello sfarzo e dei privilegi, con un casting lombrosiano e abiti color confetto. L’aveva detto bene Boris: “Il peggior conservatorismo, che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes”. In una parola, Bridgerton.


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