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Come Carlo Verdone imparò il cinema da Sergio Leone

Come Carlo Verdone imparò il cinema da Sergio Leone

Di Marco Triolo

C’è questa cosa che si dice spesso, parlando di nuovi attori o nuovi registi, insomma delle nuove leve di un’arte, o in particolare del cinema. Si dice: “Tizio è l’erede di Caio”. L’avrete sentita anche voi. “Tarantino è l’erede di Sergio Leone”. “Dwayne Johnson è l’erede di Schwarzenegger”. Affermazioni come queste tradiscono il bisogno, che si nasconde in ognuno di noi, di semplificare le cose, fare gli schemini, per rendere tutto più confortevole. Inutile dire che la realtà è ben più complessa di così e che definire qualcuno l’erede di qualcun altro va a discapito del diretto interessato, che magari avrebbe anche qualcosa di nuovo e originale da dire e che, se da un lato può essere lusingato dal paragone illustre, dall’altro potrebbe trovarlo limitante o fuorviante. Tanto più che, spesso, affermazioni di questo genere si basano su qualità puramente di superficie.

L’erede di Alberto Sordi e Sergio Leone

Carlo Verdone – di cui siamo qui a parlare, dato che ha appena raggiunto la ragguardevole cifra di 70 anni – è l’esempio perfetto di questo. È stato definito l’erede di Alberto Sordi (con cui ha pure lavorato in un paio di occasioni), per la sua capacità di fotografare in maniera grottesca l’italiano piccolo-borghese. E, per carità, non è mica sbagliato come paragone. C’è però da considerare che Verdone è autore a 360 gradi: attore, sceneggiatore, regista. Anche Sordi ha fatto tutto, ci mancherebbe, ma non da subito e non con gli stessi risultati di Verdone, tant’è vero che è stato e sarà sempre prima di tutto un grandissimo attore.

Perciò, già il fatto di definire Verdone “l’erede di Sordi” è inesatto. Per cogliere davvero l’essenza di Verdone-autore bisogna guardare oltre la recitazione. Ed è qui che entra in scena Sergio Leone. Ed è per questo che prima dicevo che paragoni di questo tipo sono spesso basati su dettagli di superficie. Perché dire che Verdone è l’erede di Leone è un’affermazione che, di primo acchito, pare bislacca anziché no. “In che senso?”, dice il nostro spettatore interiore. “Cioè uno faceva i western con Clint Eastwood e l’altro le commedie ambientate a Roma a Ferragosto”. “Vero”, risponde il critico cinematografico che è in noi (questo subconscio sta diventando parecchio affollato). “Però Verdone è, quasi letteralmente, l’erede di Leone” (ciao Quentin).

Perché senza l’intervento di Sergio Leone, forse – e dico forse, in quanto non ho davanti una mappa dettagliata del multiverso e vai a sapere come le cose si sarebbero sviluppate, magari sarebbe intervenuto un altro famoso regista o Verdone si sarebbe auto-prodotto – forse, dicevamo, senza Leone la carriera da regista di Verdone non ci sarebbe stata. Fu proprio il regista de Il buono, il brutto, il cattivo a chiamare un giorno Verdone per invitarlo a casa sua, all’EUR.

A scuola di cinema

Da quel primo incontro, al quale Leone si presentò in vestaglia con l’attitudine “fottesega” tipica di chi, a 50 anni, ha già cambiato la storia del cinema, nacquero un’amicizia, una collaborazione e un’intesa che instradarono Verdone verso il successo di cui gode ancora oggi. Leone divenne il suo produttore, innanzitutto, ma anche un consigliere, un maestro. Fu lui a spingere Verdone a dirigersi da solo Un sacco bello (dopo il tentativo di coinvolgere Steno e Lina Wertmüller). Fu lui a insegnare il mestiere di regista al giovane comico, che veniva dalla TV e naturalmente non sapeva come fare un film.

E che storia, ragazzi. Cioè se devi farti insegnare il cinema in poco tempo, tanto vale fartelo insegnare dal migliore. Chi non vorrebbe SERGIO LEONE come insegnante privato? Verdone ha raccontato (in un’intervista su TV Sorrisi e Canzoni) di essere andato per cinque mesi tutte le mattine a casa di Leone, un corso intensivo da cui ha imparato tutto, “Dalla geometria delle inquadrature al montaggio, a come trattare con la troupe”. Ha definito Leone uno che sul set “faceva paura” ed era “autorevole e autoritario”.

Tra loro si instaurò un rapporto padre-figlio. Un po’ turbolento, sia chiaro: Leone lo prendeva a calci, lo costringeva a fare tre volte il giro di un palazzo di corsa pur di girare una scena con la giusta fatica in volto (successe sul set di Un sacco bello). Lo menava (con affetto, s’intende). Eppure allo stesso tempo era uno capace di andare a prenderlo in auto per portarlo sul set, e lo presentò di persona ai capi della Medusa per convincerli a produrre il suo primo film. Ci mise la faccia.

Un sodalizio umano e creativo

Non solo, ma, oltre a produrre Un sacco bello, Bianco, rosso e Verdone e Troppo forte, scrisse quest’ultimo insieme a Verdone, Alberto Sordi e Rodolfo Sonego. Un sodalizio personale ma anche artistico. All’atto pratico, i due realizzavano film molto diversi, ma che in comune avevano, come riconosce lo stesso Verdone, una certa malinconia dello sguardo. E dopo tutto, per quanto fossero calati in un paesaggio western, i personaggi di Leone erano fortemente romani.

In comune, Verdone e Leone (per tramite di quest’ultimo) avevano anche Ennio Morricone, che scrisse le musiche di Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone. E soprattutto Mario Brega, iconico volto del cinema di genere italiano, apparso nella Trilogia del Dollaro e in tutti i film di Verdone prodotti da Leone. Sullo schermo, Brega era praticamente un alter ego di Leone, barba bianca, occhiali, corpulento. Verdone racconta che dovette faticare per convincerlo a recitare la famosa battuta “So’ comunista così” in Un sacco bello, perché Brega in realtà aveva simpatie di destra e avrebbe preferito il braccio teso al pugno chiuso.

Verdone racconta anche che, in occasione di quel famoso primo incontro, Leone lo squadrò in silenzio per qualche minuto, dicendogli infine: “Io devo ancora capi’ perché me fai ride”. E da questo mistero, forse, nacque qualcosa di speciale.

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