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Tales from the Loop è un grande esempio di fantascienza umanista

Tales from the Loop è un grande esempio di fantascienza umanista

Di Lorenzo Pedrazzi

Riflettendo sul nostro presente, non è difficile individuare alcuni aspetti che un tempo avremmo ricondotto alle narrazioni distopiche, e che in sordina sono divenuti reali. Non si tratta di un’oppressione sfacciata e totalitarista come quella delle grandi distopie novecentesche, eppure le sue tracce sono ravvisabili nel rapporto ossessivo-compulsivo con la tecnologia, nella moltiplicazione degli occhi elettronici, nella concessione dei dati personali alle grandi corporation, nell’utilizzo di una “neolingua” da parte delle istituzioni, e nella possibilità di localizzare i nostri spostamenti tramite cellulare. Black Mirror ha sintetizzato tali ansie in una fantascienza che sfiora la tecnofobia, ma il ricorso agli scenari distopici è piuttosto comune nella cultura popolare. Lo dimostra anche il successo di The Handmaid’s Tale, il cui femminismo “reazionario” – come scrive Elisa Cuter su L’indiscreto – non riparte da un principio di piacere, bensì dalla rappresentazione feticistica del dolore per indurre empatia.

Con le dovute differenze, un discorso simile riguarda anche il nostro rapporto con la tecnologia. Le distopie contemporanee non azzardano a ripensare tale relazione, ma generalmente si limitano a contrapporre un “sistema” demoniaco e senza volto (ispirato e potenziato dagli avanzamenti tecnologici) alla supposta “purezza” della natura umana: l’esito finale può quindi condurre a una ribellione dell’uomo, che si libera degli ammennicoli high-tech per ritornare a uno status quo precedente, incorrotto; oppure a una dichiarazione di resa, in cui l’uomo soccombe all’oppressione tecnologica e si abbandona al suo cupo destino.

Questa premessa è utile per introdurre Tales from the Loop, evidenziando fin dal principio le sostanziali differenze che lo separano dalla gran parte delle produzioni attuali. Il bellissimo libro di Simon Stålenhag, pubblicato in Italia da Oscar Ink, intrattiene con la tecnologia un rapporto molto peculiare: l’artista reimmagina la sua infanzia in una Svezia ucronica, dove un ipotetico acceleratore di particelle viene costruito sotto al lago Mälaren e innesca progressi scientifici straordinari, che si riverberano sull’ambiente locale. I paesaggi innevati della costa svedese si popolano così di robot dismessi, veicoli avveniristici e strutture futuribili, talvolta ridotti ad archeologia industriale che si staglia sullo sfondo. Stålenhag, insomma, rilegge la memoria sotto la lente dell’immaginazione, ipotizzando al contempo una convivenza equilibrata – per nulla oppressiva – con la tecnologia stessa.

Tales From the Loop

La serie di Amazon Prime Video trova una soluzione arguta per adattare quest’opera teoricamente “infilmabile”, troppo frammentaria e rarefatta per essere tradotta su schermo in modo fedele. L’intuizione di Nathaniel Halpern, sceneggiatore che ha firmato molti episodi di Legion, consiste nel ribaltamento di prospettiva: la componente individuale del libro di Stålenhag si trasfigura infatti in un racconto collettivo, come una rilettura fantascientifica della Piccola città di Thornton Wilder. I tre episodi che ho potuto vedere in anteprima, pur non essendo consecutivi, restituiscono bene l’idea alla base di Tales from the Loop, insieme alla sua particolare struttura. Lo show sposta l’ambientazione dalla Svezia a una cittadina dell’Ohio, dov’è stata scoperta una grande sfera composta da numerosi frammenti neri, denominata Eclipse. Attorno alla sfera viene costruito il Loop, una struttura circolare che ne studia i misteri, stimolando – proprio come nel libro – grandi avanzamenti tecnologici.

Tra macchine levitanti, automi curiosi, arti bionici e paradossi temporali, esploriamo una versione alternativa degli anni Ottanta che rifugge dagli stereotipi, e non ha alcun interesse per l’effetto nostalgia (siamo lontanissimi da Stranger Things, in tal senso). Halpern e i registi che lo affiancano – tra cui Mark Romanek, Andrew Stanton e Jodie Foster – costruiscono un’atmosfera delicata e intimista, memore del cinema indie di Brit Marling, Zal Batmanglij e Mike Cahill, ma senza le derive new age che talvolta ne appesantiscono i risultati. Il punto di vista cambia in ogni episodio, e con esso la rilevanza dei personaggi nella storia: quelli che sono protagonisti in una puntata, potrebbero ridursi a fugaci comparse nell’episodio successivo, lasciando ad altri la luce dei riflettori. Il ruolo primario è infatti ricoperto dalla città, di cui scopriamo gradualmente gli abitanti e il loro rapporto con il Loop. Sono storie in cui gli elementi fantascientifici restano in secondo piano, amalgamati all’ambiente in cui si muovono gli esseri umani: ne influenzano le vite, certo, e contribuiscono ad alimentare l’enigma di un’esistenza imprevedibile, fatta di movimenti errabondi tra lo spazio e il tempo; ma il fulcro del racconto è sempre l’umanità nella sua disperata ricerca di legami emotivi, costretta ad affrontare il dramma della perdita e la consapevolezza della sua mortalità.

Tales from the Loop adotta quindi un passo misurato, contemplativo, in armonia con il clima dolente che aleggia sulla serie. I robot e le altre presenze retro-futuristiche sono elementi di sfondo, sciolti nel paesaggio: fanno parte della quotidianità, non sono fonte di meraviglia. Halpern utilizza le opere di Stålenhag come una tela su cui dipingere la sua creazione personale, eppure ne rispetta i principi fondamentali, non solo sul piano iconografico. Nel ritrarre questa ucronia giocata per sottrazione, Halpern ripensa il nostro rapporto con la tecnologia sotto una luce diversa da qualunque altra serie contemporanea: nel mondo di Tales from the Loop, i fenomeni della tecnica sono integrati con naturalezza nella vita umana, non sortiscono effetti alienanti o spaventosi. La tecnologia ritorna a essere uno strumento nelle mani dell’uomo, una delle tante sfaccettature della sua esistenza sulla Terra, invece di assurgere a “sistema” incontrollabile e semidivino.

Non si tratta propriamente di un’utopia, perché gli scenari di Tales from the Loop non hanno nulla di “ideale”, sono un semplice riflesso della realtà; però si potrebbe parlare di “contro-distopia”, se mi passate il termine un po’ macchinoso. Ai foschi scenari di Black Mirror e altri prodotti apocalittici, la serie Amazon contrappone un processo di normalizzazione che immagina un contesto ipertecnologico senza il paternalismo dei cautionary tale. Così, nello show trovano spazio anche piccoli momenti poetici dove i personaggi dialogano con l’ambiente circostante, soprattutto i bambini, la cui curiosità è sempre uno stimolo alla scoperta.

La libera trasposizione di Nathaniel Halpern dimostra quindi il potenziale espressivo di una visione luminosa, aggraziata, riflessiva e costruttiva, rispetto al nichilismo di certe distopie. Il tutto senza scivolare nel più cieco positivismo, ma riflettendo sull’intrinseca neutralità della tecnologia e la sua dipendenza dalle scelte umane. In tempi già distopici e oscuri come questi, abbiamo bisogno di razionalizzare il nostro sguardo sulla realtà presente e futura per nutrire una fiducia rinnovata in ciò che essa potrebbe riservarci: la pacatezza di Tales from the Loop è certamente un modello più utile e propositivo, a tal fine.

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