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Hollywood, c’era una volta: la recensione della serie Netflix di Ryan Murphy

Hollywood, c’era una volta: la recensione della serie Netflix di Ryan Murphy

Di Lorenzo Pedrazzi

La fabbrica dei sogni, lo sappiamo bene, non ha mai parlato un linguaggio universale. Il suo idioma è sempre stato quello della classe dominante, ed è anche per questo che le recenti conquiste in termini di rappresentazione suonano spesso insincere: sono concessioni dall’alto, frutto di ragionamenti opportunistici, volte a compiacere l’opinione pubblica in tempi di #MeToo e woke culture. Assistiamo a una maggiore varietà etnica e sessuale nei ruoli importanti (e in parte anche fra i registi e gli sceneggiatori), ma un vero cambiamento si verificherà solo quando le cariche dirigenziali saranno più eterogenee. Solo allora il discorso sull’integrazione diverrà realmente organico alle politiche di uno studio, e non una mera facciata di marketing.

Ryan Murphy e Ian Brennan dimostrano di averlo capito benissimo. Fra i prodotti sempre più compositi della loro sinergia creativa, Hollywood è quello che ragiona più lucidamente sull’industria dello spettacolo, passata e presente, imponendosi al contempo come la serie-simbolo della sopracitata woke culture.

Grande appassionato di Hollywood classica, Murphy non sceglie un’accurata ricostruzione storica, ma imbocca la strada dell’ucronia. Lo show targato Netflix è infatti un what if? applicato al grande cinema americano, un racconto di Storia alternativa che potrebbe svolgersi in un mondo parallelo. Si tratta però di un contesto verosimile, la Los Angeles del Secondo Dopoguerra. Jack (David Corenswet) si trasferisce in città con la moglie Henrietta (Maude Apatow) per fare l’attore, ma non viene scelto nemmeno come comparsa. Dovendo contribuire all’economia familiare, Jack accetta di lavorare per Ernie (Dylan McDermott), che gestisce un gruppo di gigolo nella sua stazione di servizio, e coinvolge Archie (Jeremy Pope) perché si occupi dei clienti omosessuali. Quest’ultimo, gay e afroamericano, è uno sceneggiatore: il suo copione di Peg – storia vera di un’attrice che si buttò dall’insegna di Hollywoodland – è stato acquisito dalla Ace Pictures, e ora cerca un regista. Lo trova in Raymond (Darren Criss), aspirante cineasta di origini filippine che vive con Camille (Laura Harrier), attrice emergente di grande talento. Essendo afroamericana, però, le vengono affidati solo ruoli da cameriera, cui deve sempre dare un’impronta macchiettistica. La
situazione cambia quando Avis (Patti LuPone) sostituisce il marito Ace a capo dello studio, e dà il via libera a una versione modificata di Peg che potrebbe stravolgere la fabbrica dei sogni.

Accade così che l’ucronia diventi utopia, perché Hollywood immagina quello che sarebbe potuto succedere se gli emarginati sociali avessero avuto potere espressivo e decisionale. Murphy e Brennan scelgono toni da commedia, ma il registro oscilla tra la satira e il melodramma, puntando sull’empatia per i personaggi. Ciò che ne risulta è il loro personalissimo C’era una volta a Hollywood: un omaggio al cinema che amano, ma filtrato attraverso uno sguardo intimo, pieno di desideri che possono realizzarsi solo nella finzione. Se Tarantino celebrava il cinema come forza propulsiva in grado di cambiare la Storia, Murphy e Brennan fanno lo stesso in un contesto seriale, creando una miniserie autoconclusiva che è sostanzialmente un lungo film a episodi. Sono consapevoli di non poter cambiare il passato, ma sanno che la narrazione popolare consente loro di reimmaginarlo. In tal modo, lo show impartisce una lezione a tutta l’industria, poiché ribadisce l’influenza del cinema sulla coscienza collettiva: non solo – secondo un’individualismo tutto americano – in termini di successo personale, ma anche nella consapevolezza che, se lo schermo rende giustizia a qualcuno che ci assomiglia, allora anche noi possiamo sentirci parte del discorso. Espandere l’inclusione oltre la categoria del “maschio bianco etero” significa parlare a una platea molto più vasta, superando il male gaze e gli stereotipi sociali.

Hollywood, insomma, ipotizza il cambiamento con decenni di anticipo sul corso della Storia, senza l’ipocrisia del pinkwashing o del politicamente corretto. Certo, gli autori non sono ingenui: sanno bene che, persino nell’ucronia, una sfumatura di paternalismo è inevitabile da parte delle classi dominanti, come succede con l’intervento decisivo di Eleanor Roosevelt. La differenza, però, è che le cosiddette “minoranze” vengono coinvolte nei processi decisionali, e ricevono una libertà creativa impensabile all’epoca (e in parte anche oggi). Murphy non è mai stato uno sceneggiatore particolarmente sottile, e scivola nel didascalico quando vuole chiarire il contesto storico attraverso i dialoghi, o quando imbastisce momenti di empowerment un po’ artefatti. Sono però eccezioni limitate, perché la serie ha un’arguta costruzione narrativa che mette in relazione l’intero cast corale, con legami di causa-effetto che si dipanano nell’arco dei sette episodi.

A ben vedere, lo show è ricalcato sui codici dello stesso cinema romantico che si propone di omaggiare, e la dimostrazione è tutta nella puntata risolutiva, titolo compreso. L’idea stessa che i “buoni” (in questo caso, le anime “progressiste”) possano influenzare i “cattivi” (ovvero gli spiriti “reazionari”) è connaturata alla Hollywood classica, e la serie gioca spesso su questo aspetto. Ogni condotta immorale viene corretta o eliminata, i personaggi più ambigui si ravvedono, ognuno trova l’amore e la felicità a modo proprio. A dominare il tutto c’è il Sogno Americano, ma dalla prospettiva di chi solitamente ne viene escluso: il cinema è lo strumento per realizzarlo, onorarlo e per renderlo universale. Gli autori toccano i tasti giusti, ma è francamente difficile accusarli di ricatto emotivo. Quando ci si commuove di fronte alle nuove speranze di una classe umiliata, che chiede solo le stesse possibilità di chiunque altro, l’ingenua purezza del racconto dimostra la sincerità delle intenzioni. E allora ci si rammarica al pensiero di quello che sarebbe potuto essere, ma purtroppo non è stato: Hollywood ha sprecato l’occasione di promuovere la parità nei suoi anni dorati, e ne paga lo scotto ai giorni nostri. Ora che la strada è tracciata, non resta che seguirla.

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