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Hunters, tra Storia e fumetto pulp: la recensione dei primi due episodi

Hunters, tra Storia e fumetto pulp: la recensione dei primi due episodi

Di Lorenzo Pedrazzi

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso” scrive Hannah Arendt ne La banalità del male, il suo celeberrimo resoconto dal processo ad Adolf Eichman. In effetti, se pensiamo ai nazisti come al grande male del Novecento (con rigurgiti che purtroppo sopravvivono ancora oggi), il loro aspetto più inquietante è forse quella “normalità” di cui parla l’autrice: molti gerarchi del Terzo Reich erano grigi burocrati che “eseguivano solo gli ordini”, entrati nel partito per puro opportunismo e una generica insofferenza verso il Trattato di Versailles. Il resto venne di conseguenza. D’altra parte, l’orrore può consumarsi con la precisione sistemica di un orologio, anche quando viene perpetrato da gente ordinaria: basta avere ingranaggi ben oliati (ovvero, individui sprovvisti di una propria morale o di un’autonomia intellettuale), e la pianificazione scientifica del genocidio acquisisce un’efficacia spaventosa.

Certe riflessioni sono inevitabili di fronte a un prodotto come Hunters, che esemplifica fedelmente il ruolo occupato dai nazisti nel nostro immaginario collettivo. A volte si fatica a credere che un piano così folle, articolato e disumano sia stato concepito davvero, e che molte nazioni della Terra abbiano dovuto unire le forze per affrontare una simile minaccia: non a caso, il cinema, i fumetti e la letteratura hanno tratto ispirazione da Hitler e dal nazismo per creare molti dei propri supervillain, il cui squilibrato titanismo è un pallido riflesso di ciò che stava accadendo realmente. Ebbene, a giudicare dai primi due episodi, Hunters cammina in bilico proprio tra queste dimensioni: la Storia e l’immaginario, la realtà e la sua rielaborazione fantastica.

L’esordiente David Weil ha creato la serie ispirandosi ai racconti di sua nonna, ma ovviamente li ha trasfigurati attraverso la sensibilità di un giovane creativo cresciuto a pane e fumetti, come si evince dalle numerose citazioni di supereroi e supercattivi che affollano i dialoghi. I cacciatori di nazisti equivalgono per lui a supereroi in carne e ossa, e lo show gioca proprio su questo concetto: la caccia ai criminali nazisti è uno dei rari casi in cui ci si possa concedere un po’ di manicheismo, soprattutto considerando l’impostazione della trama.

Siamo nella New York del 1977, e Jonah Heidelbaum (Logan Lerman) è un giovane di origini ebree che vive con l’amatissima nonna Ruth (Jeannie Berlin), sopravvissuta ai campi di concentramento. Una notte, un anziano signore irrompe in casa loro e uccide Ruth a sangue freddo davanti agli occhi terrorizzati del ragazzo. Disperato, Jonah comincia a indagare sul colpevole, ed entra in contatto con Meyer Offerman (Al Pacino), amico di sua nonna. Nonostante quest’ultimo cerchi di tenerlo lontano dalla verità, Jonah trova nuovi indizi sull’assassino, e scopre che Ruth faceva parte di una banda di cacciatori di nazisti capeggiata proprio da Meyer, ricco imprenditore che mette le sue grandi risorse economiche al servizio della squadra.

Il gruppo è composto da individui molto coloriti, tra cui un reduce del Vietnam, una suora inglese (ex spia dei servizi segreti) e un attore specializzato in travestimenti. Jonah insiste per entrare nella banda, che scopre una rete di ex gerarchi del Terzo Reich nascosti negli Stati Uniti sotto mentite spoglie, talvolta con importanti cariche istituzionali: guidati da uno spietato Colonnello (Lena Olin), il loro scopo è fondare il Quarto Reich sul suolo americano, ma ovviamente Meyer, Jonah e gli altri faranno di tutto per impedirlo.

L’esasperazione “fumettistica” è palese fin dalla trama, e si riverbera anche sulla caratterizzazione dei personaggi. Weil opta infatti per una stilizzazione molto marcata: ognuno è riconducibile a una tipologia etnico-sociale, tant’è che la varietà etnica non si giustifica solo nel politicamente corretto, ma anche nella differenziazione iconica degli eroi. Come nei fumetti, ognuno di loro è riconoscibile da varie caratteristiche fisiche e attitudinali, con tanto di presentazioni in stile exploitation (frutto della fantasia di Jonah). Gli stessi nazisti assumono i tratti di supervillain parossistici, ben lontani dalla “banalità del male” di cui parlava Arendt: sono visceralmente crudeli, freddi come Terminator (è il caso dell’inquietante sicario interpretato da Greg Austin) o macchiettistici nella loro intrinseca follia (il Biff Simpson di Dylan Baker, che scimmiotta lo stereotipo americano per nascondere il suo fanatismo).

Questo approccio stilizzato trova una corrispondenza nei dialoghi. Si avverte spesso l’impegno di Weil per far parlare i personaggi in modo brillante, infarcendo le battute di citazioni postmoderne che si accordano più alla sensibilità contemporanea che allo Zeitgeist del 1977. L’esito, comunque, è apprezzabile: i dialoghi vivaci ritmano la narrazione, e alcune ingenuità si perdonano volentieri nello schema generale. Ci sono momenti in cui l’autore si sforza fin troppo di farci vedere quant’è bravo, saturando i dialoghi stessi di riferimenti pop e battute artificiose, mentre i segmenti drammatici – come la conversazione tra Jonah e la nonna all’inizio della premiere – rischiano di scivolare nel cliché. Eppure, queste sbavature passano ben presto in secondo piano, travolte da un uragano pulp che non si risparmia nulla, e diverte proprio grazie ai suoi eccessi. A travolgerci non è solo l’azione in sé (sanguinaria e presente in notevole quantità), ma anche l’effetto straniante di vedere Storia e invenzione fittizia amalgamate tra loro senza remore: spalleggiato dalla crudeltà reale delle loro azioni, Weil trova modi sempre più fantasiosi per ritrarre la mostruosità dei nazisti, soprattutto quando i flashback riavvolgono il tempo fino ai campi di concentramento. Qui, ogni criminale nazista acquisisce la sua peculiare caratterizzazione, come un monster of the week da scovare ed eliminare; anzi, un nazi of the week.

Agevolato dai suoi schematismi, Hunters esorcizza gli orrori della Storia con la stessa brutalità dei cacciatori, puntando a quel genere di catarsi collettiva che solo l’arte popolare è in grado di offrire. Le idee non gli mancano, anche in fase di regia, ma la ricerca dell’originalità a tutti i costi provoca qualche saltuaria incertezza nelle scelta delle inquadrature (come nel prologo). Ciononostante, questo pastiche di suggestioni eterogenee conserva sempre il suo equilibrio, e l’ottima produzione curata da Jordan Peele si dimostra all’altezza delle ambizioni della serie.

Amazon Prime Video potrebbe avere tra le mani un altro successo, peraltro impreziosito dal primo ruolo di Al Pacino sul piccolo schermo: la misurata eleganza della sua interpretazione contrasta piacevolmente con tutto il resto, conferendogli l’autorità e la lieve ironia di un vecchio saggio. Sarà interessante scoprire l’arco narrativo della serie nell’arco dei suoi dieci episodi.

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