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Harry Potter e i Doni della Morte: quando fiaba, fiction e allegoria si intrecciano in un “racconto per ragazzi”

Harry Potter e i Doni della Morte: quando fiaba, fiction e allegoria si intrecciano in un “racconto per ragazzi”

Di Marco Lucio Papaleo

Eccoci a un nuovo, “magico” appuntamento con il mondo incantato di J.K. Rowling su Italia 1, per la rassegna della saga avuta inizio lo scorso 16 marzo e che continua, stasera, con Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1, naturalmente in prima serata.

Harry Potter and the Deathly Hallows


I Doni della Morte è l’ultimo romanzo della saga, che è finito per essere diviso in due parti nella trasposizione cinematografica. Questa prima parte, in particolare, è un’opera di passaggio, in cui il contesto scolastico (tratto distintivo della saga) quasi scompare, lasciando spazio a quello del viaggio, fisico e interiore, dei protagonisti. Harry decide di lasciare la scuola di Hogwarts per cercare i restanti Horcrux di Voldemort, in una mortale “caccia al tesoro” in cui è più preda che cacciatore: i Mangiamorte sono sulle sue traccie e la paranoia è ai massimi livelli, nonostante si cerchino sprazzi di normalità nei momenti più oscuri. In quest’ultima avventura J. K. Rowling passa da una storia di formazione ambientata in una scuola straordinaria a un racconto di guerra narrato on the road, con tutto quel che comporta. Sembra ieri, eppure sono passati dieci anni dall’uscita del film. Un film, tuttavia, che non è invecchiato per niente, e forse la cosa che è invecchiata meglio è la sequenza animata al suo interno, in cui Hermione narra la storia dei Tre Fratelli e del loro incontro con la Morte, che ha fatto loro dono di tre potentissimi, quanto pericolosi, artefatti.
La sequenza animata, che di fatto spezza il live action per introdurre una fiaba centrale nella lore del canone potteriano, suona quasi come una soluzione estrema, eppure è inserita e realizzata talmente bene da essere una delle sequenze più interessanti dell’intero film.

The Tale of the Three Brothers


Soluzione estrema, dicevamo, tanto che è raro vederla nei lungometraggi, se non in qualche caso eccellente. Potremmo citare, ad esempio, l’intro di Hellboy: The Golden Army, che molto ha in comune con questa a livello di intenti e realizzazione, pur fungendo da premessa e non da stacco, o quella sul passato di Gogo Yubari in Kill Bill: Volume 1.
Il corto è stato prodotto dalla società Framestore (specializzata in questo genere di produzioni e commissioni), sotto la supervisione dell’esperto Dale Newton e la direzione di Ben Hibon, regista e animatore di diversi progetti per cinema, tv e videogiochi: qui potete vedere il corto Codehunters realizzato per MTV.

Lo stesso Hibon, in un’intervista con Animation World Network, ricorda come sia stato complesso, all’inizio, pensare allo stile basico del progetto, più della realizzazione in sé. Era la prima volta, fatti salvi i videogiochi, che si realizzava il Mondo Magico in animazione, e bisognava farlo in modo coerente ai film e alla narrazione del settimo film in particolare, pur non avendo nulla dello stesso a disposizione. Il confronto col regista David Yates è stato fondamentale, ma forse, più di tutto, lo è stata la fonte di ispirazione dello stile del corto: la pioniera dell’animazione Lotte Reiniger, che a partire dai tardi anni ’20 ha firmato una sua personalissima (e superperformante, sia da un punto di vista tecnico che stilistico) tecnica, ripresa successivamente dallo stesso Walt Disney. Potete vederne un assaggio nei video qui in calce.
Prendendo dunque ispirazione dal lavoro della Reiniger e dal teatro delle ombre dei burattini, Hibon ha tirato fuori dal cilindro una vera e propria magia.

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