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Waiting for the Barbarians, o l’arte di crearsi il proprio nemico: la recensione da Venezia 76

Waiting for the Barbarians, o l’arte di crearsi il proprio nemico: la recensione da Venezia 76

Di Lorenzo Pedrazzi

Ai confini di un “impero” non meglio specificato c’è un avamposto che guarda il deserto, sulle cui alture vive una popolazione barbara: la guarnigione della fortezza sorveglia la situazione, ma di veri pericoli non c’è alcuna traccia, e la vita nella piccola città prosegue tranquilla, in attesa di un’invasione che forse non arriverà mai. Se queste premesse vi ricordano qualcosa, significa che avete fatto i compiti: il romanzo Aspettando i barbari di J.M. Coetzee trae chiaramente ispirazione da Il deserto dei tartari di Dino Buzzati, pur concentrandosi su tematiche diverse rispetto a quest’ultimo.

Ebbene, Waiting for the Barbarians traspone il libro dello scrittore sudafricano – anche autore della sceneggiatura – attraverso lo sguardo di Ciro Guerra, regista colombiano che ha saputo raccontare le comunità native del Sud America in film come El abrazo de la serpiente e Oro verde. Mark Rylance interpreta il magistrato dell’avamposto, uomo pacifico che promuove la convivenza con i barbari; ma quando il Colonnello Joll (Johnny Depp) viene incaricato di riferire dell’attività degli stranieri sul confine, la situazione cambia: Joll tortura infatti diversi barbari, e acceca parzialmente una donna che il magistrato prende molto a cuore. La ribellione di quest’ultimo, che vuole riportare la ragazza al suo popolo, avrà conseguenze molto serie.

È curioso che, nel trasporre il libro di Coetzee, Ciro Guerra adotti lo stesso registro scelto da Valerio Zurlini per Il deserto dei tartari: silenzi, tempi dilatati e inquadrature in campo totale per mostrare la desolazione che circonda l’avamposto. In questo caso, però, Waiting for the Barbarians non riesce a sfruttarne il potenziale espressivo, e i momenti più validi sono i confronti dialogici tra il magistrato, Joll e Mandel, l’ufficiale interpretato da Robert Pattinson. È in queste scene che emerge lo scontro culturale fra i personaggi, peraltro ben coagulato sui volti degli attori: se le performance misurate di Depp e Pattinson comunicano la rigidità delle loro controparti, la mimica dolce e malleabile di Mark Rylance incarna le capacità empatiche del magistrato, la sua disposizione a comprendere “l’altro”.

In effetti, il cuore di Waiting for the Barbarians è proprio questo: il conflitto – estremamente contemporaneo – tra accoglienza e discriminazione, amore e odio, fiducia e diffidenza. Il tema riecheggia nelle cronache dei nostri giorni, ma Guerra e Coetzee fanno di questo “impero” anche un riflesso delle politiche espansionistiche americane, che finiscono per creare i propri stessi nemici attraverso una nuova forma di colonialismo. L’aggressività genera altra violenza, e il circolo vizioso si alimenta da solo.

La bravura degli attori e l’attualità delle tematiche non bastano però a evitare la piattezza del film, che si trascina stancamente fino all’epilogo più scontato, memore – questo sì – del capolavoro buzzatiano.

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