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X-Files: com’è rivedere oggi l’episodio “scandalo” La pelle del diavolo?

X-Files: com’è rivedere oggi l’episodio “scandalo” La pelle del diavolo?

Di Marco Triolo

Stamattina, mentre pensavo a come iniziare questo pezzo, stavo ascoltando un vecchio disco di un gruppo che ha avuto una bella influenza sul mio gusto musicale. Lo riascolto regolarmente e non mi ha mai lasciato, quindi non fatico a rendermi conto del suo impatto su di me e sulla persona che sono oggi. E riflettevo che, invece, ci sono cose che ci colpiscono come una badilata in piena faccia in un momento preciso della nostra vita e che poi molliamo lì. Un po’ per caso, un po’ perché, quando si è adolescenti, le badilate in faccia sono tante, una dopo l’altra, sempre più forti, e ci distraggono dalle precedenti. Ok, forse questa metafora mi è un po’ sfuggita di mano.

Comunque. Per me X-Files fu una di queste badilate. Mi colpì a un’età, intorno ai 13/14 anni, in cui certe cose poi ti rimangono dentro, sedimentano, mettono radici, quello che volete: non addentriamoci in un’altra metafora. Scoprii la serie durante la sua prima messa in onda su Canale 5 in seconda serata. Un evento che aveva il sapore del proibito: una serie adulta, talmente inquietante da essere stata giudicata inadatta alla prima serata (almeno finché non arrivò il successo planetario). Per me, che per ragioni anagrafiche avevo perso per un soffio Twin Peaks pur rimanendo segnato dalle pubblicità della serie con la musica di Angelo Badalamenti, era l’occasione per lasciarmi alle spalle Hazzard, Supercar e tutta quella roba dell’infanzia ed entrare in un mondo nuovo.

E dopo tutto X-Files ERA una cosa nuova. Eravamo ancora ben lontani dalla Golden Age of Television inaugurata da I Soprano, eppure la serie di Chris Carter resta una pietra miliare nella maturazione del linguaggio televisivo. Una struttura ibrida, tra episodi “verticali” e sottotrame “orizzontali” che portavano avanti la vasta (e confusissima) cospirazione dell’Uomo che Fuma e dei suoi amichetti massoni. Un immaginario che mutuava elementi dal cinema horror e, furbescamente, prendeva le cose più immediate e digeribili di Twin Peaks e le elevava a sistema. Due attori con una chimica micidiale, un perfetto mix di paura e umorismo (di cui mi sono reso conto praticamente solo da adulto, da ragazzino me la facevo troppo sotto) e le musiche di Mark Snow (nessuna parentela) facevano il resto.

Eppure, come si diceva, non appena la Mediaset si rese conto di avere per le mani una roba clamorosa la sparò in pompa magna in prime time. Dalla stagione 2, X-Files sarebbe passata a Italia 1, con due episodi ogni domenica rigorosamente in prima serata. A parte uno.

La pelle del diavolo

Sto parlando ovviamente de La pelle del diavolo, il quattordicesimo episodio della seconda stagione che ho deciso di rivedere subito, appena hanno caricato tutta la serie su Prime Video. Una puntata giudicata talmente spaventosa da essere stata trasmessa per intero solamente in seconda serata. Per un adolescente era un invito a nozze e il ritorno a quel senso di proibito che aveva reso X-Files un must in partenza, quando chi la seguiva si sentiva parte di un club ristretto, una nicchia di appassionati con l’occhio lungo. Rivisto oggi mostra delle ingenuità che non ci aspettiamo più da un prodotto televisivo di alta fascia, e francamente fa ridere tutta questa indignazione: oggi siamo abituati a ben di peggio. Una qualunque puntata a caso di The Outsider fa più paura ed è ben più esplicita nei dettagli macabri. D’altro canto, però, i punti di forza che hanno reso X-Files il fenomeno che è stato sono qui tutti in bella vista.

