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The Hunt è l’ennessima conferma targata Blumhouse, la recensione

The Hunt è l’ennessima conferma targata Blumhouse, la recensione

Di Adriano Ercolani

Se ce ne fosse ancora bisogno, ecco (finalmente) arrivare The Hunt a confermare che la Blumhouse è una società che cerca di proporre cinema di genere intelligente, coraggioso e con uno sguardo decisamente non contato sul nostro presente. Il film diretto da Craig Zobel (Compliance, Z for Zachariah) lavora al meglio sull’idea di horror distopico partendo da un’idea di base molto semplice – un gruppo di sconosciuti si risveglia in una terra sconosciuta dove viene cacciato come un animale – per espanderla pian piano in qualcosa di più stratificato e corrosivo, una critica alla società americana contemporanea che proprio non sembra risparmiare nessuno.

Dopo un inizio che si presenta come una spettacolare, sanguinolenta carneficina i personaggi iniziano pian piano a svilupparsi, ed ecco che il film inizia a sbeffeggiare senza alcun timore reverenziale il perbenismo bigotto dell’America liberal, quella che dietro le frasi fatte e i milioni di dollari in banca mostra tutta la superficialità di chi crede molto più nelle belle idee che nei più terreni fatti. Pian piano il film scivola dentro i parametri della commedia nerissima, in cui la protagonista Betty Gilpin interpreta con perfetta aderenza fisica e psicologica una sorta di folle incrocio tra Forrest Gump e John Rambo, un personaggio che si interroga davvero poco su quel che accade ma non esita un secondo a impugnare una pistola a far fuori chi sta cercando di ucciderla senza un motivo apparente.

Un gioco al massacro che sbeffeggia ogni visione sociale o politica

In questo gioco al massacro ogni visione sociale o politica, democratica o conservatrice che sia, viene sbeffeggiata attraverso la sua stessa ipocrisia. In più la sceneggiatura scritta da Nick Cuse e Damon Lindelof affronta con audacia un altro tema più che contemporaneo: in un mondo dove l’informazione applicata alla tecnologia è ormai quasi totalmente incontrollabile, l’uso irresponsabile dell’informazione stessa può diventare abuso. E se talvolta fossero la cecità e il pregiudizio dell’uomo comune a generare il “mostro”? The Hunt propone al pubblico quest’ipotesi in maniera soavemente granguignolesca, ma attenzione a sottovalutarne la portata in un mondo dove si rischia la carriera (o peggio) a causa di un Tweet contraddittorio o una frase estrapolata dal suo contesto originario.

Insieme a un film vicino al capolavoro come Scappa – Get Out e a un altro progetto davvero riuscito come il più recente L’uomo invisibile, The Hunt compone una trilogia con cui la Blumhouse ha diretto il proprio occhio verso l’America contemporanea, mostrandone le ombre anche dove spesso il cinema non ha il coraggio di guardare. A livello artistico The Hunt non si avvicina ai due film precedentemente citati, preferisce rimanere nell’ambito del cinema di genere che garantisce prima di tutto svago. Ciò non toglie che oltre al divertimento a tinte forti il progetto del trio Zobel/Cuse/Lindelof offre anche spunti di riflessione e angolazioni di analisi davvero non scontanti. E questo ne impreziosisce ancor più l’uscita in sala troppo a lungo rimandata.

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