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Da Supercar a Super Vicki: quando le scuole erano chiuse e non c’era Netflix

Da Supercar a Super Vicki: quando le scuole erano chiuse e non c’era Netflix

Di Marco Triolo

C’è virus e virus. Ci sono quelli che terrorizzano un’intera civiltà con prospettive apocalittiche, e quelli che invece vorresti prenderti per potertene stare un po’ a casa. Specialmente se hai 12 anni e quella mattina lì dovrebbero interrogarti in geografia.

Oggi che siamo un po’ tutti costretti a stare chiusi in casa per colpa di quella parola che inizia con la C e finisce con OVID-19, di alternative per farcela passare ne abbiamo. Anche troppe, a volte. Tra le serie su Netflix, Prime Video e presto anche Disney+, nonché svariati altri servizi di streaming, Sky e chi più ne ha più ne metta, non c’è che l’imbarazzo della scelta per accontentare i gusti di ogni singolo membro della famiglia.

A metà anni ’90? Non proprio. A metà anni ’90, se ti prendevi un coronavirus un po’ più modesto, diciamo uno che si accontentava di farti venire un raffreddore o una banale influenza di stagione, o quando le scuole erano chiuse, la tua scelta di pre-adolescente che ancora non aveva scoperto le meraviglie del sesso delle serie serializzate non poteva che dirottarsi sulla Mediaset.

Al centro di tutto c’era Italia 1. Per il cervello pre-teen, Italia 1 era l’equivalente di una cassaforte piena di banconote da 500 euro aperta, con una bottiglia di champagne e del caviale su un tavolino nel mezzo del caveau e sulla porta blindata un post-it con su scritto “Offre la casa”. Un’infornata di testosterone e modelli virili di riferimento che neanche a una partita di football in cui tutti i concorrenti sono cloni di Arnold Schwarzenegger o Patrick Swayze.

L’azione

Su Italia 1, e poi anche Canale 5 e Rete 4, potevi trovare cose meravigliose. Cercavi un po’ di sana azione? La potevi trovare in Magnum P.I. (ATTENZIONE: quello coi baffi), A-Team, Supercar. Già questi tre nomi farebbero tremare le gambe a tutti, tre giganti che ridefiniscono il concetto stesso di “nostalgia”, con i loro eroi tutti d’un pezzo e quelle belle storie rilassanti che si chiudevano senza lasciare niente in sospeso. Non importava in quali casini andasse a infilarsi il protagonista, SAPEVI che entro il finale tutto si sarebbe risolto. Due di queste serie, Magnum P.I. e Supercar, sono state create dallo stesso autore, un signore che rispondeva al nome di Glen A. Larson. Un genio che ci ha regalato anche Automan, Manimal, Battlestar Galactica e, soprattutto, una serie che secondo me non tutti vi ricordate: Professione pericolo. Per me da bambino era una vera ossessione, a partire dalla sigla. Da grande volevo fare il Lee Majors.

A-Team è invece una creatura di Stephen J. Cannell, che, tra le frecce al suo arco aveva serie come Hardcastle e McCormick, Riptide (“quella con l’elicottero”), 21 Jump Street (“quella con Johnny Depp”, forse da noi un po’ meno celebre), e anche un’altra giusto un pochetto famosa: Ralph Supermaxieroe. Il colpo di genio definitivo: il supereroe in cui tutti potevamo identificarci, perché imbranato come lo saremmo stati noi se avessimo avuto i suoi poteri. Ma anche quello che sognavamo tutti di essere, perché chi non vorrebbe poter volare grazie a un costume alieno?

Chi sto dimenticando? Ah, beh, ovviamente MacGyver, l’ossessione di Patty e Selma, l’uomo che ha spinto un’intera generazione di ragazzini a supplicare i genitori affinché si fidassero abbastanza da comprare loro un coltellino svizzero. E come non citare Hazzard, l’unica serie ad averci mai convinto del tutto che essere degli zoticoni analfabeti e contrabbandieri alla guida di un’auto truccata con sopra la bandiera sudista (= quelli che supportavano la schiavitù) fosse cosa buona e giusta.

Le commedie

E poi c’erano le sit-com, l’unico prodotto televisivo americano a essere cambiato davvero poco da allora. Super Vicki, la sorella che tutti avremmo voluto, specialmente per fargliela pagare ai bulletti (e no, suo fratello non era Billy Corgan!). Ma anche I Robinson (che delusione quando il papà per eccellenza ha gettato la maschera in quel modo!), Il mio amico Arnold (che ci ha insegnato la tolleranza prima ancora che fosse un problema).

Potrei andare avanti all’infinito. Potrei citare Hercules e il suo spin-off Xena, che ci hanno insegnato come la Grecia classica fosse tutta una foresta lussureggiante. O magari anche In viaggio nel tempo, con Scott Bakula che ogni giorno andava in missione nel tempo per conto di Dio (SPOILER!). Potrei, ma, accidenti, è appena partita un’allegra marcetta al pianoforte: è Jessica Fletcher che si prepara a risolvere un altro caso. La mattina è già finita.

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