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L’educazione all’immagine che manca: Mignonnes e l’assurda polemica “Cancel Netflix”

L’educazione all’immagine che manca: Mignonnes e l’assurda polemica “Cancel Netflix”

Di Lorenzo Pedrazzi

In un mondo più giusto, ora staremmo parlando di Maïmouna Doucouré solo per le sue indubbie doti artistiche, soprattutto nel quadro di un cinema che annaspa alla ricerca di voci alternative. Non è questo il caso, però: Mignonnes, il suo primo lungometraggio, premiato per la regia al Sundance Film Festival, ha acquisito una fama indesiderata dopo le accuse di pedofilia da parte di provocatori reazionari, sostenitori di QAnon e opinionisti della domenica, nessuno dei quali ha realmente visto il film.

È bastato uno sciagurato poster di Netflix a scatenare le polemiche, in uno dei più clamorosi (e dannosi) errori di marketing della storia recente. Per chiarire il contesto: Mignonnes – o Cuties sul mercato internazionale – racconta la storia di Amy, undicenne di origini senegalesi che vive a Parigi con la madre e due fratelli più piccoli. La famiglia è musulmana, e il padre sta per tornare dal Senegal con una seconda moglie. Sottoposta a pressanti aspettative culturali, Amy sogna la stessa libertà delle sue coetanee, in particolare Angelica e le altre Mignonnes, una squadra di twerking che vuole partecipare a una gara di ballo. Proprio il twerking, con le sue mosse provocanti e i costumi succinti, diventa per lei un simbolo di evasione e trasgressione, lontano da quel clima opprimente che – soprattutto nella persona dell’anziana zia – vuole fare di lei una futura moglie devota.

Parliamo di un tipico film da festival, un ottimo dramma formativo che adotta un punto di vista cruciale nell’Europa contemporanea: quello degli immigrati di seconda generazione, divisi tra il contesto nazionale e l’ambiente familiare. Ma siccome c’è di mezzo la danza, Netflix ha pensato bene di promuovere Mignonnes con una locandina che fa il verso a Step Up o altri dance movie per adolescenti. Obiettivo mancato, trattandosi di un dramma sociale “d’autore”. Il punto però è un altro. Le protagoniste hanno undici anni, e il poster le ritrae in pose maliziose, con i loro abiti di scena: proprio ciò che vediamo nel film, ma senza il contesto poetico, registico e narrativo in cui le inserisce Maïmouna Doucouré. L’equivoco è palese, c’è una discrepanza tra il materiale promozionale e la vera natura del film, ma ben pochi si sono fermati a riflettere (o magari a leggere le recensioni giunte dal Sundance all’inizio dell’anno).

Ben presto, insomma, sui social media hanno tuonato le voci dell’indignazione popolare, i garanti del decoro e i paladini della morale. A poco sono servite le scuse di Netflix, che ha ammesso l’errore e sostituito la locandina con quella originale francese, molto più appropriata. Il masso stava già rotolando giù dalla collina, raccogliendo altri detriti fino a causare una frana. È nata così la campagna #CancelNetflix, con tanto di petizioni su Change.org e minacce di morte a Doucouré, finita improvvisamente sotto i riflettori per le ragioni sbagliate. Nemmeno dichiarazioni intelligenti come quelle di Tessa Thompson sembrano aver smosso gli oppositori, che peraltro ignoravano persino l’esistenza del film prima del poster.

Ma accusare Mignonnes di pedofilia è come vedere JoJo Rabbit e accusarlo di apologia nazista, o vedere Starship Troopers e incolparlo di militarismo. Nonostante metta in scena i balli espliciti di queste bambine, con costumi che ne scoprono il fisico acerbo, la regista intavola un discorso chiarissimo, mai ambiguo: ispirandosi alla sua stessa infanzia, Doucouré denuncia gli effetti dell’ipersessualizzazione del corpo femminile sulle ragazzine, indotte a credere che per diventare adulte sia necessario trasformarsi in oggetti sessuali. E cos’altro dovrebbero pensare, in un mondo che privilegia ancora lo sguardo maschile a ogni livello di comunicazione? Se Doucouré gira le scene di danza come in un videoclip, inquadrando da vicino gli scandalosi ancheggiamenti delle ragazzine, è per sbatterci in faccia una realtà che troppo spesso ignoriamo, e che diamo per scontata. «Ecco» sembra dirci la cineasta, «è questo che volevate?». Perché l’arte non può essere compiacente, deve mettere a disagio: solo così può davvero graffiare la testa e il cuore delle persone.

Ben lungi dall’essere appetibili (e ci mancherebbe altro), quelle inquadrature generano uno shock percettivo che agevola lo straniamento, indispensabile per riflettere sul problema dall’esterno. E lo stesso discorso vale per tutti i momenti in cui Amy si spinge anche oltre, nel disperato tentativo di dimostrarsi adulta: quando cerca di sedurre il cugino in cambio di uno smartphone, o quando usa lo stesso cellulare per scattare una foto intima. Il suo percorso è una graduale discesa agli inferi, fatta di comportamenti sempre più angosciati e lesivi del prossimo. Non si perde mai l’occhio critico, tant’è che la regista sceglie un finale un po’ semplicistico, dove il ritorno all’infanzia ha qualcosa di didascalico (anche se l’ultima inquadratura è molto bella). Una strategia necessaria per facilitare la comprensione del “messaggio”, ma che non è bastata a ripararla dalle critiche; anche perché, lo ripeto, spesso i detrattori non si prendono nemmeno il disturbo di vedere il film.

È evidente che manca un’educazione all’immagine, la capacità di decifrare un’opera visiva al di là della superficie, leggendone il registro e le implicazioni autoriali, sociali, psicologiche, culturali. Ma non solo all’immagine, in realtà: è forse un problema più ampio che riguarda la comprensione del testo. Ricordarsi che il punto di vista dell’autore e quello del personaggio – persino del narratore – possono differire, e che raccontare qualcosa non significa necessariamente condividerla. Tutto questo è carente negli oppositori di Mignonnes, anche in quelli che il film l’hanno visto. Il risultato è che un astro nascente della cinematografia internazionale viene accusata di sessualizzare i corpi infantili (ovvero, proprio ciò che lei stessa denuncia), mentre i difensori dell’opera vengono tacciati di pedofilia, secondo una logica delirante che dà voce solo ai preconcetti, non alla testa. La carriera di Maïmouna Doucouré non meritava di cominciare così, ed è nostro dovere supportarla perché possa continuare a esprimersi liberamente. Le dobbiamo almeno questo, come minimo.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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