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Zalone Rischia Tutto

Zalone Rischia Tutto

Di Roberto Recchioni

Dunque, per valutare l’ultimo film di Checco Zalone (ma il primo anche da regista), bisogna fare un distinguo importante tra “cosa” e il “come”.
Ma, prima ancora, una breve premessa, necessaria davanti a un personaggio molto dibattuto (in ambito critico) come Zalone: chi vi scrive è uno che Zalone lo apprezza. Non in maniera cieca, ovviamente, ma credo che abbia un grande talento, una spiccata intelligenza e che i quattro film realizzati fino a Tolo Tolo siano pellicole comiche riuscite.

Sia perché fanno ridere, sia perché sono stati scritti e diretti in maniera sobria, solida e competente, che quando si parla di cinema comico italiano, dove tutti si improvvisano dietro la macchina da presa portando in scena opere scombinate di raro squallore filmico (ogni riferimento al cinema di Antonio Albanese è del tutto non casuale), è un miracolo.

Poi sì, sono film facili e furbetti e, per quanto Zalone sia straordinariamente capace nel rappresentare l’italianità nelle sue più meschine (e comicamente grottesche) sfumature, è anche molto accondiscendente nei confronti di un pubblico che non ha mai voluto provocare, o indispettire, o sfidare. A Zalone, fino a questo momento, è sempre piaciuto piacere e ha blandito la sua audience flirtando con quell’italianità meschina che Alberto Sordi portava meravigliosamente in scena, senza però affondare mai il coltello come Sordi, invece, faceva spesso.

L’italiano portato sul grande schermo da Zalone è stato, di volta in volta, immaturo, egoista, razzista, ottuso, parassitario e via discorrendo ma, di fondo, ha sempre un cuore d’oro che lo redime da tutto. E, anche per questo, il pubblico lo ha premiato.

Con Tolo Tolo le cose potrebbero andare, forse, diversamente.
Cercherò di spiegarvi perché, ma prima torniamo da dove eravamo partiti: “cosa” e “come”.

IL COSA

Per sfuggire al fallimento del suo ristorante e ai debiti a esso connessi, Pierfrancesco Zalone (ma preferisce essere chiamato “Checco”) si rifugia in un resort in Africa, dove si mette a fare il cameriere. L’arrivo della guerra e la combinazione di tutta una serie di sfortunate coincidenze, lo trasforma però in un migrante e lo costringe a tornare in Italia come tale: a bordo di un barcone della speranza.
In sostanza, Luca Pasquale Medici (vero nome di Zalone) prende il suo italiano medio (che è sempre il solito ottuso, infingardo, sognatore e parassita di sempre) e lo costringe a vivere tutta l’esperienza di quegli immigrati che arrivano alle porte del nostro paese, trovandole spesso chiuse.
Ovviamente, nel lungo viaggio, ci sono tutta una serie di avventure più o meno comiche e una prevedibile presa di coscienza.
Una storiella all’acqua di rose che però racconta in maniera abbastanza precisa e dettagliata (per quanto edulcorata di tutti gli aspetti più brutali e violenti) la durissima storia e vita degli immigrati politici ed economici.
E una presa di posizione netta su un argomento fortemente divisorio in Italia, senza alcuna concessione alle sfumature o a quel gioco di dare un colpo al cerchio e una alla botte che a Zalone è sempre venuto con particolare maestria.
C’è, invece, un racconto schierato in maniera chiara, precisa e priva di compromessi.
E viene da ridere a pensare a quei politici, sia di destra che di sinistra, che dopo la pubblicazione del video musicale legato al lancio del film hanno cercato di prendere Zalone sotto la loro ala, o di distanziarsi da lui, perché in questa pellicola il comico non potrebbe essere più diretto nel dire da che parte sta: dalla parte di quelli che ne hanno più bisogno. Punto.
E per uno nella posizione di Zalone, con il gigantesco successo capace di andare oltre a qualsiasi schieramente che ha sempre avuto Zalone, ce ne voleva di coraggio per fare un film che, stando a quello che ci dicono i sondaggi, va contro al pensiero di quasi metà degli italiani.
Ma Zalone lo ha fatto lo stesso e il merito gli va riconosciuto.

