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È il settembre del ’70 quando inizia la sua lunga avventura editoriale il manga Kozure Okami, meglio noto nel resto del pianeta con il suo titolo inglese, Lone Wolf and Cub. Kazuo Koike (storia) e Goseki Kojima (disegni) non hanno idea che il loro manga seinen, cioè destinato a un pubblico adulto, diventerà un fenomeno da 8 milioni di copie, pubblicato fino al ’76, per un totale di 28 volumi. Né che il fumetto darà vita a una lunga serie di film e trasposizioni televisive, una delle quali furoreggerà sulle reti private italiane con il titolo di Samurai.
La storia del guerriero senza padrone Itto Ogami colpisce l’immaginario dei lettori nipponici: un boia dello shogun, disonorato e rimasto vedovo a causa delle macchinazioni di un clan di malandrini, che diventa un sicario a pagamento… e si porta sempre dietro in battaglia il figlio di pochi anni, Daigoro. Figlio salvatosi dalla morte pietosa a cui il padre voleva da principio destinarlo, per un ricongiungimento rapido con la madre, giusto perché, messo alla prova, ha scelto di giocare con una spada anziché con la palla. Peccato non esistessero i premi Padre dell’anno, durante lo Shogunato Tokugawa, guarda.
Così, mentre il killer e il suo pargolo affettano ninja e nemici assortiti sulle pagine del manga, Kozure Okami diventa una serie di film. La bellezza di sei pellicole sfornate tra il ’72 e il ’74, prodotte da Shintaro Katsu, la star di tutti quei film su Zatoichi, e da suo fratello maggiore, Tomisaburo Wakayama (erano nomi d’arte, di cognome facevano entrambi Okumura), che ne diventa anche l’interprete. Wakayama, qui un massiccio Itto Ogami, sarebbe stato molti anni dopo, poco prima di morire, il boss Sugai nel Black Rain – Pioggia sporca di Ridley Scott. Ma ci piace ricordarlo anche come l’allenatore Shimizu de Gli Orsi vanno in Giappone (The Bad News Bears 3, 1978), pellicola incredibilmente capace di mettere assieme Tony Curtis e un giovane Jackie Earle Haley con il wrestler Antonio Inoki.
Il secondo dei (violentissimi) film della serie sul “lupo solitario e il suo cucciolo”, Kozure Ōkami: Sanzu no kawa no ubaguruma (alias Lone Wolf and Cub: Baby Cart at the River Styx) arriva tra l’altro anche in Italia, due anni dopo, con il poco politicamente corretto titolo di Ogami, il pericolo giallo. Nel sesto e ultimo film, il cui titolo internazionale è Lone Wolf and Cub: White Heaven in Hell, Wakayama per poco non sviene durante le lunghe giornate di ripresa su una montagna innevata, e il suo personaggio mette a segno, nel consueto bagno di sangue, un primato ancora imbattuto nella storia del cinema. Ma torniamo a parlarne tra un attimo.
Anche se in seguito esce negli USA una settima pellicola apocrifa (Shogun Assassin, da noi Shogun il giustiziere, 1980), realizzata fondendo le prime due giapponesi, al cinema Itto Ogami si prende una piccola pausa (ci tornerà nel ’93) e si prepara allo sbarco in TV. La prima serie televisiva di Kozure Okami, che in Italia verrà ribattezzata in modo spiccio Samurai, appunto, va in onda in Giappone tra il ’73 e il ’76, per tre stagioni e 79 episodi. La serie racconta daccapo la storia del ronin con figlioletto al seguito; ronin che questa volta ha le fattezze di Kinnosuke Yorozuya, attore del teatro kabuki che fino al ’71 si è fatto chiamare Kinnosuke Nakamura, e che in seguito è tornato nei panni di Itto in alcuni film TV. Specialista delle opere jidai-geki, ambientate in quel periodo storico, è apparso anche in Morte di un maestro del tè (1989) e in uno dei tanti film su Miyamoto Musashi (1961), in cui interpretava il celebre spadaccino.
Nonostante il carisma del protagonista e delle sue ragguardevoli basette – cui vengono affiancati due diversi Daigoro nel corso dello show, perché il primo bambino ha questa brutta abitudine di crescere e va a un certo punto sostituito – il Kozure Okami televisivo è per forza di cose una versione super annacquata del personaggio visto sul grande schermo. I morti falciati, una squadra di calcio alla volta, dalla katana dotanuki di Ogami non versano in Samurai ettolitri di sangue e mancano anche tutti i nudi femminili (sulla locandina del quarto film, per mettere le cose in chiaro, campeggiava ad esempio il seno della killer tatuata Oyuki, Michi Azuma). Ma chi s’imbatte da noi in questa serie, su varie reti locali e poi su Canale 5 (dall’84), dei film non sa con ogni probabilità nulla, a meno che non sia stato tra i pochi ad aver visto molti anni prima Ogami, il pericolo giallo. Per aggiungere un tocco d’estro non richiesto, come sigla del telefilm viene usato un brano italo dance, “Zanzibar – Afro Mix” di Helena. Nome esotico per un pezzo nato nel parmense.
Solo tempo dopo, il grosso degli appassionati di fumetto e cinematografia giapponese metterà a posto tutti i pezzi e capirà che serie TV, film e manga – pubblicato con le copertine realizzate per il mercato USA a fine anni 80, tra gli altri, da un Frank Miller su cui quel manga ha esercitato un’influenza enorme – fanno parte tutti della stessa grande famiglia, disseminata di cadaveri e sempre priva di scuole dell’infanzia. Un affresco multimediale che continua ad andare avanti negli anni, generando nuovi film, nuove serie televisive (come quella del 2002), videogame e voci di un remake hollywoodiano.
Ah, sì, il primato nel sesto capitolo cinematografico: lì Ogami uccide da solo 150 nemici in un solo film. Il John Matrix di Schwarzenegger in Commando, per dire, si è fermato a 81. Dilettante.