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George Floyd e la lettera di Arnold Schwarzenegger all’America: “Tutto questo deve finire”

George Floyd e la lettera di Arnold Schwarzenegger all’America: “Tutto questo deve finire”

Di Filippo Magnifico

In America proseguono le proteste per la morte di George Floyd.
Un triste avvenimento, che ha fatto tornare a galla una questione che, regolarmente, si è riproposta nel territorio americano: la violenza della polizia contro le persone afroamericane.
Molte star negli ultimi giorni sono intervenute sui social, all’urlo di #BlackLivesMatter. John Boyega, Don Cheadle, Steve Carell e molti altri, e ora anche Arnold Schwarzenegger.

L’ex Governatore dello Stato della California ha scritto una lettera aperta all’America, che è stata pubblicata sulle pagine di The Atlantic.
Una scelta che non sembra casuale se si considera che la testata era stata recentemente presa di mira dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che su Twitter si era dichiarato contento nell’apprendere del licenziamento di parte dello staff di The Atlantic.

Arnold Schwarzenegger non ha mai perso occasione per criticare l’operato di Trump, ma in questo caso il suo messaggio ha come destinatario un unica nazione.
Nella sua lettera Schwarzenegger ha parlato dell’America, una terra che ama ma che deve ancora correggere alcuni gravissimi difetti.

La lettera di Arnold Schwarzenegger all’America

Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1968. Sognavo di venire qui sin dal momento in cui, quando ero solo uno studente delle elementari, vidi le prime immagini dell’America. I film con quei grattacieli così alti, quei ponti giganteschi, le strade larghissime e Hollywood. Tutto questo rappresentava per me una terra in grado di offrire infinite opportunità. Decisi che quello era il mio posto.

L’America era nel bel mezzo della corsa verso la Luna e, alla fine del 1968, osservano quei coraggiosi astronauti lanciati nel cielo nel primo volo dell’Apollo con un equipaggio umano. Quella missione sembrava la testimonianza concreta che non esistevano limiti per questa nazione.
Ma nel 1968, come nuovo immigrato, rimasi letteralmente scocciato nello scoprire che la nazione dei miei sogni non era perfetta. E non era neanche vicina alla perfezione.

I manifestanti erano scesi in piazza per protestare contro la guerra nel Vietnam, contro le politiche razziste, contro la disuguaglianza delle donne. Un pazzo razzista, George Wallace, era in corsa per diventare Presidente. […] Due grandi voci di speranza, Martin Luther King Jr. e Robert F. Kennedy, furono messe a tacere da dei malvagi assassini.

Sabato abbiamo visto degli astronauti coraggiosi lanciarsi nello spazio. E le nostre strade sono di nuovo piene di manifestanti che stanno protestando contro un sistema che li limita.
I giorni che abbiamo appena passato ci hanno ricordato che l’America non è perfetta. Sono ancora convinto che sia la nazione più grande del mondo, ma possiamo dirlo solo nel momento in cui ci guardiamo allo specchio per riconoscere i nostri demoni, scacciarli e cercare di migliorare giorno dopo giorno.

Le persone che stanno protestando per le strade non odiano l’America. Vogliono un’America migliore. E ce lo stanno chiedendo anche a nome dei nostri americani che non hanno più una voce: Ahmaud Arbery, Breonna Taylor, George Floyd e molti altri.

Quando ho visto l’orribile video della morte di George Floyd, mi è subito tornata in mente la morte di Eric Garner, colpevole di aver venduto sigarette senza averne il permesso.
Tutto questo deve finire. E serve una presa di posizione da parte di tutti noi. […] Un cambiamento deve essere chiesto da gran part delle forze dell’ordine, che sono per lo più brave persone. Ma tutto questo deve finire.

Il mio intento non è quello di attaccare le forze dell’ordine. Sto criticando un sistema che non funziona. Mio padre era un poliziotto. Sono sempre stato dalla parte degli agenti di polizia. Ma puoi sostenere qualcosa e, allo stesso tempo, capire che c’è qualcosa che non funziona al suo interno. E questo è palese.

[…] Non possiamo ignorare i problemi di disuguaglianza che ci sono in questo paese. […] Nessuno con un cuore può guardare questi omicidi e non provare profonda tristezza, rabbia e persino colpa.
È molto facile vedere gli edifici in fiamme e le aziende distrutte e distogliere lo sguardo dal significato delle proteste. Credetemi, odio le rivolte come chiunque altro, la violenza deve finire ora. […] Questi atti vandalici distraggono solo dall’importante messaggio delle proteste.

Ma noi americano non dobbiamo lasciare che questo fumo oscuri le vere questioni che dobbiamo affrontare.

Non è semplice guardarsi allo specchio. Come americani patriottici vogliamo tutti credere che la nostra nazione vada oltre il razzismo. Come individui non vogliamo credere che dentro di noi sia possibile trovare stereotipi e pregiudizi.

[…] Thomas Jefferson ha scritto che “tutti gli uomini sono uguali”, ma il nostro paese non ha certamente mantenuto questa promessa.
[…] Possiamo fare di meglio. Dobbiamo essere disposti ad ascoltare, ad imparare, a guadarci allo specchio per capire che nessuno di noi è perfetto. Dobbiamo essere disposti a vederci come americani e non come nemici. Dobbiamo essere disposti a riunirci per attuare delle riforme, senza preoccuparci delle stupide linee di partito.

Io sono pronto ad ascoltare e a lavorare per rendere l’America migliore ogni giorno. Tu lo sei?

La morte di George Floyd

George Floyd, afroamericano, è stato fermato verso le otto di sera di lunedì 25 maggio da due agenti bianchi. Secondo una nota della polizia «appariva sotto gli effetti di alcol e droga» e, sempre stando a quanto riportato dalla polizia, avrebbe opposto resistenza all’arresto.
Quello che sappiamo di sicuro è che uno dei due agenti lo ha bloccato a terra, premendogli con forza il ginocchio all’altezza del collo.

Tutto questo di fronte a moltissimi passanti, che hanno fatto notare ai poliziotti quanto fosse eccessivo e pericoloso – per la vita del povero George Floyd – quel gesto.
«Non si muove nemmeno, dannazione» ha detto uno dei passanti mentre l’agente continuava a premere con forza quel ginocchio sulla sua testa.
E George Floyd, poco dopo, ha smesso di muoversi sul serio. Per sempre.

Il suo calvario, durato ben 10 minuti, è diventato pubblico grazie al video di un passante, che ha denunciato la cosa ed è stato ricondiviso migliaia di volte.
Quattro agenti di polizia sono stati licenziati dopo questo tragico e inaccettabile evento ed è stata coinvolta l’FBI per indagare su quanto successo.

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