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Welcome to the Blumhouse: la recensione della serie antologica Amazon Prime

Welcome to the Blumhouse: la recensione della serie antologica Amazon Prime

Di Marco Triolo

Le piattaforme streaming stanno fornendo nuove possibilità in termini creativi e riducendo la distanza tra cinema e serialità. Sempre più spesso sentiamo dire che “quella serie sembra un film a puntate”. Questo perché le serie vengono concepite per il binge-watching, e dunque si stanno perdendo le strutture necessarie alla serialità su base settimanale. Insomma, realtà come Netflix, Disney+ e Amazon Prime Video stanno aprendo nuove strade espressive e trasportando la narrazione audiovisiva verso il futuro. Questo è innegabile.

Altrettanto innegabile, però, è il fatto che tutti i grossi cambiamenti avvengono lentamente e le tradizioni sono dure a morire. O, per meglio dire, a volte pensi di stare facendo qualcosa di nuovo e invece caschi in formule vecchie solamente “abbellite”. È purtroppo questo il caso di Welcome to the Blumhouse, una serie di film (saranno otto, ma ne sono usciti quattro) prodotti dalla celebre casa di produzione di Jason Blum, “il Roger Corman del 21° Secolo” (non è una citazione, mi sto auto-citando) per Prime Video. Il panorama del 2020, dominato dalla pandemia e dallo “stare a casa”, si rivelato terreno fertile per un’operazione come questa. La logica di Blum è impeccabile: la gente non potrà andare al cinema, portiamo il cinema a casa loro ma senza sacrificare i nostri titoli grossi.

Il ritorno dei film per la TV

In altre parole, signore e signori, Welcome to the Blumhouse è il ritorno di una cosa che, in realtà, non se ne è mai davvero andata: il film per la TV. Saranno pure confezionati ad hoc, con lo stile fluido e, perdonate, “stiloso” tipico dei prodotti Blumhouse per il cinema, come il recentissimo L’uomo invisibile, ma sempre film per la TV sono. Il che, appunto, è ironico, considerando che lo streaming magari non è cinema, ma non è nemmeno TV.

Probabilmente questo giudizio nasce anche da una certa delusione: personalmente mi aspettavo quattro horror brevi ma sul pezzo, e invece la serie antologica (se così la possiamo chiamare) tocca l’horror poco e a volte male, e sembra pensata per far capire, in maniera maldestra, che Blumhouse non è “solo” una casa di produzione di horror, ma aspira a qualcosa di più. Il che va benissimo, intendiamoci, ma forse non era il caso di comunicarlo con un progetto così sbrigativo e lanciato solo per battere cassa in un momento come questo.

Il lato positivo

Archiviate le considerazioni pragmatiche, va detto che non è assolutamente tutto da buttare. Di quattro film, due raggiungono una buona sufficienza. Si tratta di Nocturne, storia di ambizioni e patti satanici in un conservatorio, che vede al centro una faida tra sorelle gemelle per primeggiare nel mondo della musica classica. E di Black Box (alias Ritrova te stesso), incentrato su un uomo (Mamoudou Athie) che, dopo un incidente in cui ha perso la moglie, si sottopone a una cura sperimentale in realtà virtuale per cercare di recuperare la memoria. Se fosse Inception lo definiremmo un thriller nelle architetture della mente, e non a caso il protagonista si chiama Nolan. Black Box è decisamente il titolo migliore dei quattro, una storia di fantascienza semplice ma ben costruita e con un cast interessante, su tutti Phylicia Rashad (la Clair dei Robinson) nei panni di una scienziata con ambizioni e hybris da vendere. Ma alla fine nemmeno Black Box risulta memorabile: pare quasi una sceneggiatura scartata da Black Mirror che ha dovuto trovare un’altra strada.

Il lato negativo

La metà peggiore di Welcome to the Blumhouse è costituita da La bugia (The Lie), un thriller morale in cui una coppia di genitori (Mireille Enos e Peter Sarsgaard) fanno di tutto pur di proteggere la figlia (Joey King) dopo che questa ha spinto una compagna di classe giù da un ponte per futili motivi. E da Evil Eye, che invece vorrebbe essere una sorta di thriller sovrannaturale su predestinazione ed eterno ritorno, impregnato di mitologia e religione indiana. E finisce invece con l’essere solamente un noioso melodrammone a sfondo famigliare, lento e prevedibile fino all’ultimo.

E dire che l’idea di fornire uno “stock” di film per lo streaming non è affatto male. Lo farà presto Steve McQueen con Small Axe, la cui ambizione è, appunto, rendere sempre più indistinto il confine tra serie antologica e cinema, ovvero quella cosa che dicevamo all’inizio sullo streaming. Peccato che Welcome to the Blumhouse cada invece nella categoria “dove la piazziamo questa roba?”. Attendiamo gli altri quattro film, in arrivo nel 2021, per scoprire se, magari, stavolta ci è solo capitata una mano sfortunata.

Se volete saperne di più sui singoli episodi di Welcome to the Blumhouse, qui potete vederne i trailer.

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