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La Storia di Dredd – La legge sono io (FantaDoc)

La Storia di Dredd – La legge sono io (FantaDoc)

Di DocManhattan

La scorsa settimana, parlando di Demolition Man, si diceva che quel film ha rappresentato un ritorno alla fantascienza per Sylvester Stallone quasi vent’anni dopo quella che era stata la sua prima e unica esperienza nel genere, Anno 2000 – La corsa della morte. Passano solo due anni e Sly è pronto per un’altra sgambata nel futuro, nei panni e sotto il casco del Giudice Joseph Dredd nella MegaCity-One del 2139. Ma la storia di Dredd – La legge sono io (Judge Dredd) inizia molto tempo prima e ovviamente, come buona parte della fantascienza USA post-1977, comincia da Star Wars. Quando, poco prima dell’uscita, il regista Danny Cannon paragona il suo film a un “incrocio tra Star Wars e Ben Hur“, magari sta solo recitando la solita parte del regista che per spiegare una pellicola sci-fi tira in ballo la saga di George Lucas (o Blade Runner) e qualcos’altro; ma che Cannon lo sappia o meno, effettivamente tutto è partito da quella galassia lontana lontana, e da uno degli uomini chiamati a farle fare un giro pure nel Vecchio Continente.

Nel ’77, Charles Lippincott si trova in Inghilterra. È l’advertising and publicity supervisor di Guerre Stellari, e il suo compito è spingere questo film in uscita su un biondino che fa Skywalker di cognome. Mentre è a Londra, Lippincott si innamora di un nuovo fumetto chiamato Judge Dredd, che ha debuttato proprio quell’anno (sulle pagine di 2000 AD #2 , marzo 1977), è stato creato da John Wagner e Carlos Ezquerra e piace a quello stesso pubblico da convention sci-fi che Lippincott frequenta per lavoro.

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IL FRENO ROBOCOP E IL FILM D’AZIONE SENZA AZIONE

Quando torna in Inghilterra, due anni dopo, per la promozione di Alien, Lippincott prova a sondare il terreno per i diritti cinematografici del personaggio, ma a lungo la casa editrice di 2000 AD non gli risponde. Impiega alcuni anni per ottenere quei diritti, e quando pure sembra tutto ok e Lippincott e il suo nuovo socio, il produttore Edward R. Pressman di Conan il Barbaro sono pronti per partire, vengono a sapere della prossima uscita di Robocop e pensano non sia il momento giusto per mettere in cantiere un film simile a quello di Verhoeven. Mentre i due temporeggiano, parte il solito valzer hollywoodiano di registi e sceneggiatori che si avvicendano sul progetto. Dovrebbe essere Tim Hunter a dirigere Judge Dredd, ma firma con James Crumley uno script totalmente privo d’azione, che per un film di fantascienza sul Giudice Dredd è un po’ come scrivere un film di zombie senza zombie. Il secondo copione lo scrive uno che insieme ai cereali la mattina mangia Chuck Norris, Crash Leyland (sceneggiatore di One Shot One Kill – A colpo sicuro e di quegli altri film tutti uguali della serie Sniper), che si limita però a prendere i dialoghi da vari fumetti di Dredd e a incollarli nella sua sceneggiatura, come il più svogliato degli studenti pagati un sacco di soldi.

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LA VOCE DEL PADRE DI FAMIGLIA E LA CORDA SAPONATA

Si arriva così al 1993, quando finalmente un copione, firmato da William Wisher, Jr. e Steven E. de Souza, è pronto, e Lippincott ha a disposizione un budget per girarlo molto più alto del previsto. Wisher ha scritto la storia con Arnold Schwarzenegger in mente, ma alla fine la parte va a Stallone, che nel dubbio per quella faccenda delle scene col casco si porta dietro il suo parrucchiere personale. A Stallone, che si è lasciato alle spalle alcuni anni di sabbie mobili professionali con il botto di Cliffhanger e Demolition Man, il personaggio piace e non si preoccupa della figura un po’ troppo monolitica e destrorsa che Dredd può rappresentare, se non giocata bene. Perché “la mentalità del personaggio cambia, dopo che viene spedito in prigione”, e soprattutto perché vede in Dredd una risposta positiva “a un sistema legale come quello statunitense che non funziona”.

In un’intervista pubblicata ai tempi su Cinefantastique, Sly si lancia in un’accorata difesa della pena di morte, parlando dei tizi “che dovrebbero essere impiccati entro 24 ore se usano le armi per commettere un crimine”, visto che “il 95% degli americani è a favore della pena capitale”, delle falle di un sistema “troppo liberal e in cui si cammina troppo sulle uova”, e che avrebbe invece bisogno di qualcuno che dica le cose come stanno, “con la voce potente di un padre di famiglia. Perché Dredd è la legge e nel futuro la legge decide della vita e della morte degli altri. E così sì che la società cambierebbe. Credo che staremmo tutti meglio con un po’ di Dredd in giro per le nostre città”.

Ehr.

