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The Umbrella Academy non delude: la recensione della stagione 2

The Umbrella Academy non delude: la recensione della stagione 2

Di Lorenzo Pedrazzi

The Umbrella Academy occupa un posto unico tra le serie supereroistiche, poiché incarna quello spirito postmoderno che guarda con disincanto al successo dei cinecomic. Ovviamente non è l’unica a farlo – un’altra, più iconoclasta e meno sfaccettata, è The Boys – ma lo show tratto dal fumetto di Gerard Way e Gabriel Bá è forse il miglior prodotto di questa tendenza, insieme alla splendida Legion. La seconda stagione non fa che ribadirlo, e dimostra il colpaccio di Netflix dopo il precoce tramonto dei Difensori Marvel: forse, una serie postmoderna si addice meglio allo spirito del colosso americano.

Si parlava di disincanto, e infatti The Umbrella Academy non idealizza i poteri dei suoi eroi, e nemmeno le loro azioni. Anzi, ogni volta che li usano corrono il rischio di seminare guai, come accade all’inizio della stagione. Numero Cinque (Aidan Gallagher) ha portato sé stesso e i suoi fratelli indietro nel tempo per sfuggire all’apocalisse, ma gli Hargreeves si ritrovano sparpagliati a Dallas nei primi anni Sessanta, ognuno in un momento diverso, e devono trovare il modo di sopravvivere. Dal canto suo, Cinque precipita nel 1963 e scopre che John Fitzgerald Kennedy non è stato ucciso durante la visita alla città texana, e pochi giorni dopo ha dichiarato guerra all’Unione Sovietica. Risultato? I russi hanno invaso il suolo americano, e gli sforzi degli Hargreeves per combatterli non bastano, perché gli Stati Uniti vengono bombardati con le armi nucleari.

Insomma, la fine del mondo li ha seguiti persino nel passato, e Cinque deve tornare ancora indietro nel tempo per riunire i fratelli e impedire che accada. Vanya (Ellen Page) ha perso la memoria, e fa la tata a un ragazzino autistico in una fattoria. Klaus (Robert Sheehan) ha fondato una setta hippie, ed elargisce perle di saggezza tratte da celebri canzoni pop del futuro, mentre il fantasma di Ben (Justin H. Min) è costretto a seguirlo. Luther (Tom Hopper) fa incontri clandestini per un boss del crimine, e vive in un condominio per uomini soli. Allison (Emmy Raver-Lampman) si è sposata, e lavora in un comitato per i diritti civili degli afroamericani. Diego (David Castañeda) è rinchiuso in manicomio perché vuole impedire l’assassinio di Kennedy, e nessuno gli crede.

Cinque non deve solo ritrovarli, ma anche convincerli a lavorare insieme a lui per impedire – ancora – l’apocalisse.

Il registro scanzonato resta integro, ma questa seconda stagione si rivela più compatta della prima, e forse anche più lineare. Nonostante la coralità della trama e la presenza dei viaggi nel tempo, Dallas e l’omicidio di Kennedy sono la costante storico-geografica attorno cui ruotano tutti i personaggi, e l’espediente funziona. Il contesto temporale permette infatti di fraintendere gli Hargreeves per altrettanti “nemici pubblici” della società statunitense, concentrando in una sola famiglia tutta la paranoia dell’americano medio: la minaccia sovietica (Vanya), la criminalità organizzata (Luther), gli hippie (Klaus), Cuba (Diego) e le Black Panthers (Allison). Questa identificazione – ovviamente frutto di pregiudizi, razzismo e atteggiamenti discriminatori – trasforma i nostri eroi in outsider a tutti gli effetti, a conferma di come gli “spauracchi” dell’America siano in realtà gli stessi che la tengono in vita.

Il riferimento alle lotte per i diritti civili dei neri suona molto contemporaneo, ma non deve stupire. La seconda stagione di The Umbrella Academy è stata scritta molto prima delle sommosse per l’omicidio di George Floyd, e dimostra quanto il problema sia radicato nella comunità statunitense: è sempre attuale, ogni decennio. È la stessa ragione per cui anche Watchmen ci è sembrata così sul pezzo (anzi, per alcuni addirittura profetica). Ma non c’è nulla di profetico, è una realtà perennemente contemporanea. Lo show non ignora quindi le problematiche del suo contesto storico, e le sfrutta per radicalizzare la conflittualità dei protagonisti.

Il concetto di “famiglia disfunzionale” è ormai abusato sul piccolo schermo, ma The Umbrella Academy riesce a incarnarlo con cognizione di causa. Seppur calate nei toni da commedia, le interazioni tra gli Hargreeves sono sempre tesissime, piene di accuse reciproche, invidie, rancori, provocazioni legate ai trascorsi comuni. Ognuno di essi ha un lato ambiguo che lo rende “umano”, in virtù di caratterizzazioni precise e distinguibili. Anche il rapporto ostile con la figura paterna gioca un ruolo fondamentale in tutti loro, influenzandone la personalità e le decisioni. In alcuni c’è addirittura una tragicità latente (soprattutto Vanya e Klaus) che facilita l’empatia, disegnandoli come figure drammatiche alla ricerca disperata di un po’ di calore; e il personaggio di Ellen Page subisce l’evoluzione più significativa.

Tutto questo si sviluppa all’interno di un universo narrativo ben riconoscibile, bizzarro e surreale, anche se più didascalico e meno allucinato rispetto al fumetto. Un universo dove il grottesco non risulta mai artificioso, ma in linea con l’umorismo della serie. Persino l’azione si sforza di non essere banale, oltre a lavorare costantemente al servizio della trama (e non viceversa). In tal senso, le musiche costruiscono un’atmosfera ipercinetica e “pop”, dove la scelta dei brani talvolta è fin troppo descrittiva – similmente alla prima stagione – ma sempre godibile.

Ci si diverte come in poche altre serie d’avventura, le tematiche sociali non sono mai forzate, e il cliffhanger finale non delude: non è poco, per un prodotto d’intrattenimento.

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