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Otto anni dopo il flop, John Carter è un film da rivalutare

Otto anni dopo il flop, John Carter è un film da rivalutare

Di Lorenzo Pedrazzi

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Era l’estate del 2013 quando incontrai Michael Chabon a Milano, ospite del Corriere della Sera per La Milanesiana. Il grande scrittore americano – premio Pulitzer per Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay – presentava il suo ultimo romanzo, Telegraph Avenue, e al termine dell’incontro si intrattenne qualche minuto con i suoi lettori per firmare le copie del libro. Ovviamente ero tra loro, emozionatissimo per l’incontro con uno dei miei scrittori preferiti. Elargiva grandi sorrisi con quell’umana simpatia che da sempre gli si riconosce, e quando venne il mio turno, dopo avergli dato la mia copia, gli dissi una cosa che avevo in mente da quasi un anno e mezzo: «Sai, mi è piaciuto molto John Carter l’anno scorso…»

In quel momento, alzando gli occhi dal libro, mi rivolse uno dei suoi sorrisi con il consueto sguardo luminoso (lo stesso della foto sottostante, tratta dalla premiere del film). «Grazie, meno male che a qualcuno è piaciuto!» mi rispose, restituendomi la copia firmata. Devo essere stato l’unico a tirare in ballo proprio quell’argomento in un contesto del genere.

Di John Carter, Michael Chabon era infatti lo sceneggiatore insieme al regista Andrew Stanton e Mark Andrews, ma il flop commerciale del film Disney non dev’essere stato molto incoraggiante per uno scrittore che aveva già tentato la strada del cinema, incontrando non pochi ostacoli. Negli anni Novanta propose un copione di X-Men che però fu rifiutato, mentre nei primi Duemila scrisse una versione di Spider-Man 2, togliendo i troppi villain della stesura precedente per ridurli a uno solo, il Dottor Octopus. La sua sceneggiatura non fu utilizzata, ma di fatto Chabon salvò il film: l’antagonista rimase uno solo, e ne venne fuori uno dei blockbuster più belli degli ultimi vent’anni. Giustamente, fu accreditato come co-autore del soggetto.

Adattare Sotto le lune di Marte di Edgar Rice Burroughs dev’essere stato un sogno per un autore come lui, appassionato fin da piccolo di storie d’avventura e grandi narrazioni popolari. Si trattava, inoltre, del primo film in live-action di Andrew Stanton, che aveva già dimostrato il suo talento alla Pixar con A Bug’s Life, Alla ricerca di Nemo e WALL•E: ma allora, cos’è andato storto?

Sul piano creativo, niente. John Carter è un ottimo planetary romance, dal gusto raffinato e con un’intrigante cornice metatestuale. Gli attori funzionano bene nei rispettivi ruoli, e fa tenerezza pensare che la Hollywood del 2012 credesse così tanto in due star mancate come Taylor Kitsch e Lynn Collins. Nel complesso, si tratta di un colossal piacevolmente démodé, con un’idea di avventura “classica” che deriva dalle vecchie riviste pulp. Non a caso, i libri di Burroughs hanno formato e influenzato moltissimi autori di letteratura e cinema fantastico, introducendo vari elementi che sono entrati a far parte del canone del genere.

Il punto è proprio questo: nonostante le sue indubbie qualità, John Carter è arrivato troppo tardi. Molte delle idee di Burroughs (l’eroe trasportato su un altro pianeta, la battaglia nell’arena, l’unione di fantasy e sci-fi, i mostri alieni, la combinazione di alta e bassa tecnologia…) erano state già trasposte nei successi mondiali di Star Wars, Avatar e altri blockbuster, giunti sul grande schermo con notevole anticipo rispetto alla loro fonte d’ispirazione. Così, a molti spettatori John Carter è sembrato già vecchio e derivativo, quando invece sarebbe dovuto essere il contrario. Inoltre, la grande libertà concessa a Stanton anche nelle strategie di marketing (fu lui a selezionare gli anonimi manifesti del film) sortì pessimi risultati: il pubblico non aveva ben chiaro cosa fosse questo John Carter, e quale fosse il suo target di riferimento. La Disney, che sperava di aver scovato un nuovo franchise dopo i fallimenti di Prince of Persia, The Lone Ranger, L’apprendista stregone e TRON, si ritrovò fra le mani un film condannato già in partenza, che infatti provocò grandi perdite economiche alla Casa di Topolino. Ma uno studio del genere, si sa, cade sempre in piedi: nel giro di pochi anni, infatti, la Disney avrebbe sbancato i botteghini con i film Marvel, i nuovi Star Wars, il martellante Frozen e i remake in live-action dei classici animati.

Concedetegli una possibilità, in questi giorni di clausura forzata e necessaria. Sono passati otto anni dall’uscita nelle sale, ma sul piano tecnico è ancora un gioiellino, mentre il suo respiro avventuroso ha ben pochi eguali nel cinema hollywoodiano dell’ultimo decennio. Sarebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia, come lascia intendere il finale, ma resterà una monade nella storia recente del cinema hollywoodiano: peccato.

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