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Curon e tutto quello che non funziona nelle produzioni italiane

Curon e tutto quello che non funziona nelle produzioni italiane

Di Lorenzo Pedrazzi

All’inizio ci abbiamo creduto per davvero.

Quando Netflix approdò in Italia nel 2015, l’idea che il colosso dello streaming potesse curare delle produzioni nostrane era molto allettante, anche perché la qualità media dei suoi show originali – ricordiamo House of Cards, Orange Is the New Black, Daredevil, Bojack Horseman… – ci aveva sbalorditi, insieme alla libertà creativa concessa agli autori. Il servizio streaming, di fatto, portava in dote qualcosa di fresco e ambizioso: promesse di internazionalità che le stantie fiction Rai e Mediaset potevano solo sognarsi; qualità tecniche di livello cinematografico; esplorazione di generi più o meno classici; e gradite irruzioni nei territori del fantastico. Certo, gli annunci di Suburra e Baby avevano raffreddato gli entusiasmi: un crime politico e un drama adolescenziale, entrambi ispirati alla cronaca romana… ovvero quello che il cinema e la fiction italiani ci propinano da anni, senza rivoluzioni percepibili (se non l’età degli autori di Baby, che però non ha sortito effetti significativi sul prodotto finito). Luna Nera e Curon, invece, si erano rivelati fin da subito come progetti teoricamente più intriganti. Da un lato un fantasy femminista, dall’altro un thriller sovrannaturale: sembrava davvero che l’influenza di Netflix si stesse facendo sentire, soprattutto nelle ambizioni cosmopolite delle produzioni. Ed è proprio per questo che il tonfo assordante di entrambi gli show fa ancora più male.

Prendiamo Curon. Rispetto a Luna Nera, i rischi potenziali erano inferiori: non c’è un racconto “a tesi” come sottotesto dell’opera, e inoltre l’ambientazione contemporanea – peraltro molto suggestiva – facilita la situazione. Il paese di Curon Venosta, con il suo campanile che emerge dall’acqua, aspettava solo di ospitare un mystery di questo genere. Gli ideatori Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano e Ilaria Castiglioni individuano anche un soggetto interessante su cui costruire la serie, prendendo vagamente spunto dalla leggenda delle campane – inesistenti – che suonerebbero a Curon nelle sere d’inverno.

Anna Raina (Valeria Bilello) lascia Milano con i gemelli Mauro (Federico Russo) e Daria (Margherita Morchio), avuti quand’era molto giovane. Si rifugiano proprio a Curon, paese natale di Anna, dove suo padre Thomas (Luca Lionello) ha un hotel dall’aria spettrale. La donna aveva abbandonato quei luoghi in seguito alla tragica morte della madre, ma il passato torna ben presto a perseguitarla: la famiglia Raina – odiata da molti concittadini perché approvò l’allagamento del vecchio borgo – è infatti tormentata da una “maledizione”, ma anche gli altri abitanti del paese non se la passano bene. Ogni volta che uno di loro sente le campane suonare, dal lago emerge la sua ombra: un “doppio” che rappresenta il lato oscuro e represso della sua personalità, bramoso di rubargli la vita e gli affetti.

Come detto, l’idea in sé non è affatto disprezzabile, anche perché recupera la tradizione del Doppelgänger come presagio di morte. Lo spessore di Curon, però, si esaurisce qui. I temi del doppio e della bilocazione evaporano in quella “favola dei due lupi” che tanto successo ha avuto sul web negli ultimi anni, e che in realtà è la banalizzazione di una leggenda Cherokee, di cui travisa completamente il significato. Il manicheismo dei due “lupi” diventa così una scusa per costruire il solito melodramma dal respiro corto, i cui risvolti sovrannaturali sono quasi accidentali. È soprattutto la gestione del mistero a lasciare perplessi: invece gli scegliere un approccio graduale, gli autori spiegano tutto nell’arco dei primi due episodi, dedicando gli altri cinque alla soluzione di un semplice intreccio che non ha tensione, né una vera empatia verso i personaggi. Non è tedioso come Luna Nera (dove si faceva molta fatica ad arrivare alla fine), ma il suo fallimento è per certi aspetti persino più fragoroso, poiché Curon si affida a pochi elementi basilari e anti-spettacolari.

Fallisce nell’imbastire la trama fantastica, ma fallisce anche quando scimmiotta il linguaggio giovanile, quando vuole farsi “contemporanea”. Le assordanti musiche elettroniche, gli accenni al bullismo e all’omosessualità, gli scambi verbali che tentano di essere brillanti: la serie cerca un linguaggio globale per comunicare con il pubblico di tutto il mondo (caratteristica precipua di Netflix), ma finisce per suonare artificiosa, poco calata nella vera realtà storico-sociale del luogo. Anche il mistero stesso non attinge quasi per nulla al folclore locale, se non per la storia delle campane inesistenti, e non si preoccupa di contestualizzare alcunché.

Le forzature sono costanti, forse causate da un lavoro frettoloso in termini di scrittura. Vige un senso di pressappochismo che si fa sempre più intenso con il procedere degli episodi, sfociando nel ridicolo involontario: le ultime due puntate non riescono a risolvere una singola scena chiave senza scivolare nel grottesco, evidenziando chiari problemi nella direzione degli attori e nella gestione delle inquadrature. Talvolta – come nel confronto finale – il montaggio incappa in errori grossolani che ostacolano la comprensione del racconto, e anche la stessa prossemica degli interpreti non aiuta.

Se la fotografia resta tuttora ancorata al modello della fiction (cosa che invece non accade altrove, basti pensare alla tedesca Dark), la storia e le sue evoluzioni psico-emotive sono invariabilmente imbrigliate nei codici del melò, genere da cui sembra quasi impossibile smarcarsi. Curon diviene così l’anello di congiunzione tra la fiction italiana e gli originali Netflix, nel senso che prende il peggio di entrambi: la sciatteria stucchevole della prima e l’internazionalità superficiale dei secondi. Il ritorno ai generi non è impossibile, registi come Mainetti e Rovere lo hanno dimostrato, ma questo è decisamente un passo indietro. L’impressione è che esistano dei limiti sistemici, delle resistenze interne – sia culturali sia produttive – che impediscano di esprimersi liberamente attraverso i generi.

Ora le speranze sono riposte in Zero, la serie fantascientifica creata da Antonio Dikele per il servizio streaming. Speriamo che la sua voce inedita rimanga immune dal morbo della fiction.

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