Scordatevi il salto sociale: la recensione di Finché morte non ci separi

Scordatevi il salto sociale: la recensione di Finché morte non ci separi

Di Lorenzo Pedrazzi

Per quanto didascalico, il titolo italiano di Finché morte non ci separi (in originale Ready or Not) cela un’ironia che si adatta benissimo al film di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Il duo registico de La stirpe del male si avventura in un territorio che ben pochi sanno esplorare – la commedia horror – e ottiene un risultato complessivamente dignitoso, soprattutto grazie all’onestà dell’approccio creativo: la satira c’è, ma non obnubila i meccanismi di genere né l’efficacia dell’intrattenimento.

Gli indizi dell’orrore imminente sono disseminati già nell’incipit, che parte con un prologo molto esplicito e sfocia nei preparativi di un matrimonio sfarzoso. Altrove sarebbe l’epilogo di una fiaba: una ragazza orfana e di umili origini (Samara Weaving) sposa il rampollo della potente famiglia Le Domas, che ha fatto la sua fortuna con i giochi in scatola. Per Grace è un sogno, finalmente può far parte di una vera famiglia. Ma siccome «è vero quello che dicono, i ricchi sono proprio diversi», il clan dei Le Domas segue una tradizione molto particolare: ogni volta che la famiglia accoglie un nuovo membro, quest’ultimo deve sottoporsi a un gioco di società durante la prima notte di nozze, pescando una carta da una scatola. Purtroppo, a Grace capita “nascondino”, e ciò significa che dovrà restare nascosta fino all’alba mentre i suoi nuovi parenti le danno la caccia, convinti di doverla sacrificare in un rito satanico per non perdere la propria ricchezza.

Finché morte non ci separi

L’idea in sé non è affatto nuova, e risale quantomeno al racconto La partita più pericolosa di Richard Connell, imitato anche dal recentissimo The Hunt e persino da una storia di Spawn. L’introduzione dell’elemento ludico favorisce però la satira, poiché stride con l’eleganza dell’ambientazione (una splendida magione in stile Cluedo) e la raffinata fotografia di Brett Jutkiewicz. Ben lungi dall’essere cacciatori esperti, i Le Domas sono una banda di idioti che non sanno sparare, si isolano nei loro privilegi e hanno uno scarso rispetto per le classi “inferiori”: basta vedere come reagiscono alla morte delle cameriere, vittime della loro dabbenaggine con le armi. La sceneggiatura di Guy Busick e Ryan Murphy è più divertente proprio quando preme sull’umorismo splatterstick, giocando con i macabri parossismi di una trama sempre più assurda, che raggiunge il suo apice grottesco nel finale. Purtroppo l’andamento non è uniforme: la parte centrale è più farraginosa, povera di trovate, e sembra avere una funzione riempitiva prima della resa dei conti.

Il copione, insomma, non incide per brillantezza, ma in compenso la caratterizzazione dei personaggi secondari tiene in piedi il film: l’imbranatissima cocainomane interpretata da Melanie Scrofano, ad esempio, funziona per le sue gag ricorrenti, mentre l’affascinante malinconia di Adam Brody – che presta il volto al cognato di Grace – aggiunge un velo inaspettatamente drammatico alla trama. Tutto il resto è invece sulle spalle di Samara Weaving, che con il suo vestito bianco sempre più lurido dimostra ancora una volta di essere tagliata per la commedia horror, dopo The Babysitter.

La semplicità dell’intreccio finisce quasi per vanificare ogni lettura politica, anche se non è difficile vederci la satira di un capitalismo ingordo e prevaricante, che costruisce il suo benessere sul sangue degli ultimi. Ancora più evidente, però, è il ruolo degli arrampicatori sociali in questa corsa alla ricchezza: chi è riuscito a entrare nella famiglia Le Domas – come la Charity di Elyse Levesque, moglie del personaggio di Brody – è ancora meno disposto a perdere quel benessere, piegandosi alle regole violente del Sistema. Alla fine, Finché morte non ci separi espone l’avvilente realtà dietro l’utopia del salto sociale: è una chimera, e nemmeno un patto col diavolo potrà cambiare le cose.

Finché morte non ci separi

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