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The Crown, caduta degli dei: la recensione della stagione 4

The Crown, caduta degli dei: la recensione della stagione 4

Di Lorenzo Pedrazzi

Personale e universale convivono da sempre in The Crown. Le istanze della Storia, talvolta ininfluenti sulla gente comune, esercitano una pressione costante sulla corona britannica, in un mondo tuttora legato ad antiche dinamiche imperialiste. È così che il personale e l’universale si fondono, contaminandosi a vicenda: mentre i reali non possono sfuggire al giudizio dell’opinione pubblica, la Storia ne condiziona le scelte anche nella vita privata, forando quell’assurda bolla di privilegi in cui sono stati cresciuti ed educati. In tal senso, è significativo che la serie di Peter Morgan s’intitoli proprio The Crown, senza riferimenti di carattere individuale (al contrario di The Queen, scritto dallo stesso Morgan). Se il film di Stephen Frears si focalizzava sulla Regina Elisabetta II come personaggio, The Crown la pone al centro del racconto come istituzione, da cui si irradiano gli altri membri della Famiglia Reale: possono vivere i loro problemi, i loro conflitti, le loro sofferenze, ma non saranno mai importanti quanto la testa che indossa la corona.

È su queste premesse che lo sceneggiatore inglese costruisce la crisi dei Windsor, ponendo le basi per la caduta dei loro valori tradizionali e, al fine di sopravvivere, l’accettazione forzata di un mondo nuovo. «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» diceva Tancredi ne Il Gattopardo, e questa frase si applica bene anche ai reali britannici, che si adattano ai tempi – con grande fatica – solo per conservare i loro privilegi.

Ma si parlava di Storia, non solo di storie. La quarta stagione di The Crown è forse quella che offre l’arco narrativo più esauriente, compreso tra il 1979 e il 1981, gli undici anni dello sciagurato governo Thatcher. Il confronto tra le due donne è inedito per la serie, e raggiunge un’asprezza mai vista nei rapporti tra la Regina e gli altri Primi Ministri, seppur venata da una solidarietà femminile che nasce dall’aver combattuto le stesse battaglie. Della controversa Lady di Ferro, Morgan restituisce un’immagine sfumata che trova il giusto equilibrio tra le esigenze della drammaturgia (ovvero, ritrarla come un essere umano) e quelle della correttezza storica: ciò che ne risulta è una donna paradossalmente misogina e tradizionalista, guadata da un algido pragmatismo che non conosce solidarietà né empatia. Le conseguenze delle sue politiche di taglio della spesa pubblica sono evidenti ogni volta che Morgan ci porta fuori dalle mura reali, soprattutto nell’episodio dedicato a Michael Fagan, l’uomo che nel 1982 s’introdusse nella camera da letto della Regina (e dove lo show accenna a un registro diverso dal solito, più vicino al free cinema).

Gillian Anderson è brava a modulare la voce e la postura per interpretare la Thatcher, attribuendole quella fragilità che Morgan cerca di mettere in luce quando la Prima Ministra è in pena per la sorte del figlio, o viene sfidata da Michael Heseltine per la leadership del Partito Conservatore. Il grado maggiore di empatia – e qui Morgan è astuto a farci cadere nella trappola – lo ottiene però nel secondo episodio, quando le sue origini umili cozzano con le tradizioni aristocratiche della Famiglia Reale. È qui che Margaret Thatcher diventa la voce dello spettatore, gettando uno sguardo sprezzante sui limiti intellettuali e caratteriali dei Windsor, sulla loro mollezza e accidia.

In effetti, la quarta stagione alimenta il contrasto fra la sopracitata “bolla” e il mondo reale, introducendo due personaggi che lo vivono sulla loro pelle: una è proprio Margaret Thatcher, l’altra è Diana Spencer. Nessuno più di lei subisce quella tensione, e infatti The Crown ci gioca fin dall’inizio, presentandocela come una ninfa candida e innocente che affascina la famiglia per la sua purezza. Emma Corrin ne restituisce abilmente la timidezza e la ritrosia, ma anche la capacità di appropriarsi della sua immagine quando l’opinione pubblica comincia ad acclamarla, in particolare dopo il tour in Australia e Nuova Zelanda. Morgan ne valorizza il ruolo di outsider, sottolineando le differenze esperienziali tra lei e la famiglia d’adozione: nonostante le sue origini blasonate, Diana ha vissuto tra la gente, cerca il calore umano, e non riesce a inserirsi nelle logiche anaffettive dei Windsor.

È lei a incidere una crepa nelle fondamenta della corona, o quantomeno nelle sue convinzioni di solidità. Lo si legge sul volto e sul corpo di Olivia Colman quando Diana, alla disperata ricerca di solidarietà, abbraccia la Regina durante un’udienza, ma quest’ultima è incapace di darle affetto, e la congeda bruscamente. Il conflitto tra desiderio e responsabilità è sempre stato fondamentale in The Crown, ma non era mai emerso con una simile angoscia. Angoscia che si manifesta in forme diverse attraverso tutti i membri della Famiglia Reale, dalla frustrazione solitaria di Margaret alla spocchia di Andrea ed Edoardo, passando per l’infelicità coniugale di Carlo e Anna.

Ne esce il ritratto di un’istituzione nevrotica e decadente, circondata da lussi che ne nascondono a malapena le profonde carenze umane. Come al solito, la serie delinea il dialogo tra individuale e universale con grande perizia creativa, sia nella scrittura sia nella regia, precisissima ed elegante nel mettere in comunicazione l’interno e l’esterno. Le prossime due stagioni passeranno il testimone a un nuovo cast, avvicinandosi sempre di più al nostro presente: il tempo di cambiare (perché tutto rimanga lo stesso) ormai è arrivato.


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