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StreamWeek: Paul Rudd vs Paul Rudd in Living with Yourself

StreamWeek: Paul Rudd vs Paul Rudd in Living with Yourself

Di Michele Monteleone

Questa appena passata è stata una splendida settimana per tenere una rubrica sulle novità in streming. Su Prime Video è arrivato Modern Love, la serie sull’ammmore di John Carney, Panama Papers, il nuovo film di Soderbergh per Netflix, su cui è anche approdata Living with yourself, una divertente (e inquietante) serie sul doppio con Paul Rudd.

LA SCORSA SETTIMANA IN PILLOLE

NETFLIX

Questa settimana è arrivata la seconda stagione di Baby, serie tutta italiana che racconta le storie di un gruppo di due ragazzette della roma bene (al secolo parioline) che decidono che è una buona idea prendere soldi in cambio di sesso. L’argomento sarebbe anche serio e interessante, ma la sceneggiatura della prima stagione non faceva altro che provocare risate involontarie. Il casting era invece molto buono, aiutato da una fotografia e una regia che, per essere roba nostra, si difendevano bene. Ho letto che c’è stato un cambio proprio alla scrittura in questa stagione, ma non ho avuto il coraggio di ribeccarmi svariate ore di battute orribili, quindi se avete il coraggio di farlo, andate prima voi e fatemi sapere, io il mio dovere l’ho fatto segnalandovelo.

Eli è un horror in cui una famiglia alla disperata ricerca di una cura per la malattia autoimmunitaria del figlio Eli, si trasferisce in un ambiente sterile all’interno di una villa. Eli è tormentato da visioni terrificanti,  che i medici della struttura continuano a imputare ad allucinazioni dovute ai farmaci, ma la verità naturalmente è che qualcosa di orribile sta per succedere. Se mi conoscete un minimo attraverso questa rubrica, saprete che sono un fifone, quindi il film mi ha sufficientemente terrorizzato e ora non mi farò più ricoverare, quindi siete miei testimoni, se muoio è colpa del film di Ciaràn Foy.

Ormai Steven Sodebergh, in aperta lotta con Hollywood e gli studios, sembra aver trovato la sua dimensione nella televisione e la sua casa su Netflix per cui ha già realizzato i bellissimi Godless e High Flying Bird. Questa settimana esce un nuovo film del regista, Panama Papers, un’altra storia che affronta un tema complesso, quello delle società offshore e, come in  High Flying Bird, lo fa con il ritmo incalzante e lo stile algido che lo contraddistinguono. Quello di Soderbergh ultimamente è un cinema di impegno, con un’anima popolare, la solita carrellata di superattori (Meryl Streep, Antonio Banderas, Gary Oldman, Sharon Stone), impacchetta un film divertente e interessante che non potete perdervi e vi introdurrà al mondo del riciclaggio di denaro e delle labirintiche società offshore dello studio legale panamense di Jürgen Mossack e Ramón Fonseca.

Vi segnalo in coda anche League of Legends Origins, un interessante documentario sulla nascita del fenomeno di Lol, un ottimo punto di partenza per capirlo, ma decisamente poco obiettivo e molto autocelebrativo, una specie di grosso spot pubblicitario in cui pare si siano dimenticati di parlare dei grossi problemi di molestie sul luogo di lavoro, le accuse di sessismo e gli inumani orari di lavoro che sono costretti a fare gli impiegati della Riot Games.

NOW TV

Su Now Tv vi seganlo due bei film. Il primo è Widows il nuovo film di Steve McQueen (non l’attore morto, ma il regista vivo che ha girato 12 anni schiavo), scritto insieme a Gillian Flynn (già autrice de L’amore Bugiardo, per me il miglior thriller degli ultimi dieci anni). Nel film, quattro donne, mogli di un gruppo di criminali, dopo che i loro mariti sono rimasti uccisi, decidono di portare avanti “l’attività di famiglia” mettendo a segno una rapina ai danni di un politico. Il film ha qualche sbavatura, forse (so che sembrerà una critica scema) un eccesso di colpi di scena, ma la tensione rimane alta sempre e la rapina di per sé è una delle scene più angoscianti che io ricordi di aver visto al cinema.

