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Lo squalo, il coronavirus e Boris Johnson

Lo squalo, il coronavirus e Boris Johnson

Di Marco Triolo

Ci sono autori su cui è ancora possibile dire qualcosa che non sia stato detto, e poi c’è Steven Spielberg. Se avete più o meno la mia età – non la dirò, ma la potete evincere dal contesto – siete senz’altro cresciuti con il suo cinema. I suoi film hanno allietato molte nostre serate in TV, e, a un certo punto, siamo anche diventati abbastanza grandi da vedere i suoi nuovi film al cinema. Anche se certamente alcuni dei suoi capolavori assoluti sono usciti troppo presto perché li potessimo vedere nelle sale. Ad esempio quello di cui vi vorrei parlare oggi: Lo squalo.

Portate pazienza, questo post andrà piuttosto sul personale, ma d’altro canto con Spielberg è difficile essere obbiettivi. Perciò ecco una confessione: da bambino non riuscivo a vedere i film spaventosi. Dall’adolescenza in poi mi sono scoperto amante degli horror, ma da piccolo non ce la facevo proprio. Quando i miei compagni di classe delle elementari stavano alzati fino a tardi per vedere Nightmare, io ero già ampiamente a nanna a sognare Marty McFly che volava via con la DeLorean.

Per questo, Steven Spielberg per me è sempre stato il sinonimo di Indiana Jones, E.T., tutt’al più Incontri ravvicinati del terzo tipo (ora lo ritengo il suo assoluto capolavoro, ma all’epoca il finale mi inquietava non poco). Lo squalo è un film che ho recuperato molto dopo. Ed è diventato all’istante uno dei miei preferiti.

Oggi, lo devo rivedere almeno una volta all’anno, se no sto male. È un film incredibile, è già il blockbuster perfetto pur essendo il primo blockbuster in senso moderno. Non so se lo sapevate ma, prima de Lo squalo, i film americani non venivano distribuiti contemporaneamente su tutto il territorio nazionale. Dopo Lo squalo, è diventata una prassi per i grossi film da studio estivi.

Lo squalo costò 9 milioni di dollari e ne incasso 470 nel mondo. Fu un successo stratosferico, e ancora oggi è settimo nella classifica dei più grandi incassi di tutti i tempi, se aggiustata secondo l’inflazione. Fu anche un fenomeno di costume: dal poster al tema di John Williams, divenne istantaneamente iconico. La frase di lancio, “You’ll never go in the water again!” (“Non andrete più in acqua!”), esiste in bilico tra gli strilli del vecchio cinema horror e una dimensione auto-ironica, post-moderna. Naturalmente questo si sposa alla perfezione con l’essenza di Spielberg e della sua generazione, da Lucas a Coppola: un gruppo di giovani registi cresciuti con la TV e il cinema di genere anni ’50, decisi a rifarlo con più soldi e un’idea autoriale apparentemente incompatibile con esso.

Lo squalo esiste nella stessa, strana intercapedine tra dimensioni: è un film horror da vedere con una gigantesca vasca di popcorn davanti. È Moby Dick, è il mito dell’America dei western, in cui un trio di cowboy ripresi in piano americano sfida a duello un enorme squalo bianco. È terrore e avventura esaltante allo stesso tempo. Spielberg riesce a fare tutto benissimo e senza sforzi, azzecca ogni singolo tono e tutti i generi che mescola. E lo fa come se avesse già diretto venti film quando era solo al secondo (terzo, se contiamo il film per la TV Duel).

Lo squalo è anche un film che non si ferma mai, procede spedito e con un ritmo perfetto fino alla fine. Ma, e qui si vede il genio di un fuoriclasse, sa dosare i momenti di paura e alternarli con altri di quiete. Sa mantenere l’equilibrio tra l’azione e l’approfondimento psicologico. Sa centellinare le apparizioni del mostro (anche per necessità tecniche, lo squalo meccanico funzionava male in acqua), per far esplodere la paura chirurgicamente con alcuni dei migliori jump-scare della storia del cinema. Si veda ad esempio la scena del volto umano che esce dal relitto di una barca di pescatori, spaventando a morte Richard Dreyfuss. Una scena che, dopo aver osservato la reazione del pubblico alle proiezioni test, Spielberg volle rigirare per ottenere un effetto ancora più devastante.

In mezzo a tutto questo, Spielberg si prende anche un momento per tirare il fiato: riduce al minimo gli artifici del cinema, crea un set minimale quasi da teatro e lascia Robert Shaw libero di mangiarselo tutto con un monologo entrato negli annali. Dietro c’è la penna di John Milius, regista di Conan il barbaro e sceneggiatore di Apocalypse Now. Il risultato è una sequenza da antologia che fa venire la pelle d’oca oggi come allora. Ce la riguardiamo.

Il finale (diversissimo da quello del romanzo di Peter Benchley) è anche la più grande affermazione della filosofia di Spielberg mai impressa su pellicola. A chi dubitava della credibilità della scena in cui Roy Scheider fa saltare in aria lo squalo sparando a una bombola, il regista rispondeva (parafraso): “Se gli spettatori si sono fidati di me fino a ora, crederanno anche a questo”. È il concetto della sospensione dell’incredulità ed è l’essenza stessa del cinema. Spiegata in pochissime parole da uno dei suoi massimi rappresentanti.

Curiosamente, in questi strani e angoscianti giorni che stiamo vivendo, Lo squalo ha assunto un altro livello di lettura che si lega all’attualità. La figura del sindaco Vaughn (Murray Hamilton), che non ascolta gli avvertimenti di Brody (Scheider) e preme per tenere le spiagge aperte il 4 luglio nonostante l’allarme squalo, ricorda molto da vicino alcuni leader di oggi e la loro reazione alla pandemia. In particolar modo Boris Johnson, il premier britannico. Addirittura, qualche giorno fa è emersa una sua vecchia dichiarazione, risalente al 2006, in cui Johnson definiva Vaughn “il vero eroe” del film.

Lungi da me chiamare Lo squalo un film profetico. Nei blockbuster c’è sempre la figura di quello che grida al lupo e non viene ascoltato dai Poteri Forti, che marciano allegramente verso la catastrofe. Fa parte del pacchetto. Piuttosto, la riflessione che possiamo fare è su noi stessi: quante volte, guardando questi film, abbiamo gridato allo schermo “Ascoltatelo, dannazione!”, convinti che, in quella stessa situazione, noi avremmo fatto la cosa giusta. Salta fuori che invece non è così. Quando l’apocalisse arriverà – e non è questa, ma quando arriverà – ci salteremo allegramente dentro con tutte le scarpe.

Morale della favola: ascoltate sempre Roy Scheider. E riguardate Lo squalo, che trovate sia su Prime che su Netflix.

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