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Il Legame e la magia (nera) del Sud: la nostra intervista al regista Domenico de Feudis

Il Legame e la magia (nera) del Sud: la nostra intervista al regista Domenico de Feudis

Di Filippo Magnifico

Il Legame ha da poco fatto il suo debutto su Netflix, piazzandosi subito nella Top 10 dei contenuti più visti della piattaforma.
L’esordio nel mondo del lungometraggio di Domenico de Feudis sta riscuotendo un più che meritato successo. Con il suo horror, che trae ispirazione dalle pagine del celebre saggio di antropologia Sud e Magia di E. De Martino, questo giovane regista è riuscito a trasportarci in una Puglia inedita, ricca di credenze arcaiche, dove tradizioni popolari e rituali fanno da sfondo a una vicenda sospesa tra il realismo e la magia nera.
Abbiamo parlato con il regista di questo realismo, della genesi del film e di progetti futuri incentrati sul “lato gotico della Puglia”, messo bene in evidenza in questa opera.
Ecco la nostra intervista.

QUI trovate la nostra recensione

Parlaci del film, come nasce questo progetto? Quanto ci è voluto per renderlo concreto e come sono state le riprese?

Il progetto nasce dopo aver realizzato il cortometraggio horror “L’ora del buio” che mi ha permesso di partecipare a diversi festival in giro per il mondo e di presentare il mio progetto alle produzioni. HT Film e Indigo Film già mi conoscevano come assistente alla regia e quindi ho proposto loro il film. Non sapendolo ho scoperto che tra i loro progetti c’era l’idea di fare un film di genere horror e quindi mi hanno dato questa possibilità, facendo questa piccola virata che spero possa in qualche modo continuare.

Per questo progetto sono partito dall’idea di girare un horror che approfondisse tematiche universali come le relazioni familiari, ma che fosse radicato in un contesto nostrano ben specifico. Per questo ho voluto raccontare il paese in cui sono nato e cresciuto: la Puglia. È un luogo per me ricco di ricordi e ispirazioni. Io mi sono trasferito a Roma quasi 15 anni fa e quindi mi sono in qualche modo reinnamorato di questa terra. E ho cercato di studiarla e di visitarla, il più a fondo possibile.

Per rendere il film concreto ci sono voluti due anni, con una pandemia di mezzo. Ho iniziato a scrivere la storia agli inizi del 2018 e sono andato sul set a settembre 2019. Quindi è stato molto lungo e faticoso, ma soddisfacente. Le riprese sono durate cinque settimane e sono state molto intense, abbiamo girato spesso di notte e seguivamo dei ritmi serrati anche per i tempi lunghi degli effetti speciali e del makeup complesso.

È stato difficile trovare le location?

Durante la scrittura del film volevamo cercare una villa di riferimento per capire gli spazi e le situazioni dove collocare i personaggi. È quindi partita una ricerca approfondita sulla tipologia di villa che rispecchiasse i canoni locali pugliesi, che fosse riconoscibile in quel contesto e che fosse soprattutto inquietante.
Tramite google maps e agenzie immobiliari trovai la villa che è diventata poi la reference per la scrittura. Dopo mesi, durante la preparazione, consegnai quelle foto alla scenografa Eugenia Di Napoli e alla location manager Elettra Sparapano e riuscirono a trovare esattamente quella villa. Era in disuso e abbandonata da diverso tempo. Infatti hanno fatto un lavoro incredibile di ricostruzione e arredo, sia esterno che interno.

La Gravina di Laterza già la conoscevo ed è un posto che mi ha sempre ispirato, come le grotte rupestri e gli uliveti millenari del sud barese.

E il cast?

L’idea di Mia Maestro e Riccardo Scamarcio è una proposta della produttrice del film Viola Prestieri. Devo dire che l’ho sposata subito, sono entrambi attori bravissimi, che hanno una filmografia molto importante, con registi di fama internazionale. E loro mi hanno aiutato parecchio ad impostare il film in un certo modo.
Non avendo riferimenti italiani moderni riguardo la recitazione nel genere mi sono affidato a loro e in questo mi hanno aiutato.

Per il ruolo di Sofia abbiamo fatto diversi provini con la casting Manuela De Santis, ma Giulia Patrignani ci è piaciuta sin da subito. È un’attrice bravissima e speciale, capace di cambiare intensità e di reggere benissimo scene drammatiche e di paura.

Mentre per il resto del cast abbiamo fatto una ricerca mirata principalmente al teatro e ho avuto la fortuna di lavorare con Federica Rosellini che è un attrice di teatro incredibile e con Mariella Lo Sardo che ha dovuto interpretare un ruolo molto rischioso e complesso.

Il ricordo più bello legato alle riprese?

