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Il buco, o il nulla che resta: recensione dell’imperdibile film Netflix

Il buco, o il nulla che resta: recensione dell’imperdibile film Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

Il cinema di genere si conferma l’avamposto di riflessioni politico-sociali che non possono esprimersi altrove con la stessa forza “anarchica”, soprattutto quando l’horror e la fantascienza trasfigurano il reale in visioni allegoriche. Il caso de Il buco, appena uscito su Netflix dopo il successo al Toronto International Film Festival, dimostra lo spessore delle idee nel dialogo tra verità e finzione, dove la prima viene rielaborata dalla seconda per costruire un racconto limpido e incalzante.

D’altra parte, il compito della narrazione popolare è di essere fruibile da tutti, senza che i suoi eventuali sottotesti risultino troppo nebulosi. Il film di Galder Gaztelu-Urrutia fa di questa chiarezza una bandiera, al limite del didascalico: una prigione verticale è composta da stanze impilate una sull’altra, con un buco rettangolare che le mette in comunicazione; ogni giorno, l’apertura è attraversata da una piattaforma ricchissima di vettovaglie raffinate, che parte dall’alto (il piano 0) e arriva fino in fondo. I prigionieri non conoscono il numero dei piani, ma sanno bene che trovarsi in cima – o quantomeno nei piani intermedi – garantisce loro la sopravvivenza: la piattaforma passa infatti una sola volta al giorno, si ferma per pochi minuti e non permette di conservare il cibo, pena un innalzamento o un abbassamento mortale della temperatura. Gli “ospiti” dei livelli superiori s’ingozzano quindi più che possono, e ai piani inferiori non restano neanche le briciole.

Goreng (Iván Massagué) si risveglia al 48mo piano e fa la conoscenza di Trimagasi (Zorion Eguileor), il suo anziano compagno di cella. Trimagasi gli spiega che i detenuti cambiano piano ogni mese, fino al termine della pena: Goreng si è fatto rinchiudere volontariamente per sei mesi in cambio di un “attestato di permanenza”, mentre il vecchio deve scontare un anno per omicidio. Ogni prigioniero ha il permesso di portare con sé un oggetto qualunque, e Goreng ha scelto una copia di Don Chisciotte. Dal canto suo, Trimagasi ha invece optato per un coltello autoaffilante, consapevole di quanto la situazione possa diventare critica nei livelli più bassi.

Insomma, non è difficile intuire il substrato “politico” di un film dove i piani inferiori consumano gli avanzi di quelli superiori, nutrendo di fatto solo una percentuale minoritaria dell’intera popolazione. Il buco mette in scena le gerarchie sociali con una trovata semplice ma brillante, immersa in una distopia “da camera” che somiglia troppo al nostro presente per archiviarla come una finzione speculativa. Il potere, identificato con un’invisibile “amministrazione”, genera un terrificante Panopticon dove i prigionieri sono osservati senza vedere i propri guardiani, ma tale sorveglianza serve solo a opprimerli, non a tutelarli. Ciò che avviene nel carcere resta nel carcere: gli omicidi tra detenuti sono ammessi, come pure il cannibalismo, e l’unica legge è quella dell’homo homini lupus.

Ciò che ne deriva è una violenta guerra tra poveri, proprio ciò che serve all’amministrazione per conservare i suoi privilegi: la situazione tragica spinge gli indigenti – ovvero gli occupanti dei livelli più bassi – a uccidersi tra loro, invece di rivolgere il proprio odio e le proprie energie verso i reali oppressori. L’intera storia dei rapporti tra uomo e autorità si coagula in una torre, la cui architettura brutalista non fa che radicalizzare la severità del potere e l’alienazione che ne deriva. La rivoluzione deve quindi partire dal basso, e si consuma nel sangue. Gli sceneggiatori David Desola e Pedro Rivero non coltivano l’illusione di una rivolta pacifista, sanno fin troppo bene che soltanto uno shock può domare gli istinti umani più basilari. Non a caso, l’ultimo atto è un grand guignol che trasforma l’assurdità beckettiana della prima parte in una carneficina parossistica, una progressiva discesa infernale che rievoca l’epilogo di Essi vivono, ma rovesciandone il movimento: se in quella circostanza gli eroi salivano verso l’alto, qui scendono verso il basso.

La cupezza politica di John Carpenter riecheggia in tutto il film, mentre le analogie con Cube – spesso citato in riferimento a Il buco – sono meramente strutturali, poiché l’esordio di Vincenzo Natali non aveva le stesse ambizioni politico-allegoriche. Piuttosto, oltre a Carpenter, torna alla mente un bel cortometraggio di Denis Villeneuve intitolato Next Floor, di cui Il buco sembra quasi un ribaltamento sociale. Al netto del didascalismo e di un finale un po’ frettoloso (ma sensato), il film ha il merito di non usare i generi come un vacuo pretesto, bensì ne accetta i codici visivi, tensivi e narrativi, rifacendosi alla gloriosa scuola dei b-movie: durata essenziale, personaggi dalla caratterizzazione tagliente, pochi fronzoli e un’idea forte, sfruttata al meglio; ma anche la capacità di fissarsi nell’immaginario collettivo con una singola battuta, che rimane in testa per lungo tempo dopo la visione.

Perché, tra le lussuose pietanze disposte sulla piattaforma, persino la panna cotta può diventare un emblema rivoluzionario.


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