Gigi Proietti, un addio da mattatore

Gigi Proietti, un addio da mattatore

Di Lorenzo Pedrazzi

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Morire il giorno del proprio ottantesimo compleanno, e per di più nella festa dei defunti: Gigi Proietti avrebbe fatto volentieri a meno di quest’amara ironia, ma nel suo sberleffo finale – impossibile negarlo – c’è qualcosa di stranamente appropriato. Il grande attore romano se n’è andato da mattatore, cifra stilistica che ha segnato tutta la sua carriera, e che chiude la sua straordinaria parabola artistica con invidiabile coerenza.

Per chi era bambino negli anni Novanta come me, Gigi Proietti era soprattutto la voce del Genio in Aladdin, quell’intonazione variegata e giocosa che rivaleggiava la performance originale di Robin Williams. Ma era anche la calda voce del drago in Dragonheart, e naturalmente il Maresciallo Rocca sulla RAI. Essendo una delle fiction di maggior successo a cavallo del nuovo millennio, Il Maresciallo Rocca ha portato Gigi Proietti nelle nostre case su base settimanale, rendendolo un volto familiare anche per chi, ancora giovane, sapeva poco o niente dei suoi successi teatrali, cinematografici e televisivi. Rocca e Proietti erano una cosa sola, e il carisma del mattatore oscurava persino i limiti della serie: ancora oggi – perché le repliche del Maresciallo Rocca non si sono mai esaurite – l’interpretazione del protagonista sorprende per l’ampiezza dei toni espressivi, e per la capacità di adattare la sua ironia sorniona a una figura tipicamente autoritaria.

Paradossalmente, era sempre la televisione a correre in nostro soccorso per esplorare la carriera del grande attore. Blob, ad esempio, incastonava spesso qualche spezzone con Gigi Proietti nei suoi montaggi satirici, producendo senso grazie all’accostamento di scene molto diverse tra loro. E allora, anche gli spettatori meno navigati potevano scoprire gioiellini di questa levatura:

Febbre da cavallo di Steno (1976) resterà sempre uno dei film più memorabili con Proietti, in grado di guadagnarsi una fama “di culto” come poche altre commedie italiane. Ma le rubriche nostalgiche della RAI (come Fuori orario – Vent’anni prima) ripescavano anche i suoi numerosi contributi alla rete nazionale, tra cui lo sperimentale Sabato sera dalle nove alle dieci, il varietà Fantastico 4 e lo sceneggiato salgariano Le tigri di Mompracem, due anni prima dell’arrivo di Kabir Bedi.

I più giovani, che lo conoscevano soprattutto per Rocca o la voce del Genio, potevano quindi scoprire le molte sfaccettature di un artista che assorbiva il clima del suo tempo, e lo rielaborava per deridere chi si prendeva troppo sul serio. Calato in profondità nell’ambiente teatrale italiano, sia quello “alto” sia quello “basso”, Gigi Proietti ne isolava gli stereotipi e li restituiva in forma di parodia, con una flemma che è storicamente sinonimo di romanità. Emblematica l’imitazione del cantante da night esistenzialista che si esibisce in “francese”:

O il poeta della serata culturale:

Eppure, la beffa era solo una delle molte sfumature che hanno dipinto la sua carriera. Proietti era anche un maestro di teatro “alto” (se proprio dobbiamo fare questa distinzione antiquata), avendo interpretato sul palcoscenico opere di Aristofane, Shakespeare, Dürrenmatt, Chiarini, Goldoni, Brecht e Moravia, giusto per citarne alcuni. Un’esperienza, la sua, che trasmetteva alle nuove generazioni con il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche del Teatro Brancaccio, di cui aveva assunto la direzione nel 1978 insieme a Sandro Merli. L’amore per Shakespeare lo ha invece portato a fondare il Silvano Toti Globe Theatre nel 2003, dirigendo persino una rappresentazione di Romeo e Giulietta nel 2017.

Quei bambini che negli anni Novanta restavano affascinati dalle voci del Genio e di Draco, insomma, hanno poi scoperto un intero universo racchiuso in un singolo artista, la cui eredità resta immortale. Gigi Proietti ha dimostrato che arte e intrattenimento non sono incompatibili, e che i confini tra “alto” e “basso” sono molto più tenui di quanto si pensi: di questo, e molto altro, gli saremo per sempre grati.

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