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The Irishman, la recensione del (sorprendente) film Netflix di Martin Scorsese

The Irishman, la recensione del (sorprendente) film Netflix di Martin Scorsese

Di Adriano Ercolani

The Irishman è una confessione.
Non soltanto quella del protagonista Frank Sheeran.
Attraverso la messa in scena della sua vita criminale è infatti proprio Martin Scorsese a confessarci che per lui il tempo è passato, che la sua prospettiva sul genere si è modificata, e per più di una ragione. La visione che l’autore possedeva ai tempi di Quei bravi ragazzi, l’energia che la messa in scena barocca riusciva a sprigionare, si sono tramutate in qualcosa di altro, di più pacato e riflessivo. Questa sua nuova, torrenziale epopea lascia da parte il montaggio serrato, le illuminazioni contrastate o le angolazioni di inquadratura più iperboliche: Scorsese stavolta vuole raccontare la quotidianità dell’essere un criminale, il peso morale delle proprie azioni, senza che il mezzo-cinema renda in alcun modo tale racconto glorificante. Ciò che rimane, e che viene raccontato da The Irishman con straordinaria compostezza, è la banalità di persone che rubano, minacciano o uccidono spinti da pulsioni quasi infantili. Sotto più di un punto di vista infatti il film risulta essere addirittura una commedia: in più di una scena si ride ascoltando i personaggi che, invece di presentare al pubblico la ferocia e la determinazione del gangster, parlano di nulla o fraintendono discorsi da bar. Scorsese stavolta mostra che si possono piantare cinque pallottole nel corpo di un uomo e tornare a casa per cena, mangiarsi un gelato, invecchiare solo, morire come una persona qualunque. In un certo sento, The Irishman mostra tutto quello che succede a Henry Hill dopo la leggendaria scena fiale di Quei bravi ragazzi. Ma questo lungometraggio appunto è sorretto da tutt’altra filosofia, ha un tempo di racconto quasi antitetico, che lo avvolge in una vena malinconica. È una riflessione tanto giocosa quanto amara sul tempo che passa, e su quello che significa.

Un film diverso, toccante

Per quanto riguarda l’analisi più propriamente filmica di The Irishman, fin dalle prime scene si intuisce che la coerenza estetica con cui Scorsese e i suoi collaboratori hanno composto il film è notevolissima: il montaggio della sempre fedele Thelma Schoonmaker e la fotografia di Rodrigo Prieto in particolare assecondano appunto il desiderio di Scorsese di cambiare prospettiva sul genere che lui stesso ha impreziosito con i suoi capolavori. Ogni elemento della rappresentazione contribuisce a rendere The Irishman una riflessione che in qualche modo approfondisce e chiude i conti con una parte fondamentale della filmografia del cineasta. Anche perché Scorsese, vale la pena ricordarlo, a partire da Gangs of New York ha realmente cambiato pelle: da quel film infatti ha iniziato a gestire in maniera più lucida budget consistenti, spesso notevoli nelle dimensioni, sviluppando di conseguenza una sua personale classicità, ugualmente ammirevole nella confezione filmica ma allo stesso tempo anche meno irruenta, viscerale. E The Irishman in qualche modo rivisita il suo cinema più “libero” sviluppandolo però secondo queste nuove coordinate. Ma stavolta la forma viene dettata più dal cuore del cineasta che dalla necessità di andare incontro al grande pubblico. Ed è per questo che il suo ultimo film è diverso, toccante, come una fotografia che ha perso i suoi colori smaglianti per sostituirli con la densità malinconica dei toni più sbiaditi.

Che The Irishman in fondo sia un gioco che vuole convolgere tanto il pubblico quanto il genere stesso lo sanno perfettamente anche gli attori. In particolar modo un Al Pacino più propenso degli altri ad abbracciare la dimensione assurda, oseremmo dire farsesca del suo Jimmy Hoffa. L’attore sembra impersonarlo tenendo a mente una performance di tanti anni fa, meno ricordata di molte sue altre ma soavemente giocosa. Ci riferiamo a quella di Big Boy Caprice in Dick Tracy, cult-movie di Warren Beatty targato oramai 1990. Stesso anno di Quei bravi ragazzi. Robert De Niro e Joe Pesci gli fanno da perfetto contraltare con delle performance ugualmente efficaci ma più rivolte a esplicitare la dimensione comune di chi agisce nell’ombra.

Un film sorprendente

The Irishman si è rivelato un lungometraggio onestamente sorprendente, prima di tutto per la sincerità con cui Martin Scorsese è tornato al suo genere preferito “ribaltandolo” però alla luce della sua esperienza e, perché no, della sua età. Il suo mondo criminale non è più sfavillante, frenetico, elettrizzante. È diventato un universo fatto anche di silenzi, di sguardi tristi, si porte socchiuse. Per capirlo provate a vedere la sequenza fondamentale del film, quella che svela il destino di Jimmy Hoffa, con quelle “gemelle” di Quei bravi ragazzi o Casinò: in tale scarto di tono sono racchiuse tutta la bellezza e l’importanza di The Irishman.

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