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Alfred Hitchcock nel salotto di casa

Alfred Hitchcock nel salotto di casa

Di Lorenzo Pedrazzi

Spesso tendiamo a credere che ci sia un’età giusta per avvicinarsi al lato più macabro del cinema, eppure alcuni di noi lo scoprono molto presto, quando le efferatezze degli horror e dei thriller hanno ancora un sapore proibito. Frammenti di scene sanguinarie da sbirciare con il viso coperto, mostruosità intraviste con la coda dell’occhio mentre il telecomando è nelle mani di un adulto, momenti scioccanti da gustare di nascosto: l’esperienza del cinema macabro nasce così, non certo da un’introduzione appropriata e “ufficiale”. Varchiamo quella soglia da soli, com’è giusto che sia, piantando semi che germoglieranno quando saremo più grandi.

Per quanto mi riguarda, è così che ho conosciuto Alfred Hitchcock. Come la musica che i nostri genitori ascoltano quando siamo piccoli – e ci rimane in testa per tutta la vita come se fosse nostra – anche i film passano di generazione in generazione allo stesso modo. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa che brulicava di libri, dischi e videocassette, dove lo schermo trasmetteva film vecchi e nuovi, riprodotti su nastro o intercettati su qualche canale televisivo. Quelli di Hitchcock erano immancabili: amato e riverito come uno zio eccentrico, i suoi film trovavano spazio sui palinsesti delle reti locali e nazionali, oppure si ergevano fieri nella nostra videoteca grazie alle VHS DeAgostini. Così, mi capitava di guardare La finestra sul cortile o L’uomo che sapeva troppo mentre facevo colazione, in quelle oziose mattinate del fine settimana, con mia madre che ricordava il film a memoria.

Hitchcock, insomma, incarnava quella presenza familiare che non ci avrebbe mai delusi, e destava persino simpatia con il suo profilo panciuto e le battutine argute (come accadeva nelle introduzioni e nelle chiusure di Alfred Hitchcock presenta, serie che «riporta il crimine in casa, dove esso risiede»). Nonostante gli argomenti turpi e le scene spaventose, mia madre non riteneva necessario proteggermi da quelle visioni, e aveva ragione: la classe narrativa di Hitchcock richiedeva una guida, non certo una censura. Guardare i suoi film con un adulto significava esplorare l’orrore mano nella mano, e scoprirne la sconvolgente bellezza nei territori della finzione. Erano esperienze formative, non solo nella costruzione di un gusto che andrebbe affinato sin da piccoli, ma anche per prepararsi a uscire nel mondo. In fondo, Hitchcock non faceva altro che spettacolarizzare orrori reali, rielaborandoli attraverso le ansie e le nevrosi delle persone comuni: lasciava sfogare quelle voci interiori che cerchiamo spesso di zittire, e che soprattutto il cinema hollywoodiano tendeva a ignorare.

Non mi era difficile percepire la forza iconica di quei film, pur essendo ancora bambino. Fra i cineasti che ho conosciuto sin dall’infanzia come “autori”, Hitchcock era quello che più mi parlava attraverso le immagini, complesse e potentissime. L’inquadratura finale di Psycho, con la sua scandalosa immersione nella psiche dell’omicida, confermava il fascino di un regista capace di dialogare direttamente con l’inconscio di noi spettatori, a qualunque età. Lo stesso Psycho era uno dei cult più ricorrenti, in grado di colpire anche a occhi chiusi: l’ostinato d’archi di Bernard Herrmann sembrava immergersi nella carne di Marion Crane con la stessa forza delle coltellate. All’opposto, la fuga silenziosa nell’epilogo de Gli uccelli – il mio preferito all’epoca – dimostrava quanto l’apocalisse potesse essere quieta e snervante, ben diversa dai colossal catastrofici che affollavano le sale.

Eppure, in quella complessità figurativa c’era anche qualcosa di ludico. Le inquadrature spiazzavano per la loro originalità, i meccanismi della tensione davano un brivido irresistibile, e la ricerca dei suoi leggendari camei era un gioco a se stante. Ricordo che ogni VHS della collana DeAgostini era accompagnata da un volumetto esplicativo, e includeva sempre una sezione chiamata Dov’è Hitchy?, per individuare l’apparizione del cineasta. D’altra parte, il suo cinema è l’anello di congiunzione tra autorialità e popolarità: comunicava con una platea molto vasta, pur mantenendo il suo stile e la sua poetica. Anche per questo, lo stesso Hitchcock ha sempre mantenuto un’aura di complicità con gli spettatori, e i suoi camei rappresentano l’ammiccamento definitivo.

Con gli anni ho imparato ad apprezzarne le sfumature, vedendo film che ricorrevano meno spesso in casa mia. Appassionarmi al meraviglioso Intrigo internazionale, ad esempio, è stato anche un modo per emanciparmi dai gusti materni, mentre la visione di opere come Vertigo o Nodo alla gola è rientrata nei miei studi accademici. Nel frattempo, ho avuto modo di scoprire i lati controversi della figura hitchcockiana, come il ruolo dimenticato della moglie Alma e il rapporto ambiguo (talvolta ossessivo) con alcune attrici, quasi tutte aderenti a un preciso modello di bellezza. La sua eredità immortale, però, risiede anche in questo: la personalità artistica di Hitchcock è talmente ingombrante da proiettare sullo schermo persino le sue idiosincrasie, i suoi difetti, i suoi limiti caratteriali. E noi lo accettiamo così, come faremmo con un parente stretto che viene a farci visita la domenica mattina, portando con sé le storie turpi di un mondo pericolosamente vicino.

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