Jojo Rabbit, o la Crociata dei Bambini | Recensione

Jojo Rabbit, o la Crociata dei Bambini | Recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

«Sa,» disse «noi, qui, la guerra abbiamo dovuto immaginarcela, e io immaginavo che a farla fossero uomini abbastanza anziani come noi. Avevamo dimenticato che a fare le guerre sono i ragazzini. Quando ho visto quelle facce appena rase, è stato uno shock. “Dio mio, Dio mio” mi sono detto, “è la Crociata dei Bambini.”

Le parole di Kurt Vonnegut in Mattatoio n°5 ci ricordano quanto la guerra possa essere diversa nel confronto tra la realtà e la sua mitizzazione. Il cinema – soprattutto quello “classico” – ci ha abituati a eroi bellici dal volto maturo, virili e sicuri di sé, oppure dotati di una spavalderia giovanile che è sinonimo di forza, energia, vitalità. Eppure, in guerra venivano mandati dei ragazzini, talvolta imberbi, che non sapevano ancora niente del mondo e della vita. Adolescenti, praticamente bambini, irrorati di patriottismo fin dall’infanzia e illusi con promesse di gloria imperitura, oppure strappati al semplice desiderio di un’esistenza tranquilla. I giovani non hanno mai scatenato le guerre, non hanno mai avuto potere decisionale nelle stanze dei bottoni, ma sono sempre stati in prima linea per combatterle.

Anche per questo, adottare lo sguardo di un bambino sul Terzo Reich significa compiere una precisa scelta di campo, tutt’altro che aleatoria. Taika Waititi, non a caso, prende il romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens e abbassa sensibilmente l’età del protagonista, affiancandogli Adolf Hitler (interpretato dallo stesso Waititi) come amico immaginario. Siamo nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale, e la Germania nazista sta soccombendo contro gli Alleati. Johannes “Jojo” Beltzler è un decenne imbevuto di Gioventù Hitleriana, e il “suo” Hitler è un dittatore vanesio, giocoso e maldestro, come può essere un personaggio storico filtrato dall’immaginazione di un fanciullo. Accompagnato da questo bizzarro compare, Jojo vuole solo essere un buon nazista, ma gli mancano la durezza e la crudeltà necessarie. Quando si rifiuta di uccidere un coniglio durante l’addestramento, Jojo viene irriso dai compagni e dall’istruttore, quindi decide di provare il suo coraggio in un altro modo: afferra una bomba a mano e la scaglia senza precauzioni. L’esplosione lo travolge, sfigurandolo.

Dopo mesi di riabilitazione, Jojo continua a cercare la sua strada nel Reich, ma una sorpresa lo attende nella sua stessa casa: una ragazza ebrea, Elsa, nascosta dietro i muri da sua madre Rosie. All’inizio Jojo è spaventato, crede sia un fantasma, e la ragazza è brava a tenergli testa. Nella mente del bambino, gli ebrei non sono esseri umani, bensì creature infide che insozzano la purezza della razza ariana… allora perché questa ragazza gli fa battere forte il cuore? Perché sembra così disperatamente, meravigliosamente umana? Mentre i due si avvicinano, Jojo comincia a scoprire un mondo diverso da quello che i nazisti gli hanno inculcato fin da piccolo, e nulla sembra più avere alcun senso.

Jojo Rabbit

Lo dice bene Yorki, il migliore amico di Jojo, nell’ultimo atto del film. Quando i nazisti schierano persino i bambini per difendere la città dagli Alleati, e la delirante utopia del Führer si sgretola attorno a loro, Yorki si ricorda di essere “solo” un bambino: «Vado a casa da mia madre. Ho bisogno di coccole». Jojo Rabbit racconta proprio questo: il risveglio dal lungo sonno della ragione. Se è vero che l’odio può essere insegnato fin da bambini, e che tale condizionamento infantile è alla base di ogni totalitarismo, l’unica forma di salvezza è rintracciabile nella solidarietà umana, nell’empatia come forma di connessione e comprensione reciproca. Accade tra Jojo, Rosie, Elsa e Yorki, ma coinvolge persino il Capitano Klenzendorf di Sam Rockwell, irresistibile nel ritrarre un gerarca fedele alla propria individualità narcisista più che all’ideologia in sé, votato a un fallimento spettacolare e commovente.

In effetti, Waititi fa del paradosso la sua cifra stilistica predominante. Film come What We Do in the Shadows, Hunt for the Wilderpeople e Thor: Ragnarok sono attraversati da un gusto molto evidente per il parossismo, con eroi stralunati che vivono avventure bizzarre. Il dramma viene spesso smussato dall’umorismo, ma non si tratta di un’ironia fredda e cerebrale; al contrario, Waititi è un cineasta di cuore, che solitamente ride con i suoi personaggi, e non di loro. Fanno eccezione i nazisti di Jojo Rabbit, ed è proprio qui che batte il cuore di questa fiaba satirica: il regista neozelandese non edulcora l’orrore, ma sceglie uno sguardo infantile per evidenziare la profonda, sconcertante assurdità del Terzo Reich. Ogni aspetto del regime – dalle sue dottrine politico-sociali ai rappresentanti delle istituzioni – viene messo in ridicolo attraverso una comicità eccentrica, surreale, talvolta grottesca e soprattutto straniante; una comicità che ci sollecita a guardare l’intero panorama dall’alto, punto di vista privilegiato per sviluppare un giudizio critico.

Waititi, insomma, ci ricorda che l’umorismo ha un potere enorme: quello di stimolare consapevolezza nei propri fruitori. Si ride moltissimo in Jojo Rabbit, ma la risata non è mai disgiunta da una presa di coscienza. Il fatto che Hitler sia interpretato dallo stesso regista – di discendenza ebrea e maori – chiarisce il delizioso paradosso dell’intera operazione, ed è l’emblema del suo valore satirico. Debellati i cattivi maestri, i bambini hanno la possibilità di essere quello che sono veramente, e magari festeggiare la libertà ballando per le strade una meravigliosa danza d’amore.

Jojo Rabbit

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