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“IL SUCCESSO È PEGGIO DELL’EROINA”

Dopo Brambilla sul set di Demolition Man, Stallone si trova a suo agio anche con Danny Cannon, che “non si sente intimorito come tanti altri registi più esperti, che hanno paura di me perché non credono abbastanza in sé stessi”. Cannon è giovanissimo: il regista inglese ha esordito due anni prima, venticinquenne, con Young Americans, un film con Harvey Keitel, e ha il grande vantaggio di essere da sempre un fan di Judge Dredd e delle altre serie pubblicate su 2000 AD. Da ragazzino ha perfino disegnato un poster del personaggio e lo ha inviato alla redazione, saltando di gioia fino al soffitto quando l’ha visto pubblicato sul magazine. Girerà pochi altri film in carriera, Cannon, prima di dedicarsi soprattutto alla TV (Gotham, Nikita, tutti i CSI possibili e immaginabili…).

Quello che Stallone teme, confessa sempre in quell’intervista, più che il giovane cineasta britannico è che il film non vada bene. “Il successo dà più dipendenza dell’eroina. Credi di avercela fatta, ma quando sparisce ti rendi conto che era solo momentaneo. Gli artisti muoiono due volte, ma la seconda è più facile. È la morte professionale quella peggiore, perché può durare cinquant’anni. La gente entra nella stanza e sussurra ‘Ehi, quel tizio non fa film decenti da anni’. Lo so, perché ci sono passato”.

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“GLI PIANTO UN ROMPIGHIACCIO IN UN OCCHIO”

Completato il cast principale con Armand Assante nei panni del cattivo (Rico), Rob Schneider, Diane LaneMax von Sydow, si inizia a girare Dredd il 3 agosto del ’94, agli Shepperton Studios di Londra. Lì il designer Nigel Phelps fa costruire una MegaCity-One quattro volte più grande della Gotham City del Batman di Burton, e siccome quegli studi sono stati appena comprati da un consorzio guidato dai fratelli Scott, gira voce ai tempi che Ridley abbia chiesto alla produzione di non demolire il set una volta finite le riprese, perché potrebbe utilizzarlo per un Blade Runner 2. Per i costumi, Stallone propone Gianni Versace, ma i bozzetti dello stilista italiano sono rivisitazioni troppo personali del personaggio, che di suo è iconico come pochi altri eroi dei fumetti e non si presta. Quei costumi sarebbero stati comunque benone in uno dei Batman di Schumacher.

Del robot ABC e delle altre macchine del film si occupa Joss Williams, l’uomo a cui dobbiamo essenzialmente il Power Loader di Aliens – Scontro finale, perché Stan Winston aveva chiesto una quantità di soldi che i produttori hanno giudicato “esorbitante”. E mentre Cannon si incazza per un’altra voce che circola, secondo cui sarebbe stato licenziato e la regia affidata a Stallone, e promette di “trovare un giorno chi l’ha messa in giro e piantargli un rompighiaccio in un occhio”, because anni 90 e Basic Instinct, l’unica pressione vera che ammette di avvertire è quella del budget. È pur sempre un ventisettenne alla guida di una macchina il cui costo finale sarà di circa 90 milioni di dollari. E a cui prima di uscire dal concessionario verranno cambiati tutti i tappetini.

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SE MI LASCI TI CANCELLO I CONTRATTI

In questa intervista, lo sceneggiatore Steven E. de Souza racconta che Dredd avrebbe dovuto essere sin dall’inizio un film con rating PG-13. Ma in assenza di produttori sul posto, Danny Cannon ha girato la pellicola con lo stesso tono del fumetto, che alla fine viene classifica come vietata ai minori. Hanno dovuto sottoporla all’organo di controllo cinque volte, apportando altrettanti tagli al finale e a tutta una serie di omicidi brutali commessi da Rico, dal robot e da Dredd, ottenendo però solo un rating R. Avevano stretto accordi con Burger King e con un’azienda di giocattoli, promettendo un film PG-13, e si sono ritrovati in mano un’opera non esattamente idonea per onorare quei contratti, perché un film vietato ai minori di 17 anni non accompagnati non è il massimo per vendere hamburger e pupazzetti ai bambini. Dredd – La legge sono io esce il 30 giugno del 1995 (da noi il 22 settembre), materializzando tutte le paure di Stallone. La stampa lo demolisce, gli autori del fumetto, a partire da John Wagner, parlano di un personaggio che non ha nulla a che spartire con il vero Dredd.

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AIEMDELÒ!!!

Il box office USA di Judge Dredd è disastroso: solo 34 milioni di dollari, 52° film dell’anno per incassi. Surclassato da In viaggio con Pippo. Va meglio con quello international, che arriva a quota 78 milioni, ma nessuno stappa bottiglie di champagne. Anni dopo, Stallone parlerà di un’opportunità sprecata a causa di un progetto nato complicato sin dall’inizio, incerto sul tono da adottare. E, certo, dirà che Cannon sul set era uno stronzo che urlava a tutti, senza motivo, “Temetemi! Dovete avere paura di me!”, mentre i membri della crew scommettevano su chi l’avrebbe ucciso. Ma magari lo urlava solo perché brandiva un rompighiaccio. Nel 2008, ai microfoni della rivista Uncut, Stallone spiega anche che la cosa che gli piaceva di più del mondo di Dredd era il messaggio politico. Il fatto che bisogna stare attenti, perché è un attimo che le cose “vanno in un certo modo e la polizia finisce per controllarti la vita”. Non fate quelle facce. Tutti hanno diritto a cambiare idea sulle corde saponate, no?

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