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Storia d’amore e di fantasmi: la recensione di The Haunting of Bly Manor

Storia d’amore e di fantasmi: la recensione di The Haunting of Bly Manor

Di Lorenzo Pedrazzi

Suonerà un po’ scontato citare quella frase resa celebre da David Foster Wallace, ma The Haunting of Bly Manor dimostra letteralmente che “ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”. Se la prima stagione di questo progetto antologico targato Netflix – ovvero The Haunting of Hill House – usava gli spettri come propulsore di un dramma familiare, la seconda ne giustifica l’esistenza in un melò romantico, o meglio, un gothic romance. Non a caso, stavolta il creatore Mike Flanagan prende spunto da Il giro di vite di Henry James, classico del 1898 che, insieme al romanzo di Shirley Jackson da cui è tratta la prima stagione, rappresenta uno dei vertici più alti mai raggiunti dalla letteratura di fantasmi.

Lo stesso Flanagan scrive e dirige il primo episodio, impostando sia il contesto sia l’intreccio: come nell’opera di James, anche qui troviamo una cornice da cui parte il racconto, e una narratrice che riunisce il proprio uditorio attorno al fuoco, di sera, secondo un’antica tradizione anglosassone legata soprattutto al Natale. Ci addentriamo così nella vicenda di Dani Clayton, giovane insegnante americana che si è trasferita a Londra da alcuni mesi, perseguitata da una strana figura che le appare in ogni superficie riflettente. Siamo negli anni Ottanta degli yuppie, e il ricco avvocato Henry Wingrave, la assume per fare da istitutrice ai nipotini Miles e Flora, orfani da poco – i genitori sono morti durante un viaggio in India – e residenti a Bly Manor, la sontuosa residenza estiva di famiglia. Qui, Dani conosce la governante Mrs. Grove, il cuoco Owen e la giardiniera Jamie, oltre ovviamente ai due bambini. Sono proprio questi ultimi a intimarle di non uscire dalla sua stanza durante la notte, ma non le spiegano il motivo e Dani non dà troppo peso al loro consiglio. A Bly, però, si aggirano strane presenze che l’insegnante non sa spiegare, e che rimandano all’istitutrice precedente, Miss Jessel, e all’assistente di Wingrave, il cinico Peter Quint.

Chi ha letto Il giro di vite riconoscerà senza dubbio l’ossatura del romanzo, a cui l’adattamento resta più fedele se paragonato alla trasposizione di Hill House. In questo caso, però, Mike Flanagan e i suoi autori espandono la trama con altri racconti di James, come L’angolo felice, Lo scolaro e La romanzesca storia di certi vecchi vestiti, che “puntellano” l’intreccio e aggiungono dettagli. Si tratta per lo più di vaghi riferimenti narrativi (la storia del doppelgänger ne L’angolo felice, il rapporto tra mentore e allievo ne Lo scolaro), poiché la serie sceglie una strada in gran parte originale, ma ispirata alla poetica dello scrittore americano. I fantasmi di Bly Manor sono infatti radicati nella quotidianità dei personaggi, dilatano il reale oltre i suoi confini abituali: sono un complemento della realtà, non un corpo estraneo. Essi si nascondono tra le pieghe della normalità, e quando emergono in superficie balenano soltanto alla periferia dello sguardo. Nella maggior parte dei casi, gli spettri convivono con i viventi, e rappresentano un’estensione dell’esperienza umana. Per questo, in The Haunting of Bly Manor non c’è quasi mai spazio per i jump scare: i fantasmi non hanno alcun motivo di apparire all’improvviso, semplicemente perché sono già lì. Relegati in un angolo, o sullo sfondo, smarriti e disorientati dalla loro stessa condizione.

Anche Hill House celava i fantasmi nelle inquadrature, ma essi occupavano molto più spesso il campo visivo dello spettatore (e dei personaggi); si comportavano da padroni di casa, mentre in The Haunting of Bly Manor sono come ospiti discreti. Quest’ultima, insomma, è una stagione meno “spettacolare”, ma più sottile sul piano delle atmosfere, e nell’inquietudine che costruisce di episodio in episodio. È anche meno sorprendente, questo sì: i colpi di scena sono più contenuti, e non altrettanto spiazzanti. Contribuisce a tale sensazione il fatto che Flanagan, impegnato in altri progetti, abbia diretto solo il primo episodio. Senza gli ipnotici virtuosismi della scorsa stagione, la regia mantiene un rigore che, nella sua classicità, è forse più adatto a trasporre Henry James: meno movimenti di macchina, più giochi di montaggio ed effetti on camera.

In virtù di questi fattori, sia The Haunting of Hill House sia The Haunting of Bly Manor prendono le distanze dal cinema horror più commerciale, in primis quello targato Blumhouse (con cui pure Flanagan ha lavorato). Il rifiuto delle soluzioni “facili” avvicina quindi la serie al retaggio degli horror d’autore, senza la paccottiglia visiva che inquina molti film di fantasmi recenti: gli spettri sono infatti un mezzo della narrazione, non un fine. Rappresentano le afflizioni umane, di ogni drammaticità e grado, dalla malattia mentale alla nostalgia, dall’alienazione al lutto (che talvolta permettono di elaborare). Non a caso, The Haunting of Bly Manor recupera uno dei tratti più caratteristici della letteratura spettrale, troppe volte dimenticato dalle produzioni recenti – ma non, per dire, dallo splendido A Ghost Story di David Lowery: il fatto che lo spettro sia libero dalle catene del tempo, e possa esistere contemporaneamente in epoche diverse, in vari momenti della sua vita passata, o che sia intrappolato in un loop senza fine. Ben lungi dal ritrarre i fantasmi come “mostri”, la serie li tratta con tenerezza. Empatizza con loro.

Stesso discorso per i personaggi, che si muovono quasi tutti in zone grigie, senza distinzioni manichee tra bene e male. Forse non si raggiunge lo stesso grado di simpatia di Hill House, ma l’arco narrativo dei protagonisti restituisce loro una chiusura soddisfacente, dove i fantasmi danno voce alla mancanza della creatura amata. E allora è proprio vero che ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, perché l’amore si alimenta nell’assenza, e lo spettro di quell’assenza ci perseguita in ogni volto, in ogni specchio, in ogni eco. L’unica cosa che possiamo fare è lasciare la porta socchiusa, sperando nel ritorno di quei passi familiari.

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