Fare rom-com nell’epoca del #MeToo: la recensione di Non succede, ma se succede…

Fare rom-com nell’epoca del #MeToo: la recensione di Non succede, ma se succede…

Di Lorenzo Pedrazzi

Uno spettro si aggira tra le colline di Hollywood: lo spettro del #MeToo. Questa, almeno, è la sensazione che si ricava dalle più recenti politiche degli studios hollywoodiani, che sono saltati sul carro dell’inclusività di fronte alla crescente consapevolezza del pubblico mondiale (o quantomeno americano) in materia di rispetto e diversità etnico-sessuale. I pericoli del pinkwashing e del rainbow washing sono dietro l’angolo, eppure i risultati si vedono: certo, è avvilente che il maschio-bianco-etero delle alte sfere abbia accettato il cambiamento solo per paura delle potenziali ripercussioni… ma quantomeno la rivoluzione è in atto, e la sensibilità attorno al tema delle molestie sessuali – o nella rappresentazione delle cosiddette “minoranze” – è aumentata moltissimo.

Cosa c’entra tutto questo con Long Shot, noto impropriamente in Italia come Non succede, ma se succede…? Ebbene, il film di Jonathan Levine è forse il prodotto più esemplare di quest’epoca, un vero e proprio emblema della rom-com post-#MeToo. Se da anni la commedia romantica era relegata al piccolo schermo (con gioiellini come Love o Master of None), il regista di Warm Bodies resuscita il genere nell’unico modo possibile, ovvero affrontando di petto l’evoluzione dei rapporti tra i sessi e il superamento delle vetuste gabbie sociali. È palese fin dalla caratterizzazione dei personaggi, Fred Flarsky e Charlotte Field: Seth Rogen interpreta un agguerrito giornalista di sinistra, brillante ma scapestrato, mentre Charlize Theron è il potente Segretario di Stato americano, sul punto di candidarsi alla presidenza. I due si conoscono, perché Charlotte era la babysitter di Fred ai tempi del liceo, e lui ovviamente aveva una cotta per lei. Comunque, la disparità di potere non impedisce loro di riallacciare i rapporti: Charlotte ha infatti bisogno di guadagnare punti nei sondaggi, e chiede a Fred di scrivere i suoi discorsi con piglio ironico e vivace, accompagnandola nei suoi viaggi intercontinentali.

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Inutile dire che tra i due scatta la proverbiale scintilla, anche perché Charlotte rivede in Fred una passione militante che credeva di aver perso, indispensabile per promuovere una serie di misure a favore dell’ambiente. Così, l’attualità di Long Shot diventa persino duplice (la battaglia politica del film si svolge sul terreno dei mutamenti climatici), e la sceneggiatura firmata da Dan Sterling e Liz Hannah bilancia accuratamente le numerose istanze che l’hanno ispirata: l’eredità dei movimenti femministi contemporanei, il retaggio delle commedie romantiche, la satira politica e la sfacciataggine dei bro movie, una specialità di Seth Rogen (non a caso, anche produttore). In effetti, sembra di assistere a un curioso leviatano che unisce registri diversi, oscillando tra romanticismo e goliardia, sarcasmo e lieve malinconia, dove Rogen e Theron rispondono colpo su colpo al ritmo del copione.

Funziona tutto molto bene, si ride di gusto e si partecipa alle vicende emotive dei protagonisti, tifando per loro come in ogni classica rom-com. L’aspetto più interessante, però, risiede forse nella prudenza con cui Levine si avvicina a determinati argomenti, o anche a una semplice gag. I bro movie non si sono mai tirati indietro di fronte a battute considerate “razziste” o “sessiste”, per la semplice ragione che personaggio e autore sono due entità distinte: se un personaggio fa una battuta razzista, non significa che l’autore lo sia. Pare che questa differenza non sia più molto chiara, e allora le commedie contemporanee – vale per Long Shot come per moltissimi altri prodotti del piccolo e del grande schermo – si cautelano a priori, evidenziando subito quanto una certa affermazione sia insensibile o riprovevole. C’è sempre un secondo o terzo personaggio che ne sottolinei la scorrettezza (in questo caso, soprattutto nel finale, è quello di O’Shea Jackson Jr.), e l’andamento stesso del film supera a pieni voti tutti i test del #MeToo, da bravo alunno diligente.

Se è vero che il regista sostiene di non aver bisogno delle lezioni di questo movimento per mostrare rispetto, non si può negare che Long Shot sarebbe stato molto diverso se fosse stato realizzato qualche anno fa. Di fatto, il film mette in scena il modello contemporaneo (idealizzato ma verosimile) di una relazione uomo-donna che si liberi dalle vecchie imposizioni culturali, dove non ci sono ruoli stereotipati né ansie narcisistiche, e le pressioni sociali possono essere disinnescate sul nascere. Un film che cerca la massima fluidità tra i generi, sia come identità sessuale sia come forma espressiva. E ci riesce.

Non succede ma se succede

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