Ricordo l’atmosfera che si è creata uno dei primi giorni di riprese, nella scena in cui Riccardo Scamarcio calpesta la tarantola. Abbiamo scoperto in quel momento dagli effetti speciali che la riproduzione della tarantola era stata utilizzata per L’Aldilà! Di Fulci. Attori, produttori e troupe che osservavano l’attrezzista manovrare quell’oggetto come una reliquia. Incredibile.

Girare un horror è molto divertente proprio perché ti permette di utilizzare effetti speciali e prostetici. Mi è piaciuto molto seguire la parte tecnica delle prove di trucco e dei prostetici per capire l’ingegno che ci mettevano per realizzarli e studiare i materiali.

Ci sono titoli in particolare a cui ti sei ispirato per questa pellicola?

La mia idea era di mescolare alcuni film di genere iconici con quelli più moderni e che mi appassionano. E sono partito da Get Out di J. Peele: quindi non caratterizzare l’horror nei suoi stilemi classici ma approfondire una realtà in un crescendo di tensione.

Invece riguardo il contesto della magia cerimoniale e del cattolicesimo rurale la mia fonte di ispirazione principale è stata Il Demonio di Brunello Rondi del 1963. Vinse l’Orso D’Argento a Berlino ma fu aspramente criticato e censurato in italia. È un horror a tutti gli effetti (Friedkin secondo me si è ispirato per alcune scene de L’Esorcista) ma è anche un film che racconta in maniera approfondita la realtà che De Martino in quel periodo stava studiando con la sua spedizione etnografica nel Sud Italia.

I rituali, le preghiere, i sentimenti torbidi, l’invidia, la protezione familiare, sono tutte tematiche centrali in quel contesto e nel film di Rondi e in qualche modo io ho cercato di ricalcarle a modo mio nel film, senza ovviamente la pretesa di fare un saggio antropologico.

Poi aggiungo anche l’iconico film Non si sevizia un Paperino di Fulci, che genera questo thriller horror di tensione con un respiro internazionale e con l’idea di caratterizzare l’horror tra le campagne e i piccoli paesi, cosa che negli anni 70 era impossibile. Quasi tutti i film erano girati in città.

La storia è molto radicata nel folclore del Sud Italia, i riti che vediamo nel film sono “veri”?

I rituali, le preghiere, gli strumenti, i legni mischiati ai capelli, hanno tutti un richiamo alla cultura della magia cerimoniale pugliese e lucana. Ho cercato di dare un senso a quei rituali e alle conseguenze che ne scaturiscono grazie ai racconti popolari e ai saggi antropologici.
Successivamente ho cercato di riadattarli nell’orrorifico, traendo spunto dalle sequenze dei classici del cinema di genere che mi appassionano, moderni e non.

Senza svelare il finale, possiamo dire che hai lasciato la porta aperta per un sequel, hai già qualcosa in mente?

Onestamente non ho ancora avuto modo di pensarci. Ho delle idee e ho raccolto dei fatti di cronaca dell’epoca sempre legati a quella realtà, ma devo ancora mettere insieme i pezzi.

I titoli di coda del film sono bellissimi, quelle foto sono vere?

Quelle foto fanno parte principalmente dello studio etnografico di De Martino per il libro “Sud E Magia”. Il fotografo Franco Pinna è riuscito a catturare quelle realtà così crude e potenti con delle foto davvero incredibili e molto affascinanti.
Ho provato a stimolare lo spettatore in maniera retroattiva, così da potergli far capire che quello che aveva visto fino a quel momento nel film aveva un’ispirazione ben specifica dove ho cercato di dargli spessore.
Spero che quelle foto incuriosiscano lo spettatore in quel senso.

Il Legame rappresenta il tuo esordio nel mondo del lungometraggio ma hai già lavorato come assistente alla regia per grandi nomi come Paolo Sorrentino, Valeria Golino, Francesca Comencini e molti altri. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?

Sono tutti registi che hanno realizzato delle opere per me incredibili, con enormi capacità di messa in scena e di direzione degli attori. Purtroppo l’assistente alla regia ti permette solo in parte di poterli osservare e in quei pochi ritagli di tempo ho cercato di studiarli quanto più possibile. Poi tra lo studio e la messa in pratica c’è un oceano di mezzo.
Però lavorare come assistente mi ha anche permesso di capire meglio le dinamiche di produzione di un film, dei reparti e le tempistiche del set.

Parlaci dei tuoi progetti futuri, hai altre storie pronte? Hai intenzione di soffermarti ancora su quello che si potrebbe definire “gotico pugliese”?

Ho delle storie pronte che riguardano sempre la terra in cui sono nato e cresciuto e le sue molteplici realtà. In italia siamo ricchi di questi contenuti e non vengono mai sfruttati in ambito cinematografico. Spero di poterle esplorare quanto prima, mi piacerebbe che ci fosse una sorta di filone nostrano dedicato ai film di genere in grado di stimolare anche lo spettatore alla conoscenza del nostro paese e della nostra cultura.

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