Purtroppo è l’unico.

Perché sotto tutti gli altri punti di vista, il film è un mezzo disastro.

IL COME

E qui veniamo alle dolenti note.
Prima vi dicevo di come i precedenti film di Zalone avessero il merito di essere “scritti e diretti in maniera sobria, solida e competente”. Ecco, non è il caso di Tolo Tolo dove tutto sembra essere frutto di una certa confusione. La sceneggiatura, prima di tutto, è un pasticiaccio brutto che sembra figlio di varie teste che non hanno trovato la maniera di mettersi d’accordo. Si parte con un espediente narrativo tipico di Zalone: l’avvio in medias res. All’inizio troviamo infatti il protagonista preso in una situazione di crisi, costretto a raccontare tutta la sua storia in un lungo flashback con voce narrante che, di fatto, è il corpo stesso del film. Solo che poi questo meccanismo viene inspiegabilmente dimenticato e il cerchio narrativo rimane incompiuto, come un elemento avanzato di qualche stesura precedente del copione. Lo stesso si può dire per la storia del protagonista (non la sua evoluzione umana quanto proprio la sua vicenda pratica) che non si risolve neanche vagamente. O la sottotrama casalinga, che viene portata avanti lungo tutta la durata della pellicola ma che, proprio nel finale, viene tralasciata. Identico destino per due dei tre comprimari del film, che appaiono, vengono pure raccontati, ma che poi restano completamente irrisolti. E tutto questo perché, semplicemente, non c’è un finale. Quando si arriva a dover stringere i nodi, parte un attimo di locura meta-cinematografica, si passa ad un delirante cortometraggio animato con canzonicina (debole) annessa, e il film finisce, lasciandoti come un cretino a chiederti se ti sei perso qualcosa.

Non va molto meglio sotto il profilo della regia, che pur non mostrando particolari sgrammaticature che sono tipiche dei comici quando si mettono dietro la macchina da presa (sì, Albanese, parlo ancora di te), è del tutto piatta e monocorde, anche quando prova a giocare con le citazioni (una molto esplicita è dedicata a Salvate il soldato Ryan) o le invenzioni grafico-visive.
Ed è un peccato perché il film ha potuto godere di un budget faraonico che a schermo non si vede.
Meglio, di molto, le interpretazioni e la colonna sonora. Dignitoso il montaggio.

Ma il vero problema, il problema gigantesco e imperdonabile di Tolo Tolo è che non fa ridere.
E questo è l’unico difetto che conta davvero.
Il cinema italiano è pieno di film scritti male e diretti peggio, capaci però di far ridere, che sono diventati giustamente dei classici (basti pensare alle pellicole di Totò ma pure a certi cinepanettoni o qualche pellicola di autori intoccabili oggi, come Troisi). Perché se fai ridere, se fai ridere sul serio, porti a compimento l’istanza prima di un lungometraggio comico. Tutto il resto è accessorio, ma le risate sono fondamentali. Se mancano, non funziona niente.

In breve: Zalone ha una sola battuta e su un solo tema (le tasse), la ripete per tutto il film, senza tirare mai fuori gli aspetti più spigolosi della sua comicità, senza uscire mai dai ranghi, completamente castrato dal rispetto che porta al tema che ha deciso di trattare.
Ad un certo punto, sembra arrivare uno spunto interessante, con il protagonista che viene affetto da attacchi di una malattia non rara, il fascismo, ma tale resta, uno spunto (oltretutto inserito in maniera non organica o sensata nell’equilibrio del film) che non viene esplorato o sviluppato e che si perde nel deserto (letteralmente).

Per il resto, qualche sorriso, qualche situazione già vista, parecchia noia e un finale senza senso.

E se il film non dovesse andare bene al botteghino come le pellicola precedenti, non sarà perché “gli italiani sono razzisti e non hanno amato la presa di posizione di Zalone”, come sono sicuro che qualcuno è già pronto a scrivere, ma perché gli italiani, quando vanno a vedere un film comico, voglio ridere.

E Tolo Tolo, mi duole davvero dirlo perché è un film che rispetto enormemente per il pensiero che c’è dietro, non fa ridere.

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