Il secondo film è Il primo Reitaliano, diretto da Matteo Rovere che nel 2016 aveva firmato Veloce come il Vento il film che mi aveva fatto alzare a battere le mani mentre lo guardavo. La storia di Romolo e Remo e della fondazione di Roma, nelle mani del regista italiano, diventa una favola nera crudele e violenta fatta più di azioni che di parole (tutto il film è recitato in una sorta di protolatino) che mi ha ricordato film come l’Apocalypto di Mel Gibson. Devo essere sincero però, a differenza del film di Gibson, qui ogni tanto ho subito i cali di ritmo, ma c’è anche da dire che, se anche solo un quarto dei film italiani fossero a questo livello e si aprissero a qualcosa di più di commediole fatte con lo stampino e osassero quanto osa Rovere, allora sarebbe davvero un bel momento per il nostro cinema.

PRIME VIDEO

Ho iniziato Living with yourself Modern Love  insieme e devo dire che ero molto indeciso su quale dei due fosse il migliore della settimana. Mi ha fato protendere per il primo l’orribile e insensato finale strappalacrime con tanto di canzone strappacuore di sottofondo di Modern Love. Ma, a parte gli orribili due minuti finali, la serie antologica di John Carney (se non avete visto il suo Sing Street rimediate immediatamente) basata sulla rubrica settimanale pubblicata dal New York Time, è scritta e girata in maniera perfetta. Divertente, commovente e sorprendente, racconta otto storie d’amore in cui il concetto di “amore” viene allargato a comprendere relazioni non canoniche (e non mi riferisco solo all’amore omosessuale). Preparate un sacco di fazzoletti e godetevi il binge watching della serie.

IL MUST WATCH

Ogni settimana vi segnalo una serie, un film o un documentario che dovete assolutamente vedere, una novità che è l’argomento del momento, quello di cui si parla in pausa caffè con i colleghi.

Living with yourself (Netflix)

Inizia come una commediola con una vena fantascientifica. Miles, un pubblicitario depresso e senza più una direzione, decide di sottoporsi a un trattamento “estetico” per migliorare la sua vita. Scoprirà che il trattamento è in realtà una vera e propria clonazione in cui era previsto che il suo io originale venisse sostituito da una versione nuova e migliore di sé. Il problema però è che il Miles originale si risveglia seppellito sotto un metro di terra e ora dovrà cercare di condividere una sola vita con il suo doppio. Se aggiungete a questa trama il fatto che il protagonista è Paul Rudd, avrete i perfetti ingredienti per una commedia leggera e frizzante. Non è questo il caso però. Living with yourself inganna deliberatamente lo spettatore che parte con il sorriso, si appassiona a un intreccio congegnato alla perfezione da Timothy Greenberg che continua ad andare avanti e indietro sulla linea temporale della sua sceneggiatura, ma soprattutto finisce per provare una profonda angoscia dopo che la storia solleva il velo su una serie di scomode domande su cosa fa di un uomo un uomo. Una grande sorpresa che merita di essere vista tutta d’un fiato.

IL RECUPERO

Come tutte le settimane, siamo arrivati all’ultima parte della rubrica dedicata a una chicca, a un contenuto che probabilmente vi siete persi nell’uragano di novità con cui veniamo bombardati.

Nell’erba alta (Netflix)

Spesso, possiamo dire quasi nella totalità dei casi, gli adattamenti cinematografici dei lavori di Stephen King sono mediocri (quando ci dice bene). Su IMDb ho contato trentanove progetti aperti con il suo nome sopra e penso che questo flusso non sia destinato a fermarsi. La grandezza di King sta in una capacità quasi innaturale di creare high concept, storie sorprendenti con nuclei narrativi semplicissimi che puoi raccontare in cinque righe, ma che contengono al loro interno un intero mondo narrativo. Sembra che però questo aspetto, la semplicità delle sue idee, venga sempre male interpretato al cinema e in televisione. Non è questo il caso di Nell’erba Alta, film tratto da un racconto che ha scritto a quattro mani con il figlio Joe Hill (di cui sono un discreto fan) e che parte da una storia semplicissima: delle persone sentono la voce di un bambino arrivare da un campo di erba alta (alta più di un uomo), si avventurano al suo interno per trovarlo, e si perdono in quello che sembra un infinito labirinto in cui le regole dello spazio e del tempo vengono distorte. Diretto e adattato da Vincenzo Natali (già autore di The Cube), il film è, insieme a Shining e poco altro, un raro esempio di un adattamento di King (e figlio in questo caso) che renda giustizia e superi anche, il materiale originale. Guardatevelo. No, davvero, fatelo, non ve ne pentirete!

Alla prossima settimana, miei fedeli bingewatchers: se vi è piaciuto qualcuno dei consigli che vi ho dato, se volete segnalarmi qualcosa che mi sono perso o se volete suggerirmi qualcosa di cui discutere la prossima settimana, vi invito a commentare l’articolo. La vostra guida allo streaming compulsivo è sempre disponibile!

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