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Una nuova era per il Cinema

Di Davide Dellacasa

È una settimana che ho scritto questo articolo ma sono stato indeciso sul pubblicarlo o meno. Direi che l’annuncio da parte di Universal dell’uscita dei propri film in contemporanea con il digitale in streaming (o comunque su piattaforme on demand con un premium price) durante la crisi del Coronavirus lo ha reso in parte superato, in parte ancora più attuale, di sicuro non ha senso che tenga queste riflessioni per me.
N.B. Torneremo presto su Cineguru, il sito è in manutenzione.

L’evoluzione del settore cinematografico, dell’intrattenimento e più in generale dei media sta andando da anni in una direzione scontata che è la coesistenza di tutti i canali di sfruttamento di opere audiovisive i cui confini -film, serie, cortometraggi, webseries, influencer- saranno sempre più indistinti. Viviamo già in un mondo di schermi connessi, compresi quelli del cinema, e il modello economico che permetterà il finanziamento della produzione dei contenuti sarà dato da varianti diverse del “video on demand”. Anzi dell’“on demand” in generale, visto che il fenomeno riguarda anche la musica, l’informazione, lo sport, ogni tipo di contenuto digitale. Questo esito è scontato dal momento in cui la “rete”, intesa come logica di trasmissione di informazioni digitali e non come “cavi”, ha preso il posto dell’etere e dell’analogico. Subscription, advertising, premium price, saranno combinate in modo da riconoscere il valore di mercato di questi prodotti “intangibili”, compresi i videogiochi, che soddisfano il nostro umano bisogno di “storie”.

L’adagio “content is king” sarà sempre più vero, e da qui l’importanza di difendere e finanziare i talenti che sanno produrre il miglior contenuto, e troverà un nuovo equilibrio rispetto al “context is queen” che secondo alcuni osservatori avrebbe spostato l’ago della bilancia dai produttori di contenuti agli sviluppatori di contesti. La realtà è che c’è un tipo di contenuto che regna in ogni tipo di contesto e quindi contesti adatti a valorizzare ogni tipo di contenuto. Che poi è un pensiero già contenuto nella frase “great content finds its way”.

Avremo quindi contenuti brevi o lunghi, singoli o seriali, pensati per il piccolo, medio o grande schermo, lineari o interattivi, fruibili da soli o in compagnia e ci saranno offerte adatte ad ogni tipo di capacità di spesa. In questo nuovo equilibrio conserverà un suo posto anche il cinema perché resterà sempre unica e irripetibile, almeno fino a quando al nostro cervello connesso in rete non potrà essere trasmessa un’esperienza sensoriale virtuale completamente artefatta, l’esperienza della visione in una grande sala cinematografica. Questo non vuole dire che il modello economico dell’andare al cinema sarà quello cui siamo abituati oggi, un modello forse già superato dalla necessità di rendere più efficiente il modo in cui la domanda di film incontra l’offerta al cinema.

Questa evoluzione avrebbe dovuto continuare ad avvenire in modo lento e progressivo, dando alle economie di produzione e distribuzione, tra cui televisioni e cinema, il tempo di adeguarsi. Startup avrebbero trovato nuove formule e provato nuovi formati, aziende che hanno saputo per prime lanciare i nuovi contesti avrebbero imparato a produrre contenuti rilevanti, chi invece produce cinema e grande audiovisivo da sempre avrebbe trovato i contesti più adeguati e i cinema si sarebbero gradualmente integrati in questo ecosistema, con nuovi modelli economici. Penso che in 10 anni saremmo arrivati ad un mercato fatto da alcune grandi piattaforme di distribuzione dei contenuti su tutti gli schermi connessi, con i migliori nuovi film e serie capaci di ottenere un premium price rispetto alle formule SVOD o AVOD e di essere visti anche sul grande schermo di cinema perfettamente integrati in questo ecosistema.

La trasformazione non sarebbe stata “indolore” per gli attori che occupano oggi questo mercato, come dimostrano anche le grandi concentrazioni di aziende degli ultimi anni, ma tutto sommato si tratta di un settore che non avrebbe sofferto una contrazione, anzi penso che ci saremmo trovati di fronte a una costante espansione, nonostante ci sia chi preveda che le AI potranno generare anche i film in futuro.
L’attuale crisi rischia invece di rendere questo passaggio molto più traumatico di quanto non sarebbe stato. Non ho idea di quanto l’industria cinematografica possa resistere alla chiusura dei cinema, destinata a propagarsi per il mondo, né di quanto rapidamente e persino se sarà possibile tornare ai livelli precedenti in un mondo in cui la vicinanza sociale potrebbe essere un prezzo che si è disposti a pagare solo per beni e servizi necessari. La crisi però sta già compromettendo l’equilibrio di molti operatori e inevitabilmente ci troveremo di fronte ad un mondo diverso.

La scontata considerazione che più dura questo periodo più potrebbe essere difficile tornare alla normalità, dovrebbe spingerci ad usare il tempo che abbiamo a disposizione per pensare a quello che si può fare per essere già sulla traiettoria del nuovo equilibrio. Le grandi crisi hanno un unico pregio che è costringerci a concentrarci sull’essenziale, preservare le scintille che possono riavviare il sistema e metterle in grado di far ripartire motori che un po’ ovunque si stanno fermando. Una attenzione che andrebbe portata ben oltre i problemi della fabbrica dei sogni.

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