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Space (soap) opera: la recensione di Away, serie Netflix con Hilary Swank

Space (soap) opera: la recensione di Away, serie Netflix con Hilary Swank

Di Lorenzo Pedrazzi

Come una bestiola circondata da predatori alfa, anche il melodramma è costretto a mimetizzarsi per sopravvivere. Se è vero che il genere “puro” è quasi scomparso dalle produzioni americane, la sua eredità si è trasferita altrove, dimostrando quanto esso sappia adattarsi ai tempi per rendersi fruibile dalle nuove generazioni. D’altra parte, il melò è anche il modo più semplice per dare spessore emotivo ai personaggi e alle loro relazioni: non c’è quindi da stupirsi che continui a esistere nelle opere fantasy, thriller, avventurose, catastrofiche e persino supereroistiche, categoria in cui il melodramma entra in contatto con il pubblico più giovane. Se ne scovano le tracce negli Spider-Man di Raimi e negli Hellboy di Del Toro, negli X-Men targati Fox e nella trilogia di Blade, ma anche nei film dei Marvel Studios e della DC. Il melodramma è ormai una parte imprescindibile delle narrazioni popolari, con poche eccezioni.

Ovviamente il discorso riguarda anche la fantascienza, forse il genere più permeabile alle influenze esterne: le sue vicende sconfinate ed extraumane, soprattutto nella space opera, si prestano bene ai parossismi sentimentali, anche se gli esempi migliori sono sempre andati nella direzione opposta. Away lavora proprio su questo, e lo fa con il pretesto più concreto per l’esplorazione umana del cosmo: la conquista di Marte.

Mission to Mars

Hilary Swank interpreta Emma Green, comandante della prima missione umana sul pianeta rosso. Il suo equipaggio, a bordo dell’Atlas, è composto da quattro astronauti di varie nazionalità: il russo Misha (Mark Ivanir), la cinese Lu (Vivian Wu), l’indiano Ram (Ray Panthaki) e l’inglese Kwesi (Ato Essandoh), originario del Ghana. Ognuno di essi lascia sulla Terra i propri affetti, con situazioni familiari più o meno complesse. Emma è sposata con Matt (Josh Charles), che lavora al controllo missione, e insieme hanno una figlia di quindici anni, Alexis (Talitha Eliana Bateman).

Quando Matt ha un ictus causato da una malattia ereditaria, Emma si sente in colpa di non essere al loro fianco, e mette in discussione le sue priorità. Anche gli altri membri dell’equipaggio vivono molti conflitti, sia con i propri cari sia tra loro, mentre il lungo itinerario verso Marte si rivela irto di pericoli.

Space (soap) opera

Sarebbe una space opera, ma di spazio se ne vede ben poco. Anche per questo, non è difficile intuire la focalizzazione di Away: sul piano narrativo, il viaggio spaziale è solo uno strumento per radicalizzare i suddetti conflitti, soprattutto in Emma. La protagonista vive infatti la versione più estrema di un dilemma che la nostra società costringe moltissime donne ad affrontare, quello tra carriera e lavoro, apparentemente inconciliabili in un mondo ancora patriarcale. Nessuno attorno a lei le fa pesare la sua assenza, ma Emma stessa si tortura con un atavico senso di colpa, dovuto a una responsabilità femminile che viene inculcata da sempre.

Più che l’avventura, insomma, contano i rapporti tra i personaggi e il modo in cui vivono la lontananza. Il melò fa capolino in tutto lo spettro del racconto, dalla riabilitazione di Matt all’amore adolescenziale di Alexis per un compagno di scuola, passando per i tumulti emotivi che colpiscono l’equipaggio. Ogni tanto lo showrunner Andrew Hinderaker e i suoi collaboratori riescono a toccare le corde giuste, come nella delicatissima storia segreta di Lu, il personaggio più interessante e sfaccettato della serie (anche grazie all’ottima Vivian Wu, indimenticata protagonista de I racconti del cuscino). Nel complesso, però, le reazioni dei personaggi e le loro gesta sono poco credibili: siamo più dalle parti di una soap opera che di una space opera, poiché Away rifugge la complessità dei rapporti umani per abbracciare una narrazione rassicurante, edulcorata. Tutto va come dovrebbe, ogni contrasto viene appianato, nessuna deviazione dalla “norma” è ammessa.

Problemi meccanici

Non è che gli autori perdano di vista l’avventura spaziale, ma i suoi sviluppi sono spesso inverosimili. Il livello di assurdità è decisamente superiore alla media, anche per un genere che chiede al suo pubblico di sospendere l’incredulità. Non aiuta il fatto che gli episodi siano costruiti in modo fin troppo artificioso, al punto da svelarne facilmente le meccaniche narrative. Le puntate sono scandite dai consueti problemi tecnici a bordo dell’Atlas, che peraltro si rivela la missione più approssimativa nella storia dell’esplorazione spaziale, e i protagonisti si affidano sempre a intuizioni casuali per risolverli (almeno tre volte assistiamo alla scena di un personaggio che ha un’illuminazione improvvisa grazie a un evento fortuito: fin troppo, per un espediente già molto abusato).

Peccato, perché le rare sequenze di EVA – le cosiddette “passeggiate spaziali” – sono piuttosto tese, e gli scontri di matrice culturale fra americani, russi e cinesi sono interessanti, per quanto semplicistici. Anche il finale sa essere incalzante, e viene da chiedersi se Netflix deciderà di rinnovare la serie. Nel caso, Away diventerebbe uno show abbastanza diverso, almeno per quanto riguarda l’ambientazione. La predilezione per il melodramma, però, difficilmente verrebbe meno.

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