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His House e l’orrore dei nostri tempi | Recensione

His House e l’orrore dei nostri tempi | Recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Il cinema di genere, ormai lo sappiamo, sa fotografare il presente con lo stesso acume di un documentario, talvolta risultando persino più efficace grazie all’impiego di codici narrativi facilmente riconoscibili. Ne avevamo già parlato nella recensione di The Platform, uscito sempre su Netflix: i generi esprimono una forza anarchica che non teme né il potere né lo status quo, mettendoli davanti a uno specchio “simbolico” per rivelarne i meccanismi oppressivi.

È proprio ciò che fa l’esordiente Remi Weekes in His House, intelligente rilettura di uno dei più classici tópoi dell’orrore (la casa infestata) dove i temi etnico-sociali non sono il consueto “metaforone”, ma risultano ben integrati nel racconto. Folk horror e free cinema convivono nella tragica vicenda di Bol (Sope Dirisu) e Rial (Wunmi Mosaku), che fuggono dalla guerra in Sudan con la figlia Nyagak, ma perdono quest’ultima durante la traversata del Mediterraneo sul barcone. In attesa del diritto di asilo, i coniugi ottengono un periodo di “prova” dal governo inglese: ricevono una casa disastrata nei sobborghi di Londra e un contributo economico settimanale, con il quale dovranno sopravvivere senza poter svolgere alcun lavoro. C’è però una strana presenza nella casa, nascosta dietro i muri e nelle tenebre, che sembra radicarsi nel passato di Bol; un passato che lui vuole dimenticare, mentre Rial non può lasciarselo alle spalle.

La coppia incarna due atteggiamenti opposti, gli stessi che probabilmente straziano l’anima dei migranti: da un lato c’è il desiderio di abbracciare una vita nuova (simboleggiata dall’uso delle posate al posto delle mani, ma anche dall’ossessione tutta occidentale per la casa come emblema del benessere), dall’altro c’è invece il legame indissolubile con la propria cultura, il sentirsi straniero in terra straniera. Le presenze che infestano la casa, insomma, sono le antiche vestigia del paese d’origine, spettri del passato – in senso letterale – che vengono a chiedere pegno. Molto più che nelle tradizionali storie di case infestate, Bol e Rial si sentono in trappola: non possono cambiare l’abitazione che il governo ha loro assegnato, e non trovano alcun supporto all’esterno. Il funzionario che segue il loro caso (Matt Smith) non fa altro che sottolineare quanto è grande quella casa – più della sua, ripete almeno due volte – mentre i vicini li trattano con disprezzo.

Un orrore doppio, che si consuma sia fuori sia dentro casa. Remi Weekes ci ricorda quanto sia violento strappare le proprie radici e trapiantarle altrove, soprattutto in un terreno arido che rifiuta il “diverso”. Le presenze danno corpo agli incubi della guerra e della fuga, al senso di colpa di chi è pronto a tutto per sopravvivere. Quando His House rivela la straziante verità sul passato della coppia, scopriamo che i risvolti sovrannaturali non sono certo i più spaventosi, poiché la realtà storica è molto più terrificante. Una realtà triturata dai telegiornali a cadenza quotidiana, che desensibilizza il pubblico e nasconde le tragedie umane insite in ogni sbarco. His House è un horror dal fascino metafisico, dove Weekes dimostra un grande talento nel mettere in scena visioni oniriche e allucinatorie, lavorando con arguzia sul dialogo tra passato e presente, tra flashback e narrazione principale. Eppure, i suoi deliri spettrali hanno sempre una premessa di realtà, sono l’espressione di un orrore tangibile.

Non è un caso che esso si manifesti di notte, in quella stessa oscurità che circonda i naufragi dei barconi nel Mediterraneo. Ai fini della tensione, Weekes usa il buio con maggior consapevolezza di molti altri horror contemporanei (tipo Lights Out, per intenderci), e genera suspence senza ricorrere agli espedienti più banali. Di fatto, His House ribalta il concetto di molte ghost stories: più che una casa infestata, un cuore infestato. Il cineasta inglese si inserisce così nel vivacissimo filone dell’horror Nero, lo stesso di Jordan Peele, Justin Simien e Nia DaCosta, che usa la speculazione fantastica per illuminare le discriminazioni razziali. Ciò che ne deriva è un film ben calato nei nostri tempi, dove non è il sonno della ragione a generare mostri, bensì l’assenza di empatia e solidarietà umana.

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