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Martin Eden secondo Pietro Marcello: la recensione da Venezia 76

Martin Eden secondo Pietro Marcello: la recensione da Venezia 76

Di Lorenzo Pedrazzi

Fa uno strano effetto vedere un grande romanzo americano trasposto in Italia, eppure Martin Eden dimostra che la storia dell’eponimo marinaio – nel quale alcuni critici hanno visto il riflesso autobiografico di Jack London – può applicarsi a diverse latitudini senza dissipare il cuore del discorso, anche cambiando l’ambientazione temporale. Se il libro si svolge nella Oakland di inizio Novecento, Pietro Marcello sceglie invece Napoli per questa versione italiana, e sposta il contesto storico di alcuni decenni: siamo infatti nel secondo dopoguerra, epoca decisamente più “calda”, in Italia, per i conflitti tra lavoratori e Capitale che innescano le riflessioni di Martin.

La premessa, comunque, non cambia. Martin (Luca Marinelli) salva il figlio di una ricca famiglia ed entra in contatto con la sorella del ragazzo, Elena Orsini (Jessica Cressy), di cui s’innamora. Fra i due c’è un abisso sociale e culturale, ma Martin è un diamante grezzo che ha solo bisogno del giusto stimolo per affinare le proprie conoscenze: inizia quindi a studiare da autodidatta, migliora il suo vocabolario e si avvicina al darwinismo sociale di Herbert Spencer, che esalta il suo innato individualismo. Scopre anche di avere un talento per la prosa e la poesia, ma Elena lo mette in guardia dal perseguire la carriera di scrittore, che richiede una grande preparazione. Ciononostante, Martin si mette a scrivere, propone le sue opere a diversi giornali e non si arrende davanti ai numerosi rifiuti, mentre il clima politico si fa sempre più agitato: lo scontro con gli ideali del socialismo e del liberalismo diventa quindi inevitabile.

Martin Eden

Pietro Marcello filtra il romanzo di London attraverso uno sguardo personalissimo, capace di amalgamare diversi registri – filmati d’archivio, girato originale, testimonianze storiche… – in una narrazione che replica i meccanismi del subconscio: il montaggio è un flusso di associazioni mnemoniche e oniriche, che alternano visioni repentine del passato (i balli con la sorella da bambini) al quadro generale della Storia, mettendo effettivamente in relazione il singolo e la collettività, l’individuale e l’universale. L’atmosfera è talmente rarefatta da sfuggire a una collocazione precisa, e la fotografia di grana grossa (opera di Alessandro Abate e Francesco Di Giacomo) rievoca la calda familiarità dei video amatoriali, facilitando inoltre l’integrazione con i frammenti d’archivio.

Non mancano persino alcune citazioni del melò classico, come il primo bacio fra Martin ed Elena, a dimostrazione di quanto il regista campano ami contaminare suggestioni e influssi apparentemente conflittuali. Si avverte lo stesso amore per il paesaggio che traspariva da Bella e perduta, ma stavolta il racconto assume una portata quasi epica, peraltro ben sostenuta dalla bravura di Luca Marinelli. La sceneggiatura, firmata da Marcello con Maurizio Braucci, ha l’intelligenza di adattare ogni sfumatura del romanzo al contesto italiano (esemplare la scena del pranzo a casa degli Orsini), ma deve sacrificare qualcosa in termini di chiarezza espositiva: alcuni sviluppi rischiano di sembrare affrettati, e l’ellisse che anticipa il passaggio all’ultimo “atto” – davvero audace – è fascinosa ma troppo brusca.

Poco male, comunque. Martin Eden resta una celebrazione della cultura come agente di cambiamento, non solo sociale, ma anche individuale: è proprio grazie alla cultura che Martin compie un lavoro su se stesso, e il suo disgusto per il mondo non gli impedisce di esprimere una profonda solidarietà umana, coinvolgendo tutti gli “umili” della sua vita. Per quanto disilluso e tormentato, l’eroe di Jack London ci ricorda che non esiste alcuna emancipazione senza il valore dell’empatia.


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