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Quibi, il tramonto di una piattaforma nata nel momento sbagliato

Quibi, il tramonto di una piattaforma nata nel momento sbagliato

Di Lorenzo Pedrazzi

Se non ci fossero in gioco dei posti di lavoro, l’amara sorte di Quibi potrebbe suscitare una certa ironia, come ha già fatto nei mesi passati. Sei mesi, per la precisione: tanto è durata la sua parabola nel firmamento dello streaming, esauritasi in questi giorni con la chiusura del servizio.

Jeffrey Katzenberg e Meg Whitman, fondatori di una start-up che voleva essere rivoluzionaria, hanno scritto una lettera agli investitori, impiegati e partner dell’azienda, spiegando mestamente che cercheranno una nuova casa per le serie originali di questa sventurata piattaforma:

Il nostro obiettivo, quando abbiamo lanciato Quibi, era creare una nuova categoria d’intrattenimento di breve durata per i dispositivi mobili. Nonostante le circostanze non fossero quelle giuste perché Quibi potesse affermarsi come compagnia autonoma, la nostra squadra ha realizzato gran parte degli obiettivi prefissati, e siamo tremendamente orgogliosi del premiato e innovativo lavoro che abbiamo prodotto, sia in termini di contenuti originali sia per la tecnologia intrinseca della piattaforma. Nei prossimi mesi lavoreremo duro per trovare dei compratori che siano in grado di valorizzare il pieno potenziale di queste preziose risorse.

Di fatto, il tonfo di Quibi è ancora più rumoroso se consideriamo il passato dei suoi creatori: Katzenberg è uno dei fautori della resurrezione della Disney tra gli anni Ottanta e i Novanta (si deve a lui, ad esempio, la partnership della Casa di Topolino con la Pixar), e inoltre ha fondato la DreamWorks con Steven Spielberg e David Geffen; mentre Whitman vanta una grande esperienza nel settore tecnologico, essendo stata per anni alla guida di eBay e Hewlett Packard. Con questi nomi, un elenco di investitori eccellenti, un’idea potenzialmente buona e grandi registi coinvolti nei prodotti originali, Quibi pareva destinata al successo. Cos’è andato storto?

Ebbene, Jeffrey Katzenberg e Meg Whitman lo dicono molto chiaramente nella loro lettera:

Quibi non ha avuto successo. Presumibilmente per una di queste due ragioni: perché l’idea stessa non era abbastanza forte da giustificare un servizio streaming autonomo, o per il nostro tempismo. Purtroppo non lo sapremo mai, ma sospettiamo che sia stata una combinazione delle due cose. Il lancio durante una pandemia è qualcosa che non avremmo mai potuto immaginare, ma altre aziende hanno affrontato queste sfide senza precedenti e se la sono cavata. Non non ne siamo stati capaci.

Insomma, i Monty Python direbbero che “nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola”, e lo stesso vale per la pandemia di Covid-19. In questo, Katzenberg e Whitman non hanno colpe: si trattava della piattaforma giusta nel momento sbagliato. La data di lancio del 6 aprile era stata scelta ormai da tempo, e Quibi si è ritrovata in pieno lockdown con un servizio paradossalmente inadeguato alle esigenze degli spettatori chiusi in casa: parliamo infatti di una piattaforma concepita per i dispositivi mobili, smartphone in primis, con l’idea di essere fruita in viaggio, sui mezzi pubblici, alla fermata dell’autobus e così via. Non solo l’interfaccia era plasmata sugli schermi degli smartphone, ma gli show erano composti da episodi di 8-10 minuti, perfetti per gli spostamenti brevi e i tempi d’attesa dei mezzi. Il servizio è corso ai ripari con la soluzione più ovvia, rendere disponibile la piattaforma anche sui televisori, ma questo ha snaturato l’idea di partenza.

50 States of Fright
Un fotogramma dal pilot di 50 States of Fright, serie prodotta da Sam Raimi per Quibi

C’è anche da considerare un altro fattore, non certo trascurabile: Quibi era il proverbiale “vaso di coccio in mezzo a tanti vasi in ferro”, come avrebbe detto Manzoni. Pur senza negare gli indubbi sforzi produttivi, il catalogo era troppo limitato per giustificare la conferma dell’abbonamento dopo i generosissimi tre mesi gratuiti (al termine dei quali, non a caso, molti utenti si sono dileguati). Peccato, perché i nomi di prestigio non mancavano: Katzenberg era riuscito ad assicurarsi registi, attori e produttori di primissimo piano per gli show di Quibi, tra cui Guillermo del Toro, Sam Raimi, Catherine Hardwick, Steven Spielberg, Paul Feig, Anna Kendrick, Laurence Fishburne e Don Cheadle. Ora, però, il futuro delle serie a cui stavano lavorando – o che avevano già debuttato sul servizio – è incerto.

E altrettanto incerto è l’avvenire di questo insolito metodo produttivo, che ha spiazzato e incuriosito sia gli utenti sia i cineasti. Essendo concepite per gli smartphone, le serie Quibi potevano essere fruite sia con lo schermo in orizzontale sia in verticale, ma in quest’ultimo caso l’immagine si restringeva sul focus principale dell’inquadratura, con effetti inusuali che mutavano la percezione dell’opera. Il seguente video è utile per farsi un’idea:

Per intenderci: se l’inquadratura era in campo totale, girando lo schermo in verticale l’immagine si sarebbe ristretta sul personaggio (quello che stava parlando, qualora nello spazio diegetico ce ne fosse stato più d’uno). La transizione era istantanea, e talvolta sembrava quasi di passare da una regia tipicamente hollywoodiana a una di stampo più intimista, anche se di fatto era semplicemente un’inquadratura tagliata. È stato questo, forse, il contributo più innovativo di Quibi al panorama odierno: i tempi cambiano, gli strumenti anche, e le modalità di fruizione devono adeguarsi.

L’avventura della piattaforma è durata un soffio, gravata da circostanze sfavorevoli ed errate strategie commerciali, ma potrebbe fare da modello (non totalmente negativo) per le prossime start-up. Ammesso che sappiano imparare dai fallimenti altrui, e non è scontato.

Fonte: ComicBook.com

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