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The Eddy, Damien Chazelle ritrova le sue radici | Recensione della serie

The Eddy, Damien Chazelle ritrova le sue radici | Recensione della serie

Di Lorenzo Pedrazzi

Chi conosce la storia di Damien Chazelle – che ho cercato di sintetizzare qui – sa bene che le radici del giovane regista sono doppie: nelle sue vene scorre sangue americano e francese (il padre è nato nei pressi di Parigi), mentre la sua formazione si divide tra il cinema e la musica jazz. Tale dualismo si riflette in quasi tutti i suoi film, ma con The Eddy trova il massimo compimento, o almeno una forma più esplicita di espressione. Pur essendo creata da Jack Thorne, la serie compendia sia la poetica sia le passioni di Chazelle – e per certi versi le sue ossessioni – dando luogo a un prodotto che si distingue da ogni altro show televisivo del momento.

Questo discorso vale soprattutto per i primi due episodi, diretti in prima persona da Chazelle: il cineasta è infatti riuscito a convincere Netflix a lasciarglieli girare in 16mm, evento eccezionale per una piattaforma che si è votata al 4K fin dal 2014. Il risultato ha un impatto notevole sull’occhio dello spettatore contemporaneo, così abituato alla qualità cristallina dell’alta definizione. Si ha subito l’impressione di assistere a un’opera con ambizioni diverse, non solo rispetto alla media del piccolo schermo, ma anche in rapporto al resto della televisione “autoriale”: una serie la cui identità cine-musicale è molto lontana dal nostro presente, ma che non rifiuta di confrontarsi con certi sviluppi sociali della contemporaneità.

Siamo a Parigi, nel XX arrondissement, quartiere dove il jazz è rinato con l’anima multietnica dei suoi abitanti. Il grande pianista Elliot Udo (André Holland) si è trasferito qui da alcuni anni, lasciandosi alle spalle una carriera di grande successo a New York. Elliot ha aperto un club chiamato The Eddy con l’amico Farid (Tahar Rahim), e gestisce la band del locale. Ha una relazione tormentata con la cantante Maja (Joanna Kulig), mentre cerca un contratto discografico per la band. La situazione si complica quando sua figlia Julie (Amandla Stenberg) arriva dagli USA per stare con lui, e Farid rivela di aver coinvolto il club in alcuni traffici illeciti.

Ciò che ne deriva è un tumultuoso racconto di contrasti umani e affetti ritrovati, dove la musica fa da contrappunto al dramma dei personaggi, lo lenisce o gli dà voce. Chi ha amato Chazelle per La La Land troverà ben poco di quel successo commerciale, se non l’amore per il jazz: The Eddy è molto più vicino alla ruvidezza di Guy and Madeline on a Park Bench e alla visceralità di Whiplash, pur segnando un allontanamento del regista dalle sue vicende biografiche (anche perché le sceneggiature non sono sue). Lui e Thorne mettono in scena un personaggio che vive il jazz come parte integrante della sua cultura, e ha ben chiari quali siano i suoi numi tutelari: regala a sua figlia Il prezzo del biglietto di James Baldwin, sente la musica di Duke Ellington come propria, e dice chiaramente che i loro classici (quelli dei bianchi) sono diversi dai suoi. Viene quasi da dire che Chazelle voglia farsi perdonare le tirate sul jazz del bianchissimo Ryan Gosling, frutto di polemiche in La La Land.

In questa cornice, la scelta del 16mm è vincente. Chazelle si rifà in parte alla Nouvelle Vague e in parte alla New Hollywood (lo stile di ripresa rievoca L’assassinio di un allibratore cinese di John Cassavetes), ma anche ai documentari sul jazz degli anni Cinquanta. Il direttore della fotografia Éric Gautier – che ha lavorato con Resnais e Assayas – viene lasciato libero di filmare le performance musicali con camera a mano, incuneandosi tra i corpi e gli strumenti senza limiti di spazio: non ci sono quinte da nascondere, la serie è stata girata quasi interamente sul posto in ambienti reali, con l’esclusione del club (costruito in studio, ma con illuminazione diegetica: le fonti di luce sono visibili in scena). La grana grossa della fotografia dona un effetto piacevolmente grezzo, che rende ancora più vitale il contesto socio-geografico della serie. Peccato che gli altri registi (Houda Benyamina, Laïla Marrakchi e Alan Poul) non abbiano avuto il permesso da Netflix di girare a loro volta in 16mm, ma Gautier e i direttori della fotografia che l’hanno succeduto (Julien Poupard e Marie Spencer) hanno trovato varie soluzioni per avvicinare il digitale alla resa visiva dei primi episodi.

La regia intimista e pseudo-documentaristica valorizza anche le interpretazioni del cast, davvero di alto livello, a cominciare dal bravissimo André Holland. Si percepisce una naturalezza che ricorda proprio la Nouvelle Vague e l’indie americano, anche per la caratterizzazione spigolosa dei personaggi: a partire da Elliot e Julie, i protagonisti sono gravati da conflitti interiori che impediscono loro di vivere serenamente qualunque relazione, chiudendosi spesso in un’angoscia collerica ed egotista. Per questa e altre ragioni, The Eddy è una serie che va goduta con calma, lasciandosi assorbire dall’ambientazione fascinosa e verosimile; la musica è sempre frutto degli strumenti e non dell’elettronica, mentre le performance hanno la spontaneità di una jam session (almeno in apparenza). A non convincere fino in fondo è la trama criminale, che verso la fine della stagione acquisisce un valore prioritario: è come se la serie mettesse piede in territori che non le appartengono, e la sceneggiatura fatica a integrarli in modo naturale. Anche perché tutto il resto ha quasi il sapore del cinéma vérité, con l’autenticità degli incontri casuali e della vita “in presa diretta”. È solo un’illusione, ma funziona.

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