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Il ritorno dell’action italiano: la recensione de La Belva

Il ritorno dell’action italiano: la recensione de La Belva

Di Marco Triolo

Negli ultimi anni, il cinema italiano ha riscoperto piano piano il genere. Lo chiamavano Jeeg Robot ha segnato un punto di svolta, dimostrando che era possibile realizzare un film italiano di supereroi che non fosse una pallida imitazione di modelli esteri, ma li prendesse a riferimento per poi incanalarli in una visione prettamente italiana.

In questo panorama, il ruolo di Matteo Rovere, sia come regista (di Veloce come il vento e Il primo re, per dirne due) che di produttore (la trilogia di Smetto quando voglio, la serie Sky Romulus) sta emergendo come centrale nel risveglio delle coscienze di chi, cresciuto con un certo tipo di cinema di genere, americano ma non solo, lo vorrebbe anche fare nel nostro Paese.

C’è ancora lo zampino di Matteo Rovere dietro La Belva, opera seconda di Ludovico Di Martino, regista di SKAM Italia. Di Martino ha scritto la sceneggiatura con Claudia De Angelis e Nicola Ravera, da un soggetto concepito dai tre insieme ad Andrea Paris. Una squadra che guarda decisamente al cinema action americano ma anche francese, specialmente nella scelta delle location.

Una città senza nome

Perché La Belva si svolge in una “città” mai nominata (sembrerebbe Roma, ma è anche una babele di accenti diversi) e le location vanno di conseguenza. Ci sono molte riprese con il drone di paesaggi urbani dal sapore molto europeo, tanti palazzi di vetro e grattacieli che, probabilmente, sono stati scelti per evocare un feeling meno “italiano” possibile (Stanis La Rochelle ne sarebbe fiero). La stessa stazione di polizia, con i suoi interni freddi e professionali e il modo in cui vi si lavora – il vice-questore ha a disposizione una squadra di agenti in borghese che sembrano usciti da CSI – è straniante, non ha appigli alla realtà o per lo meno al solito stereotipo delle stazioni di polizia nostrane. È tutto deliberato e punta a una stilizzazione forte che rimanda a cose non italiane. È un bene o un male? Rispondiamo in maniera diplomatica: è interessante. Ci vuole un po’ per abituarsi e forse la scelta toglie un po’ di quella italianità che invece Jeeg e Veloce come il vento coglievano pienamente come strada maestra per far attecchire il genere da noi.

Poi però entra in scena Fabrizio Gifuni, disturbato, violento, sporco e teso come una corda di violino, e tutti i pezzi vanno al loro posto. Non è che La Belva sia originalissimo come trama, ma la sa far funzionare bene con pochi elementi. Il veterano delle forze speciali con la PTSD che si vede rapire la figlia, sbrocca e decide di farsi giustizia da sé. La polizia che brancola nel buio, sospetta che lui stesso abbia inscenato il rapimento salvo poi doversi ricredere. Un traffico di esseri umani messo in piedi da un villain viscido che si circonda di scagnozzi che menano e sparano. C’è spazio, in tutto questo, per una parentesi famigliare con annesso figlio che deve riscoprire il legame con un padre che odia, ed è breve ma fatta piuttosto bene, credibile.

Un film “molto poco italiano”

Tecnicamente il film è ineccepibile. Dal trucco al sonoro, dalle coreografie agli inseguimenti in auto, tutto è fatto come si fanno i film nel resto del mondo (tranne che da noi, fino a poco fa). Anche qui, nulla per cui strapparsi i capelli, ma si tratta comunque di passi importanti verso un fine, che è quello di avere anche in Italia un cinema di genere popolare che non si vergogni di esserlo e, anzi, sia realizzato da persone che sanno quello che fanno.

Il finale, purtroppo, è un po’ tirato via, frettoloso nella risoluzione del conflitto chiave del film. Ma in definitiva La Belva è un action ben fatto, stiloso e trainato da un protagonista carismatico. Un’ora e mezza spesa bene. Peccato non averlo visto al cinema, ma lo trovate su Netflix.

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