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Ratched Begins: la recensione della serie Netflix ispirata a Qualcuno volò sul nido del cuculo

Ratched Begins: la recensione della serie Netflix ispirata a Qualcuno volò sul nido del cuculo

Di Lorenzo Pedrazzi

Le storie di origini sono una delle più grandi ossessioni degli anni Duemila, e non è difficile spiegarne i motivi: raccontare la genesi di un personaggio “iconico” (o presunto tale) significa rievocare un immaginario che gli spettatori conoscono bene, ma con la libertà di reinventarlo a modo proprio, senza gli elementi più onerosi o inaccessibili. Per capirci, è stata appena annunciata una serie prequel di Robocop dedicata all’antagonista del film, personaggio di cui nessuno ricorda nulla, e questo la dice lunga sulla temperie dell’industria culturale.

Di questa tendenza, Ratched è uno degli esempi più paradossali. L’infermiera Mildred Ratched di Qualcuno volò sul nudo del cuculo è indubbiamente una figura importante, emblema di un modello femminile – la cosiddetta battle-axe della cultura anglosassone – che esercita un potere oppressivo e autoritario. Non si può dire, però, che superi la fama della pellicola in cui appare (come Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti), e definirla “uno dei personaggi più iconici del mondo” suona un po’ esagerato. Certo, l’American Film Institute l’ha messa al quinto posto nella classifica dei più grandi villain della storia, ma il suo ruolo nell’immaginario collettivo non è così radicato. Narrarne le origini, insomma, è soprattutto un modo per riproporre sul piccolo schermo i feticci di Ryan Murphy, uno degli autori televisivi più riconoscibili (nel bene e nel male) dei nostri tempi.

Ambientata nel 1947, quindici anni prima degli eventi del film (e del libro dai cui è tratto), la serie vede Mildred Ratched (Sarah Paulson) arrivare nel nord della California per lavorare in un rinomato ospedale psichiatrico, alle dipendenze del Dott. Richard Hanover (Jon Jon Briones). I suoi metodi includono la lobotomia e altre cure drastiche, considerate “innovative” nel trattamento dei disturbi mentali. Mildred si scontra subito con la zelante capoinfermiera Bucket (Judy Davis), gelosa della stima che Hanover nutre per la nuova arrivata. Intanto, l’istituto deve gestire un caso delicatissimo: Edmund Tolleson (Finn Wittrock) viene internato nell’ospedale dopo aver massacrato quattro preti, e Hanover deve stabilire se sia sano di mente; in tal caso, verrebbe condannato a morte per i suoi crimini, come spera il Governatore George Milburn (Vincent D’Onofrio) in clima di elezioni.

Questo, a grandi linee, è il contesto in cui si sviluppa la trama di Ratched, i cui legami con Qualcuno volò sul nido del cuculo sono talmente labili da passare ben presto in secondo piano. Anzi, per godersi lo show è meglio fingere che sia un prodotto originale, perché l’affilata denuncia sociale del romanzo di Ken Kesey lascia il posto a un thriller parossistico e kitsch, dove il cinismo si avvicina talvolta ad American Horror Story. Non è così fin dall’inizio: le prime due puntate, dirette con eleganza dallo stesso Murphy, hanno un taglio vagamente hitchcockiano che ricorda la vecchia Hollywood, nella costruzione delle inquadrature, nei movimenti di macchina e nell’impiego delle musiche (c’è persino il tema di Cape Fear composto da Bernard Herrmann). Dopo un prologo scioccante ed efficace, la trama si dipana per gradi, valorizzando i lati ambigui e le sfumature. Il cambio di passo del terzo episodio, però, lascia un po’ interdetti, ed è lì che Ratched opta per un tono diverso. L’ambiguità viene sostituita dal gusto per l’eccesso, dove trovano spazio dei momenti splatter che stridono con il contesto. Se si accetta il gioco, questa evoluzione può essere anche divertente nella sua assurdità, a patto però di dimenticare i legami col libro di Kesey e il film di Forman.

Si giunge a un punto in cui tutti complottano contro tutti, e la stessa Mildred fa il doppio, il triplo, il quadruplo gioco con chiunque: un intreccio che tutto sommato regge, ma suscita dei dubbi per la reiterazione degli stessi schemi nell’arco della stagione. Accade allora che, per far svoltare la trama nell’episodio finale, gli autori sfruttino soluzioni un po’ forzate, anche all’interno di una serie che ormai ha scelto l’eccesso come propria unità di misura. Ryan Murphy – che ha sviluppato lo show a partire dall’idea di Evan Romansky – ne approfitta per coltivare i temi che gli stanno più a cuore, e che spesso riflettono la sua esperienza personale: l’arrivo in una California ricca di promesse, l’amore per la Hollywood classica, la scalata al potere delle donne in un mondo di uomini, lo stigma sociale nei confronti dell’omosessualità. A tal proposito, la singolare ambientazione di Ratched gli permette di mettere in scena un’epoca in cui l’attrazione per il proprio sesso era considerata una malattia, e gente come Hanover cercava in ogni modo di “curarla”. Eppure, proprio l’omosessualità diviene simbolo di liberazione, al punto che Mildred e altri personaggi femminili precorrono i tempi molto più del “maschio bianco etero”, ancorato a logiche prevaricanti e reazionarie.

A non convincere del tutto, però, è proprio la costruzione della protagonista. In Qualcuno volò sul nido del cuculo, l’infermiera Ratched era il male cristallizzato nelle istituzioni, l’emblema di un orrore legalizzato che zittisce il dissenso ed emargina il “diverso”. Nella serie, invece, Mildred è presentata come un’outsider che entra nel sistema, e che talvolta assume persino dei tratti eroici, pur esercitando la compassione solo quando le fa comodo (o quando può empatizzare con la vittima). Inoltre, gli autori cadono in una trappola che ormai conosciamo bene: una donna non può essere abietta ed esecrabile se non ha un trauma alle spalle. Dev’esserci sempre una giustificazione psicologica – spesso semplicistica – per i suoi comportamenti disgustosi; come se fosse angelicata per natura, e venisse corrotta dagli eventi, dal mondo esterno, dalle azioni altrui. Quest’idea ritorna in Ratched, ma non aggiunge complessità al personaggio: anzi, se mai lo banalizza. Meno male che c’è Sarah Paulson, la cui interpretazione sfaccettata e nevrotica, capace di traslare senza sforzi dalla dolcezza alla furia vendicativa, è una gioia per gli occhi. Grande attrice, ruba la scena insieme alle scenografie visionarie di Judy Becker.


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