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Quella volta in cui Ennio Morricone e Sergio Leone inventarono il cinema

Quella volta in cui Ennio Morricone e Sergio Leone inventarono il cinema

Di Marco Triolo

A un certo punto della mia vita, ho scoperto il cinema. Che cos’è il cinema? Bella domanda. Vado a rispondervi evocando la sempreverde enciclopedia Treccani. Lasciatemi giusto il tempo di estrarre il volume con la C dall’ultimo piano della mia libreria, spolverarlo e voilà, ecco la definizione:

Il complesso delle attività artistiche, tecniche, industriali che concorrono alla realizzazione di spettacoli cinematografici (film) e anche l’insieme di questi, come opera complessiva, in quanto concreta espressione d’arte nel campo della fantasia o strumento d’informazione, di documentazione scientifica, a fini didattici, informativi, ricreativi.

Direte voi: non fa una piega. E in effetti è abbastanza obiettivamente questo il cinema. Toh, se vogliamo si potrebbe aggiungere una seconda definizione della parola come “sala cinematografica”. Ma, se mi permettete, umilmente, ne vorrei aggiungere una terza:

Tuco arriva in un cimitero abbandonato in mezzo al deserto di Almeria, preso a calci nel sedere dalle cannonate del Biondo. A quel punto parte L’estasi dell’oro.

Credo che ogni appassionato di cinema sappia citare almeno un momento in cui è stato colto dalla proverbiale folgorazione sulla via di Damasco e “ha capito”. In cui si è reso conto che il cinema, da quel momento, sarebbe stato la cosa più importante nella sua vita. Ho scritto “almeno un momento”, perché, per me come credo per molti, è difficile nominare in assoluto IL momento più importante. Si tratta piuttosto di un processo fatto di momenti diversi, che vanno a sommarsi in un arco di tempo relativamente breve (diciamo tarda infanzia/adolescenza) e formano quello che sarà il nostro gusto. Potrei citarvi, nel mio caso, anche la scena di Ripley che entra nel nido in Aliens o l’assalto al villaggio in Conan il barbaro. Ma uno di momenti chiave per me fu la prima volta che vidi Il buono, il brutto, il cattivo e, soprattutto, quell’incredibile atto finale accompagnato da non uno, ma ben due brani epocali di Ennio Morricone.

Da quando Tuco arriva nel cimitero di Sad Hill, in cerca della tomba di Arch Stanton, al triello che vede Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef sfidarsi in un’arena naturale (ricreata in realtà appositamente per il film) sotto un sole cocente, il film decolla in un climax che sancì una volta per tutte cosa Sergio Leone ed Ennio Morricone fossero in grado di fare insieme. Lo avevano già dimostrato nei due film precedenti, ovviamente. Il brano che accompagna il duello finale di Per un pugno di dollari e il carillon di Per qualche dollaro in più sono magistrali. Ma la storia del cinema è fatta anche di istanti miracolosi in cui tutto sembra funzionare magnificamente senza il minimo sforzo, in cui ogni reparto lavora al massimo per produrre qualcosa di unico e immediatamente iconico. Quel finale è uno di quei momenti.

Un momento irripetibile

Parlo in base ai miei gusti personali, sia chiaro, perché so bene che quella volta non avrebbe segnato la fine dell’accoppiata Leone/Morricone. Dopo Il buono, il brutto, il cattivo sarebbero arrivati C’era una volta il West, Giù la testa, C’era una volta in America e un’altra carrellata di brani innegabilmente leggendari. Però, per me, niente può paragonarsi alla grandezza di quei pochi minuti.

Nei film successivi, l’arte di Leone e Morricone si sarebbe inevitabilmente affinata, perdendo una certa ruvidezza, una dimensione se vogliamo “locale” e l’attitudine pionieristica di una coppia di italiani che giocavano a fare gli americani nel deserto dietro casa. In C’era una volta il West, ad esempio, Leone ottenne di girare direttamente in America ed Ennio Morricone colse l’occasione per aprirsi del tutto a un lirismo più internazionale. Giù la testa, da un lato, fu un “ritorno alle origini”, dall’altro ha una trama ambiziosissima che finisce per appesantirlo anziché elevarlo. C’era una volta in America è proprio un’altra bestia.

L’estasi dell’oro

Il buono, il brutto, il cattivo, per quanto di ambizione ne abbia a pacchi, non si fa schiacciare da essa. Forse perché sceglie di esprimerla nel modo migliore: con il cinema, con le immagini. E con la musica. E mescola questi due elementi con una sapienza quasi istintiva, senza mai perdere di vista la concretezza polverosa della messa in scena. L’uso delle percussioni nel triello ci riporta immediatamente al deserto, a un ambiente ostile in cui si consuma un atto di violenza. I primissimi piani dei volti sporchi, sudati e allucinati degli attori fanno il resto.

Dal momento in cui Tuco inizia a correre a perdifiato tra le tombe di Sad Hill e la macchina da presa di Sergio Leone lo segue concitata, con L’estasi dell’oro che incalza un montaggio da capogiro, entriamo in una specie di trance in cui è la musica a dettare il ritmo dell’azione. Non per niente si dice che Leone fosse solito ascoltare la musica di Morricone sul set mentre si girava, per meglio entrare nel mood di una scena.

Di fronte a un tale atto creativo, probabilmente Dio deve aver guardato giù sbottando tra sé e sé: “Questi qui mi fanno le scarpe!”. E così, un po’ per azzerare la concorrenza, uno l’ha fatto fuori nell’89. L’altro si vede che c’aveva la scorza un po’ più dura.

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