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Il nome è Connery, Sean Connery

Il nome è Connery, Sean Connery

Di Marco Triolo

Robin Hood – Principe dei ladri e Indiana Jones e l’ultima crociata. Non saprei dire in quale ordine, ma sono certo che questi due film abbiano fissato nella mia mente un’immagine di Sean Connery che non mi avrebbe più abbandonato per tutta l’infanzia e prima adolescenza. Sean Connery era un attore “anziano”, con una bella barba bianca, ed emanava un’aura di saggezza ed eleganza che lo rendeva perfetto per il ruolo dell’elegante saggio. “Carisma” era forse una parola che non conoscevo, ma che, se avessi conosciuto, avrei immediatamente associato a lui. Come altro vuoi definire uno che appare negli ultimi cinque minuti di un film (Robin Hood) ed eclissa istantaneamente tutti i colleghi con il ritratto definitivo del re saggio definitivo?

Da bambino, arrivando dal Robin Hood Disney, che finiva in maniera praticamente identica con l’entrata in scena di Re Riccardo Cuor di Leone, Connery mi sembrò l’unica possibile incarnazione di quel personaggio animato. Ebbi la conferma di questo qualche anno dopo, leggendo la scheda del film sul Mereghetti: “Sean Connery arriva giusto in tempo per il finale ed è il migliore re Riccardo che il grande schermo abbia mai avuto”. Anche la critica lo riconosceva: Sean Connery era il più grande attore vivente.

Non solo Bond, James Bond

All’epoca non avevo mai visto Connery nei panni di James Bond, nonostante i miei genitori mi avessero già spiegato che Connery era Bond. Per me Bond era invece Roger Moore, e non riuscivo assolutamente a immaginarmi quell’arzillo vecchietto nei panni della spia di Ian Fleming. Ovviamente, a 10 anni non capivo che in realtà Moore era più vecchio di Connery e che Connery vecchio non era di certo: all’epoca di Indiana Jones aveva 59 anni, solamente 12 più di Harrison Ford e 7 più di Daniel Craig oggi. Certo, allora si invecchiava prima, l’età era concepita in maniera diversa eccetera.

Tutto è cambiato, per me, quando ho iniziato a riscoprire i vecchi Bond, a esplorare i ruoli precedenti a quelli della mia infanzia e a scoprire che, a differenza di Raimondo Vianello, Sean Connery era stato giovane! Contemporaneamente ho iniziato ad amare il cinema in senso assoluto. Non sono mai stato un amante degli attori, in particolare; ho sempre cercato i film in base agli autori. Ma bisogna dire che la faccia di Sean Connery era una di quelle impossibili da non incontrare nei migliori film dei migliori registi.

Una strana carriera

La carriera di Sean Connery è anche abbastanza strana, se ci pensate. È passato dai piccoli ruoli alla fama globale grazie al solo 007, per poi diventare immediatamente “un grande vecchio”. Lo so, mi sto ripetendo, ma pensate ai suoi ruoli anni ’70, come Il vento e il leone e Robin e Marian, dove già faceva la parte del Robin Hood anzianotto tornato dalle Crociate. Fa sorridere pensare al fatto che aveva appena 45 anni, eppure è evidente come avesse già riciclato la sua immagine per presentarsi come un attore di peso, l’affascinante e carismatico uomo di mezza età abile sia nei ruoli action che in quelli “importanti”. Una mossa sicuramente non casuale per uno che, appunto, per tantissimo tempo è stato associato a film leggeri, fatti in serie, nei quali faceva sempre. Lo stesso. Personaggio. Pure il suo ritorno a Bond con Mai dire mai fu modellato su questa sua nuova immagine, non certo il contrario. Bond era improvvisamente il vecchio Bond, e questo nonostante, lo ribadiamo, fosse più giovane dell’allora Bond ufficiale Roger Moore e avesse praticamente la stessa età di Daniel Craig oggi.

Negli anni Ottanta questa tendenza venne esasperata, così come la sua inconfondibile “s” apicale (anche questa non casuale: se rivedrete Licenza di uccidere in lingua originale, con buona pace del grande Pino Locchi, vi renderete conto di come riuscisse tranquillamente a nasconderla) e quell’immagine coltivata con cura quanto la sua barba. Connery era diventato un marchio, molto diverso da Bond. Era Sean Connery, non era più “quello là che faceva l’agente segreto”. Atmosfera zero (che chicca!), Highlander, Il nome della rosa, Gli intoccabili, Indiana Jones e l’ultima crociata, Sono affari di famiglia, Caccia a ottobre rosso, The Rock. Una serie di titoli per cui anche un attore giovane farebbe un patto col diavolo.

Indiana Bond e James Jones

Vorrei soffermarmi un secondo su Indy, non solo perché, come ho detto all’inizio, per me definì chi fosse Sean Connery. Ma anche perché la sua scelta come padre di Indiana Jones fu un tocco da maestro da parte di George Lucas e Steven Spielberg. Rivisti oggi, con gli occhi dell’adulto, gli Indiana Jones non sono altro che dei film di Bond se Bond fosse stato un archeologo americano negli anni ’30. Avere Bond come padre non solo putativo, ma biologico, di Indy, fu un lampo di genio meta-cinematografico, una specie di “in-joke” di cui solo gli appassionati potevano godere. Una di quelle cose che, quando arrivi a capirla, ti senti tutto ringalluzzito e ti dai di gomito con gli amici cinefili. Come quando sei l’unico a riconoscere un cameo al cinema, ma ancora più cool perché di mezzo ci sono James Bond e Indiana Jones.

Sean Connery era talmente Sean Connery che né lui né chi lo dirigeva ci provava più a mascherarlo da qualcun altro. E questo, giusto per fare l’avvocato del diavolo, può essere un problema per uno che ha fatto del mascherarsi da qualcun altro la sua professione. Connery era notoriamente terribile con gli accenti, tanto è vero che praticamente faceva sempre lo scozzese anche quando faceva l’alieno che si fingeva egiziano che si fingeva spagnolo. Eppure proprio il ruolo di Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez in Highlander dimostra come, se sei un grande attore e hai un magnetismo naturale capace di regolare le maree, se hai insomma il “quid” della vera star, i dettagli perdono importanza e rimane solo il mito.

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