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Il buco nero, una space opera “di culto” da recuperare su Disney+

Il buco nero, una space opera “di culto” da recuperare su Disney+

Di Lorenzo Pedrazzi

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Corre l’anno 1979: la Disney è ancora lontana dall’acquisire Star Wars, e il primo capitolo della saga stellare ha avuto un successo incredibile che stravolgerà le politiche produttive di Hollywood per i decenni successivi. Così, la Casa di Topolino decide di realizzare un film che molti percepiscono come la sua risposta al blockbuster di George Lucas, pur essendo nato come un progetto di tutt’altro genere. L’opera in questione è Il buco nero, un cult un po’ dimenticato che ora potete recuperare nel catalogo di Disney+.

Un disaster movie… spaziale

Se pensiamo alle grandi produzioni hollywoodiane, gli anni Settanta sono il periodo (infausto) dei disaster movie. Film come L’avventura del Poseidon, L’inferno di cristallo e Airport riscuotono grande successo commerciale, e persino vari blockbuster di genere diverso – come il remake di King Kong (1976) e il primo Superman (1978) – sono piegati ai codici visivo-narrativi del cinema catastrofico. Non a caso, gli sceneggiatori Bob Barbash e Richard Landau concepiscono l’idea iniziale de Il buco nero come un disaster movie spaziale, intitolato Space Station 1.

La Disney è interessata all’idea, ma la sceneggiatura passa da molte mani e subisce numerosi cambiamenti, fino all’ultima stesura del marzo 1978, quando Jeb Rosebrook muta la struttura della storia: i protagonisti sono un piccolo gruppo di astronauti che scoprono un buco nero, fenomeno astronomico al centro di grandi dibattiti nella comunità scientifica. A tal proposito, il titolo viene cambiato in The Black Hole, e rimane tale anche nella distribuzione italiana – con la traduzione letterale come “sottotitolo” – fino all’arrivo di Disney+.

La regia viene affidata a Gary Nelson, appena nominato agli Emmy per la miniserie Washington: Behind Closed Doors. Il cineasta accetta dopo aver visto le miniature e i matte painting (ovvero i fondali dipinti) dello specialista Peter Ellenshaw, già vincitore dell’Oscar per gli effetti speciali di Mary Poppins.

Robot, raggi laser e un viaggio allucinante

Il risultato finale si allontana dal cinema catastrofico, per avvicinarsi almeno in parte al modello di Guerre stellari, decisamente più avventuroso e variopinto. Al centro della trama c’è l’equipaggio della USS Palomino, astronave in rotta verso la Terra dopo una missione esplorativa per trovare luoghi abitabili nello spazio. Il viaggio subisce però un’improvvisa deviazione quando il robot V.I.N.CENT individua un buco nero con un’astronave nelle vicinanze: è la USS Cygnus, nave esplorativa scomparsa vent’anni prima, misteriosamente sospesa sull’orizzonte degli eventi senza essere risucchiata. Le indagini dell’equipaggio danno inizio a un’avventura che si spinge oltre i confini dello spazio e del tempo.

La scena più memorabile di questa space opera è proprio l’attraversamento del buco nero, una sorta di incubo surrealista che non risparmia visioni da inferno dantesco. Si tratta del film con cui la Disney comincia a sperimentare produzioni più “adulte”, e infatti è il primo lungometraggio dello studio a ricevere la classificazione PG. La Casa di Topolino ne trae ispirazione per fondare il marchio Touchstone Pictures, con cui realizza film non concepiti specificamente per un pubblico infantile.

Dal canto suo, Il buco nero si pone a metà strada. Tematiche di carattere religioso e metafisico si accompagnano alla caratterizzazione “superomistica” dell’antagonista, lo scienziato Hans Reinhart interpretato da Maximilian Schell: la sua bramosia di sapere universale, insieme all’utopia di un viaggio infinito che supera i limiti umani, è il motore dell’intera vicenda. Al contempo, però, il film di Gary Nelson si concede anche la distensione spettacolare, con battaglie a suon di raggi laser, robot e droidi vagamente ispirati al successo di Star Wars. Se paragonati ai vari C-3PO e R2-D2, V.I.N.CENT e il suo omologo della Cygnus – B.O.B. – appaiono ben più giocattolosi e naïf, così come il braccio destro robotico di Reinhart, il minaccioso Maximilian. In generale, pur essendo uscito tre anni dopo il primo Guerre stellari (e alla soglia degli anni Ottanta), Il buco nero resta ancora legato a certi tòpoi visivi della space opera degli anni Sessanta, dando luogo a una combinazione bizzarra e per nulla sgradevole. La creatività di alcune inquadrature è tuttora impressionante.

Tradizione e innovazione

Costato 20 milioni di dollari, è il film Disney più costoso dell’epoca. Gran parte del budget viene investito negli effetti speciali, che includono l’invenzione del sistema A.C.E.S. (Automated Camera Effects System), in grado di scattare foto a doppia esposizione dei modellini, muovendosi lungo i matte painting. La macchina da presa, guidata dal computer, permette inoltre agli attori di muoversi senza costrizioni in un set inesistente, dove lo sfondo viene aggiunto in seguito. Il sistema Mattescan viene poi usato per comporre inquadrature in live-action mentre la macchina da presa si sposta sugli assi. Rispetto a Star Wars, che aveva rivoluzionato l’utilizzo del computer per governare il motion control sulle miniature, il film di Nelson combina quindi tecniche tradizionali e computerizzate, ponendosi a metà strada tra passato e futuro.

Decisamente innovativo, però, è l’impiego della grafica digitale per i celebri titoli di testa, come mostrano la simulazione di un buco nero.

Se non l’avete mai visto, l’arrivo di Disney+ è una buona occasione per recuperare questo tassello un po’ dimenticato della fantascienza cinematografica. Pur non avendo incontrato i favori del pubblico in sala, la sua fama è stata riscattata negli anni successivi grazie a una discreta schiera di seguaci chissà che non possiate aggiungervi a loro.


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