In un certo senso, La pelle del diavolo è la puntata perfetta da mostrare all’eventuale profano che volesse scoprire oggi la serie. Tanto per dirne una, il classico cold open si svolge in un bosco di notte, ambientazione tra le più sfruttate da Chris Carter e soci. Alla loro prima apparizione, Mulder e Scully vengono sorpresi da una pioggia di rane, e la cosa prende una piega ancora più sinistra a pochi minuti dall’inizio. Il tutto stemperato dal perfetto botta e risposta tra i due protagonisti. Se a questo aggiungiamo che l’episodio è ambientato in New England, che è scritto da due pezzi grossi della serie come Glen Morgan e James Wong e che è il primo a essere stato diretto da Kim Manners, regista di 51 episodi di X-Files, beh… Direi che a posteriori lo possiamo definire la quintessenza della serie.

Una critica controversa

Altro elemento di cui ci si rende più facilmente conto rivedendo l’episodio da adulti è l’ironia con cui Morgan e Wong utilizzano il satanismo per mostrare come certe forme di fanatismo religioso facciano il paio con l’ipocrisia di chi le pratica. Qui abbiamo un gruppo di professori di liceo che adorano il Maligno con ormai poca convinzione e finiscono nei guai perché non si rendono conto di giocare con il fuoco. Loro vorrebbero solamente farsi una preghiera e finire in tempo per la partita, ma, come dice Mulder, non si può evocare il Diavolo e sperare che si comporti bene.

Riguardando l’episodio mi sono reso anche conto di come le scene di violenza grafica, limitate a un paio di maialini dissezionati nel laboratorio della scuola, non siano probabilmente la vera – o l’unica – ragione per cui La pelle del diavolo è finita in seconda serata. Il pezzo centrale della puntata è la confessione della figlia di uno dei professori satanisti, che lascia intendere di essere stata violentata ripetutamente da “uomini e donne” affiliati al culto insieme alla sorella più piccola. Poi questa confessione viene in parte smentita, ma è veramente pesante e, nell’Italia degli anni ’90, quando le notizie di presunte cellule di satanisti erano ancora all’ordine del giorno (e lo sono ancora oggi!), difficile da accettare da parte del grande pubblico.

Oltre i limiti della TV

Non mancano ingenuità varie, come si diceva. La scena della professoressa che apre il cassetto della scrivania per mostrare alla macchina da presa il cuore e le frattaglie che ci tiene nascosti, per poi appoggiarci sopra con nonchalance un plico di compiti in classe, più che raccapricciante è esilarante. È davvero una buona idea appoggiare dei fogli su degli organi dissezionati? Non è che poi si sporcano e ti tocca inventare scuse ridicole col preside? Mah. C’è poi una certa frettolosità che, oggi, con le serie in formato serializzato che spalmano gli archi narrativi su più episodi, è sparita quasi del tutto. All’epoca, per quanto ambizioso, un episodio doveva chiudere tutti i fili in 45 minuti, e questo andava a minare spunti molto belli che avrebbero meritato di respirare un po’ di più. Per questo è davvero frustrante che il revival di X-Files abbia scelto di tornare a quel modello datato, anziché portare Mulder e Scully nel 21° Secolo.

La pelle del diavolo parte in quarta, infila un paio di sequenze potenti (c’è un momento WTF con un’anaconda che, a quanto pare, fu l’idea da cui partì la scrittura dell’episodio) e poi procede dritto verso un finale aperto, tipico di molti episodi di X-Files. E solo oggi mi rendo conto di quanto questo tipo di finale fosse indispensabile proprio per chiudere rapidamente e stare dentro i tempi. In un certo senso è ammirevole come, pur lavorando nei limiti della televisione di allora, gli autori di X-Files fossero in grado di portare a casa settimanalmente puntate così ricche di suggestioni. Un’ulteriore testimonianza della forza dirompente di una serie che, pur con tutti i suoi limiti, ha segnato per sempre il nostro immaginario.

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