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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – La Terra dei Giganti

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – La Terra dei Giganti

Di DocManhattan

Abbiamo già parlato di Irwin Allen e delle due fasi della sua vita professionale. Dapprima produttore di serie TV di stampo fantascientifico come Lost in Space e Kronos – Sfida al passato (The Time Tunnel), poi Master of Disaster, artefice di una serie di film catastrofici negli anni 70, come L’inferno di cristallo. Tornando agli anni 60, siccome il tema dei naufraghi nel tempo e nello spazio sta molto a cuore ad Allen, e ben si presta alla sua politica di serie realizzate riciclando qualsiasi set, costume o prop preesistente sia possibile riciclare, dopo Lost in Space e Kronos il produttore s’inventa altri personaggi finiti in una scampagnata fuori porta non prevista. Nella fattispecie, ne La terra dei giganti (Land of the Giants), un gruppo di viaggiatori ritrovatisi alle prese con dei grandi, ma più che altro grossi problemi. Tipo gatti enormi, telefoni giganti e matitoni da balletto di Heather Parisi, cose così.

GRATTACAPI X12

Anche se in Italia, esattamente come Kronos – Sfida al passato, è arrivata solo molto dopo (su Rete 4, nell’87), La terra dei giganti va in onda negli USA praticamente vent’anni prima. Nel settembre del 1968, per quello che doveva essere inizialmente un rimpiazzo in corsa in palinsesto, per sole 12 puntate, e che si trasforma invece in due intere stagioni. Fino al settembre del ’70, per un totale di 51 puntate. L’idea alla base di Land of Giants è semplice quanto intrigante: in quello che era all’epoca un futuro prossimo ma neanche troppo, il 1983, un volo di linea suborbitale diretto da Los Angeles a Londra viene spinto in un varco nello spazio-tempo da una tempesta magnetica. La navicella Spindrift, il suo equipaggio e i suoi passeggeri si ritrovano così su un misterioso pianeta dove tutto è dodici volte più grande che sul nostro. La terra dei giganti del titolo, appunto. Come in alcune puntate di Kronos (quella sugli USA con uno stato in meno, ad esempio), Allen infila un risvolto distopico nel tutto, dipingendo una società dei giganti schiacciata da un regime autoritario, e un mondo in cui queste controparti enormi sono alle prese con una tecnologia per molti aspetti più arretrata di quella dei terrestri del ’68. Ma le cui abitazioni sono in compenso tutto uno scialare di canali di scolo e tubi in cui far muovere gli gnometti provenienti da Los Angeles.

LOTTA AI MATITONI

Anche se la ABC manda in onda i primi dodici episodi in ordine praticamente casuale, la serie funziona e genera merchandising di vario tipo, dai fumetti ai modellini in scatola della Spindrift. Indubbiamente molto ingenue se viste con gli occhi di oggi, le storie de La terra dei giganti sono ai tempi intrattenimento veloce e con un po’ di brividi a buon mercato (i gatti giganti fanno quest’effetto, in genere) per tutta la famiglia. Se tanti dei suoi protagonisti riportano come voce principale in curriculum la partecipazione a questa serie, è perché Allen pesca degli attori che siano sufficientemente atletici da sapersi arrampicare su per corde e cassettoni giganti. O da trascorrere un lasso significativo di tempo alle prese con un telefono a disco dodici volte più grande di quelli veri. Vale per Gary Conway (il Capitano Burton), che veniva dagli horror degli anni 50, vale per Don Matheson (Mark Wilson), per l’allora giovanissimo Stefan Arngrim (che pure è apparso in un miliardo e mezzo di film e serie TV), per Deanna LundHeather Young.

Kevin Hagen ha trovato poi una sua dimensione ne La casa nella prateria, mentre Kurt Kasznar aveva già da tempo un suo posto nella Storia, con la S maiuscola. Attore di Broadway, durante la Seconda Guerra Mondiale era finito al fronte, e come operatore cinematografico dell’esercito USA aveva filmato gli effetti delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e altri momenti storici del conflitto, come la resa del Giappone. Al resto pensavano le comparsate di guest star come il patriarca dei Carradine, John, come John Crawford e come Yvonne Craig, la Batgirl del Batman televisivo.

BATMAN SU AIRBNB

E proprio il Batman di Adam West è una delle altre serie e pellicole prodotte da 20th Century Fox che Irwin Allen saccheggia alla ricerca di set riutizzabili, come aveva già fatto con Kronos. La villa di Bruce Wayne diventa così la dimora di un ricco abitante del pianeta dei giganti senza nome nel settimo episodio della seconda stagione, Collector’s Item. Risparmiare è d’altronde un imperativo, perché la serie costa troppo. Se ne vanno 250mila dollari a puntata, e la cifra, oggi sufficiente al massimo per il catering di tre o quattro stelle della TV con abitudini alimentari raffinate, è altissima per la TV di mezzo secolo fa. Il fatto che alcuni oggetti siano presenti in più episodi, come quei dannati telefoni enormi, dipende dal meccanismo di produzione adottato proprio per contenere il budget. Visto che a gonfiare il conto sono non solo gli effetti ottici per infilare i protagonisti in versione lillipuziana nelle riprese a dimensione normale, ma anche la costruzione di enormi prop meccanici e degli oggetti con cui riempire i set, gli episodi vengono accoppiati. Gli sceneggiatori sanno che due episodi avranno in comune quegli oggetti e s’inventano il modo per sfruttarli; poi le due puntate vengono girate di fila, una dopo l’altra.

LOST IN COPIA E INCOLLA

Come va a finire, La terra dei giganti? Oh, come Kronos, non finisce. A un certo punto hanno tirato giù la saracinesca, senza darsi la briga di concludere la vicenda. Il 25° e ultimo episodio della seconda serie non dice nulla sulla sorte dei terrestri. È al massimo la puntata precedente, Wild Journey, a dare qualche indicazione in più. Perché Steve e Dan incontrano due viaggiatori del tempo delle loro dimensioni, riescono a tornare sulla Terra poco prima del decollo della Spindrift e cercano di modificare il corso degli eventi. Ma non ci riescono, perché il tempo non è sostanzialmente modificabile a piacimento, per quanto ne dica Doc Brown. Anche se non è andato in onda per ultimo, questo episodio potrebbe anche fungere insomma da simbolico finale, con la storia del loop a cui non si può sfuggire e tutto il resto. Non fosse che si è trattato solo dell’ennesimo autoriciclo: non solo delle sequenze del decollo prese dall’episodio pilota, quanto da Lost in Space, di cui clona per intero, oltre a varie dinamiche, la trama di una puntata della stagione 3 (Time Merchant). Tesoro, mi si sono ristretti i soldi.

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