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Il Problema della Porta

Il Problema della Porta

Di Roberto Recchioni

Sono alcuni giorni che non faccio altro che leggere analisi di settore, dati e proiezioni.
Il perché è presto detto: non capisco e cerco di capire cosa sta succedendo nel settore cinematografico occidentale e perché ci sono così tante contraddizioni?

Com’è possibile che da una parte la più grande catena cinematografica statunitense (la AMC), recentemente rifinanziata, ha affermato che entro sei mesi sarà in bancarotta se la situazione non cambierà (o se non riceverà sostanziosi aiuti), mentre dall’altra parte le major rimandino le loro pellicole più attese di sei mesi o di un anno?

Com’è possibile che mentre le cassandre ci raccontano la morte del cinema come lo abbiamo sempre conosciuto, e mentre non esiste un orizzonte certo per la distribuzione dei film nel prossimo anno a venire, dall’altra parte i set siano stati tutti riaperti e il numero di produzioni in cantiere sia esploso?

Com’è possibile che mentre il mercato interno cinese esplode, facendo incassi da record grazie alle sale, negli USA piazze fondamentali come New York e Los Angeles siano ancora chiuse e che, nel resto del territorio, le sale aperte non abbiano nulla di nuovo da proiettare?

Come detto, ci ho pensato sopra. Ci ho pensato sopra tanto.
E ho capito che questa situazione è il corrispettivo di Rose, Jack e della porta galleggiante.
Avete presente il finale di Titanic, vero? Rose è su una porta che galleggia nel mare. Jack è accanto a lei, nelle acque gelide dell’Atlantico. Rose prova a far salire Jack sulla porta ma rischiano di affondare entrambi, allora (dopo un solo tentativo), desiste, lasciando il suo grande amore a morire.

Ecco, le major cinematografiche sono Rose, le grandi catene di sale sono Jack, la porta sono le catene di distribuzione e quel singolo, fallimentare tentativo, è Tenet.
Cerco di spiegarmi.

Le grandi major e le compagnie di distribuzione vogliono che l’attuale sistema delle sale muoia e che, con esso, vadano a picco tutte le società a esso collegate?
No. Ma tra vivere da sole o morire assieme, hanno scelto di vivere.
Perché tanto, presto o tardi, la vita ricomincerà e arriverà un nuovo grande amore, un nuovo Jack.
In parole povere: le catene di sale cinematografiche sono fortemente colpite, fortemente esposte e hanno bisogno di un’entrata costante di denaro contante per sostenersi. In sostanza, hanno la stretta necessità che la gente esca di casa e vada a spendere i soldi nei loro esercizi tutti i giorni.

Le major e i distributori sono meno dipendenti dalle entrate costanti di flussi di denaro. Sono meno esposte, hanno le spalle più larghe e, soprattutto, hanno un modello economico diverso che non si basa sull’incasso giornaliero. Sono aziende più abituate a investire sul lungo periodo e con margini di guadagno sensibilmente diversi che spesso, più che dalla produzione complessiva, dipendono dall’esito di poche pellicole all’anno, che sostengono tutte le altre.
Rimandare l’uscita di un film importante per una major e per una distribuzione non è necessariamente una perdita. Di sicuro è rimandare un guadagno e scombinare i propri conti, ma non è matematicamente certo che questo si risolva in un danno. Fare uscire un film con certe prospettive (e necessità) di guadagno e vederlo fallire perché il sistema attuale non gli permette di fare soldi, è una perdita certa, invece.

Il precedente di Tenet ha stabilito che oggi il mercato non garantisce nemmeno vagamente le condizioni per sostenere gli investimenti fatti. Quindi, è meglio stringere la cinghia, tenersi le cose preziose in casa e rimandare le uscite. Sì, ma nel mentre, le sale cinematografiche muoiono, no?
Non proprio.

Muoiono quelli che oggi le sale cinematografiche le possiedono. Non il concetto di sala in quanto tale. Anzi, non è per nulla assurdo ipotizzare che quando la pandemia sarà superata (o quando si avrà la percezione che lo sia), la gente avrà una gran voglia di tornare a vivere e a divertirsi, e che le sale ritorneranno a riempirsi. Proprio come sta succedendo in Cina, dove i cinematografi sono aperti e ci sono film di forte richiamo per il loro mercato interno.

È quindi difficile ipotizzare che, tra qualche tempo, quando colossi come AMC saranno costretti a fare a pezzi le loro strutture e a venderle, nuove proprietà di faranno avanti per comprare a prezzi stracciati? No, non lo è. È la logica della shock economy ben esposta da Naomi Klein, quella che viene definita come “New Orleans Situation” dove il passaggio di Katrina è stato un’immane disastro per i soggetti economicamente più deboli ma un’opportunità di straordinario guadagno per i più ricchi.

In sostanza, che le sale cinematografiche siano di proprietà di X o di Y, alle major e alle distribuzioni importa molto relativamente. Che sia la American-Multi Cinema o un ipotetico circuito di sale di proprietà di Amazon, o di Apple, o di Google, o dell’Alibaba Group, cosa cambia in termini fattivi per le major? Poco, a meno che le nuove realtà non impongano di cambiare tutto il sistema (e quindi le ripartizioni del guadagno). Ma i futuri sconvolgimenti si affronteranno quando ci sarà la necessità di affrontarlo. Adesso, quello che è certo è che mandare un blockbuster in sala è condannarlo a una perdita certa. E allora, non lo si manda e punto. E pazienza se Jack finisce sul fondo del mare.

LEGGI ANCHE: Forse è davvero Time to Die

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